Alain Escoffier, l’ultimo sacrificio per l’Europa

Era il 10 febbraio del 1977 e l’Europa, in special modo la Germania, era divisa e dilaniata dal comunismo sovietico. Proprio quel giorno, alle quindici, i militanti del “Parti des forces nouvelle” si riunirono agli Champs-Elysees proprio davanti alla sede dell’ Aeroflot, compagnia aerea di bandiera sovietica, per portare avanti una delle molte proteste antisovietiche ed anticomuniste che al tempo si erano levate ed inasprite a causa della visita dell’allora presidente sovietico Leonid Breznhev.

Alain era un impiegato di banca, ventisettenne, sposato con una donna che non poté vedere per diverso tempo poiché residente nella Germania dell’est. Con lei aveva avuto anche una figlia, che non avrebbe più rivisto.

Distaccatosi infatti dal gruppo di militanti e approfittando della disattenzione delle forze dell’ordine, riuscì ad entrare nella sede della compagnia aerea, a cospargersi di benzina e darsi alle fiamme, gridando “Communistes assasins”. Inutile il tentativo di salvataggio, prima dei dipendenti dell’ Aeroflot che spensero le fiamme con un estintore e poi dei medici: Alain morì in ospedale per le gravi ferite riportate.

Inutile, fortunatamente, anche il tentativo, successivo ai fatti, di far passare un martire come uno squilibrato. “Se devo morire, sarà per le mie idee”, aveva confidato tempo prima alla moglie, mentre il suocero confermò la lucidità del gesto: “Alain si suicidò per ragioni politiche, che la sua ex-moglie condivise. Era un credente e un mistico”, disse.

Il gesto di Escoffier, infatti, fu simile a quello di un altro martire della protesta antisovietica, Jan Palach, che nel 1969 si tolse la vita al centro di Praga, ispirandosi a sua volta, come confidato ai medici durante i giorni d’agonia, ai monaci buddisti del Vietnam.

Anche quello di Escoffier, dunque, fu un gesto politico, passato ingiustamente più in sordina, di disperato amore verso una Europa troppo a lungo martoriata dalla logica dei due blocchi e dalle ingerenze esterne.

Un gesto d’amore, forse l’ultimo, per la propria terra, dettato forse anche dall’amore per la propria donna, come un cerchio che si chiude, in cui la propria azione e la propria essenza non si possono scindere. Un gesto di quelli che, anche da soli, proprio in questo momento storico estremamente difficile e decadente, in cui i popoli europei sono assopiti, moribondi e combattono una guerra contro sé stessi, deve spronare a lottare ogni giorno, con dedizione e sacrificio, per le nostre terre.

Un gesto di quelli che vanno ricordati intensamente, ogni anno, per non dimenticarci di chi ha lottato per una Europa che ha disatteso ogni speranza nei cuori di chi la sognava patria dei popoli che la vivono, che la conoscono e che riescono a sentirla, mentre cantan la Senna, il Reno, le Alpi ed i fiordi che Alain “no, non è morto, è dentro di noi”, come recita una canzone appositamente scritta dal famoso gruppo “La Compagnia dell’Anello”.

Un Europa di chi può sentire “i boschi dei monti e la foresta nera”, mentre sussurrano “c’è ancora chi spera”.