Aggressione antifascista a Livorno e connivenze istituzionali. L’importanza di una mentalità “anti-antifa” di massa.

Introduzione: i fatti di cronaca a Livorno.

E’ di oggi la notizia dell’ennesima aggressione antifascista. Questa volta la vittima è un militante di Casapound livornese, colpevole di essersi fermato a riattaccare un manifesto elettorale di Casapound parzialmente strappato. Secondo le principali testate mainstream egli, che si trovava in compagnia della sua compagna incinta, è stato assalito da quattro persone incappucciate a colpi di bastoni, i quali in seguito hanno anche sfondato i finestrini della sua auto, puntando anche alla donna incinta, rimasta illesa ma comprensibilmente sotto choc per quanto accaduto. Infatti l’uomo aggredito è stato ricoverato in codice rosso e, sempre secondo le principali testate mainstream, rischia addirittura di perdere un occhio. Un attacco quindi addirittura più grave di quello, comunque infame, ai danni del dirigente forzanovista palermitano Massimo Ursino (che, per sua fortuna, non ha subito lesioni gravi né permanenti). Mentre nel caso di Massimo Ursino la dinamica fa pensare ad un’azione dimostrativa premeditata ai danni di un singolo esponente di spicco, in questo caso la dinamica è totalmente casuale, nel senso non premeditata né indirizzata nello specifico alla sua persona. Il militante di Casapound, passando per caso davanti a questo manifesto strappato, ha pensato di fermarsi e riattaccarlo, trovandosi davanti quattro incappucciati armati di bastoni che l’hanno aggredito selvaggiamente semplicemente in quanto “fascista”, seguendo una logica simile a quella degli anni di Piombo che affermava “uccidere un fascista non è reato”. Rischia di perdere un occhio, nella loro furia da “dagli al fascista” avrebbero potuto anche ucciderlo. Per quanto possa valere, è d’obbligo la solidarietà ed un augurio di una completa guarigione.

Il senso di impunità antifascista e la connivenza delle istituzioni.

È evidente che le frange più violente e “combattenti” del movimento antifascista si sentano sia moralmente legittimati ad istigare alla violenza o compiere violenza verso i fascisti in prima persona sia legalmente protetti da istituzioni che comunque hanno in comune con loro la volontà di ostacolare non solo un’eventuale “rinascita fascista” ma anche, se non soprattutto, ostacolare la formazione di un vasto movimento trasversale che metta in dubbio certi dogmi menzogneri alla base dell’attuale società. In questo contesto il “camerata” è, agli occhi delle istituzioni, un fuoricasta, che non merita solidarietà se attaccato in quanto tale e che merita la gogna pubblica ed il massimo della pena al minimo passo falso. Nessuna parola di solidarietà verrà da parte delle istituzioni perché probabilmente le frange più violente e massimaliste del movimento antifa fanno il lavoro che le istituzioni democratiche non hanno la possibilità di fare. Sia gli antifa “antagonisti”, frange più violente in prima fila, sia le istituzioni democratiche vogliono la stessa cosa: rendere innocui i “fascisti” in particolare e, in generale, chiunque non si allinei ai loro dogmi. Cambiano solo i mezzi. Quindi, per quanto gli antifa “istituzionali” ed “antagonisti” entrino talvolta in contrasto per motivi di strategia, di fatto non si ostacolano fra loro. Quando il “fascista” o anche il generico “identitario” vengono repressi penalmente dalle istituzioni democratici, gli antifa “antagonisti” non criticano le azioni delle istituzioni. Allo stesso modo, le istituzioni non ostacolano esplicitamente gli “antagonisti” che si rendono colpevoli di reati violenti, al massimo si lasciano andare in dichiarazioni del tipo “queste cose non si fanno, il fascismo ed il populismo si combattono con la cultura”.

La mentalità antifa violenta: potenziali vittime e come combatterla. La mentalità anti-antifa.

Tornando al discorso principale delle aggressioni antifasciste, è chiaro che in questo clima politico, con questi rapporti numerici “di strada” e con queste istituzioni conniventi, il rischio esiste sempre. Non solo per i militanti politici di gruppi come Casapound e Forza Nuova. Essi sono infatti solamente i bersagli più evidenti e riconoscibili e quindi fra i primi contro cui scagliarsi, ma non sono gli unici.

Il rischio, lo hanno visto sulla loro pelle a Torino ultimamente, sussiste anche per i poliziotti impegnati a svolgere il loro lavoro; garantire, come da leggi vigenti, lo svolgimento di un’attività politica autorizzata come può essere una manifestazione, un comizio elettorale o un banchetto, può significare fare la guerra con gente addestrata e che non ha i vincoli delle “regole d’ingaggio”.

Il rischio è anche per il “camerata” che non fa politica attiva, per la colpa di avere certe idee, il rischio è per il leghista, il sostenitore di FDI, e poi per il Berlusconiano, il “borghese”, persino per l’apolitico che viene considerato connivente con i fascisti. Quindi non sono solo i camerati a rischiare di subire violenze dagli antifa, potenzialmente una buona parte degli italiani è a rischio. Magari non subito, magari non come bersaglio prioritario, ma sempre a rischio è. È quindi necessario che anche chi non faccia parte della nostra cosiddetta area ideologica, anche se solo simpatizzanti, prendano bene le distanze isolando e arginando il più possibile questa minoranza xenofoba, intollerante e violenta. Invitiamo anche a non rispondere alle loro vili ed infami provocazioni.

Sergio Di Volpe