Alle origini della lotta armata

da No Reporter

Come un ambiente giovanile abbandonato a se stesso dovette fare fronte su tutti i fronti

E dopo aver scritto, in occasione della cattura di Cesare Battisti, sul rapporto tra il Pci e l’estrema sinistra, armata e non, consolidatosi fin dagli anni sessanta, veniamo a noi: cioè a quanto successe e alle ripercussioni nell’area neofascista di quegli anni turbolenti, in cui la nostra area ha giocato un ruolo centrale, anche come capro espiatorio di patti politici che restano inconfessabili a distanza di oltre 40 anni.

In linea metodologica con il primo articolo, procederemo per sommi capi, cercando di inserire i singoli episodi in un quadro di ricostruzione generale, per forza di cose non esaustivo dell’intero fenomeno, e ci scusiamo da subito per le eventuali lacune dovute ad una forzosa esigenza di sinteticità.

Ripartiamo dagli anni sessanta, laddove nel precedente scritto abbiamo descritto la strategica avanzata del Pci, per farsi  arbitrariamente Stato, utilizzando spregiudicatamente sia la lenta infiltrazione dell’apparato, fino ad allora in mano alla destra democristiana, sia i primi fermenti ribellistici che fiorivano all’estrema sinistra.
In contemporanea, sul versante opposto, il MSI,  nell’aprile del 1960, dopo le dimissioni dell’Esecutivo Segni, appoggiava esternamente il Governo DC Tambroni che cadrà definitivamente dopo i fatti di Genova del 30 giugno, quando l’apparato “militare” del PCI, appoggiato dal PSI  ed in particolare dal capo partigiano Sandro Pertini, scatenerà la guerriglia urbana a Genova, a Roma e a Reggio Emilia, imponendo manu militari le sue dimissioni.
La guerriglia comunista aveva preso a pretesto la convocazione del sesto congresso nazionale del MSI  a Genova, città decorata di medaglia d’oro della Resistenza, e da cui era partita l’insurrezione del 25 aprile, come un’occasione per indebolire il Governo. 
Va detto, infatti, che il precedente congresso missino si era svolto a Milano città anch’essa decorata con la medaglia d’oro, senza nessuna protesta (a Milano i missini appoggiavano la giunta comunale fin dal ’56). Inizialmente la convocazione del congresso missino al teatro Margherita, non suscitò alcun tipo di reazione in città. 
Questa azione di tipo azione “insurrezionale” guidata dal PCI serviva da un lato ad indebolire e relegare nell’angolo la destra democristiana allo scopo di spianare la strada a future intese di centrosinistra (ciò avverrà per la prima volta nel 1963) con il concorso del PSI e della sinistra Dc e dall’altra ad indirizzare i fermenti ribellistici dell’estrema sinistra contro il nuovo nemico: i fascisti.
Questa strategia si concretizzò il 16 marzo 1968 con gli scontri che seguirono l’occupazione dell’Università di Roma, dove con la complicità o la scarsa avvedutezza anticomunista dell’allora dirigenza del MSI si compì la frattura delle componenti giovanili di”destra” e di sinistra che fino ad allora avevano convissuto nella contestazione.
La notte precedente il 16, attivisti del Msi guidati da Caradonna e Almirante sgomberavano l’occupazione di Giurisprudenza, portata avanti da gruppi  extraparlamentari nazionalrivoluzionari come Nuova Caravella, Primula, Avanguardia nazionale Giovanile che venivano invitati a lasciare l’edificio.
La mattina dopo gli attivisti assaltavano l’occupazione dei compagni della Facoltà di Lettere e poi, ripiegando, si asserragliavano a Giurisprudenza dove nascevano pesanti scontri con i rossi che causarono molti feriti tra cui il futuro leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone.
L’azione del MSI risulterà un vero un disastro politico per l’ambiente: da quel momento i fascisti saranno non solo espulsi dal Movimento Studentesco, ma diventeranno il facile bersaglio del variegato mondo della sinistra che ritrova magicamente il collante dell’antifascismo.

L’anno dopo, il 1969, è un altro tassello fondamentale nella costruzione a tavolino del mostro “fascista” da dare in pasto ad un’estrema sinistra in frenetica agitazione “rivoluzionaria”.
In molte ricostruzioni postume di protagonisti delle formazioni armate comuniste viene citata la Strage di Pizza Fontana del 12 dicembre 1969 come elemento scatenante la decisione di ricorrere alla lotta armata contro lo Stato e contro i fascisti.
Val la pena notare, a tal proposito, senza entrare nei retroscena delle infinite inchieste, dei processi e depistaggi che hanno riguardato il primo “mistero” dell’Italia del dopoguerra, che la radicalizzazione armata dei gruppi comunisti era cominciata ben prima dell’affermarsi della “pista nera” che si concretizzerà solo nel 1971 con l’arresto di Freda e Ventura. Prima esisteva la pista anarchica dell’attentato che tra l’altro non verrà abbandonata se non dopo molti anni, in seguito alle pressioni dei “soliti noti”.
Potere Operaio, ad esempio, nasce nel 1967 dalla Rivista “La Classe” già con una chiara impronta armatista il cui slogan principale era “la Democrazia è il fucile in spalla agli operai”.
Il Collettivo Politico Metropolitano (CPM) una organizzazione di estrema sinistra, viene fondato l’8 settembre del 1969 a Milano ed è attivo fino al settembre dell’anno successivo. Fra i fondatori, Renato Curcio, Margherita Cagol(“Mara”) e altri che daranno poi vita, nel 1970, alle BR, passando per la breve esperienza di Sinistra Proletaria. 
Ergo i germi del lottarmatismo comunista esistono e si strutturano ben prima di Piazza Fontana e rimontano all’attività svolta in quest’ambito anche dai militanti che gravitavano intorno a Pietro Secchia  negli anni cinquanta e sessanta, esponente dell’ala stalinista del PCI e con posizioni decisamente ambigue verso il nascente fenomeno armato già nel 1968.

Tornando a noi, il periodo dal 1972 – anno in cui il MSI ottiene un lusinghiero e storico 8,67 % diventando il quarto partito italiano – al 1975, è segnato dalla duplice azione repressiva ed a tenaglia dello Stato, ampiamente “rimodellato” dalla presenza massiccia del PCI e delle formazioni armate dell’ultrasinistra. 
Nel 1973 viene sciolto per decreto del Ministro dell’Interno Taviani il Movimento Politico Ordine Nuovo, nel 1976 toccherà ad Avanguardia Nazionale: il tutto con arresti e processi che riguarderanno centinaia di quadri e militanti. Le due storiche organizzazioni extraparlamentari nazionalrivoluzionarie sono fuorilegge e centinaia di militanti cercano così faticosamente di riorganizzarsi in mezzo ad una furiosa repressione.
Nel frattempo, tra stragi (Brescia, Italicus) indebitamente attribuite ai fascisti, grazie anche all’opera di depistaggio dei servizi e di massoni, la situazione per le strade per i militanti missini e delle formazioni della destra radicale è pesantissima. Si succedono, a ritmo giornaliero, aggressioni fisiche a singoli militanti, le sezioni vengono incendiate o bombardate a cadenza settimanale. Nelle scuole gli studenti di destra vengono o espulsi con la forza o devono sopravvivere a minacce ed aggressioni fisiche continue.
Nel frattempo i militanti  missini cadono in vari agguati: Mazzola e Giralucci a Padova nel 1974 per mano delle Br, allora per il PCI, “sedicenti brigatisti rossi”, Mantakas e Zicchieri a Roma nel 1975, Ramelli e Pedenovi a Milano nel 1975, Angelo Pistolesi nel 1976.
Il MSI di Almirante non controlla più la situazione adesso, dilaniato com’è dal presentare un‘immagine moderata alla platea del suo elettorato anticomunista ma anche spaventato dalla violenza e la base giovanile del Partito che si sente abbandonata alla mercé della violenza rossa e della repressione statale,rinfocolata periodicamente dal PCI, in questo coadiuvato, per pavidità o calcolo poco importa, da tutti i partiti dell’Arco Costituzionale, con una particolare menzione dell’attività antifascista di alti esponenti della DC, come Taviani, Rumor e Cossiga.
In questo periodo l’anticomunismo a “destra “ non è un opzione ideologica, almeno non lo è per tutti, come, invece, l’antifascismo lo è per i gruppi dell’estrema sinistra, bensì una prassi necessitata dalla oggettiva condizione di assediati che cercano con ogni mezzo di controbattere nelle piazze e nelle scuole il piano di sterminio “etnico”  dei fascisti che viene perseguito dallo Stato antifascista e dalle varie sigle dell’ultrasinistra.

Allora sin dal 1976, con una piazza  per la “destra”,  a Roma divenuta in larga parte impraticabile politicamente, basti pensare alle decine di sedi del MSI costrette a chiudere o per i continui  assalti e attentati alle sedi, specialmente nei quartieri popolari (al Trullo, al Tufello, al Quartiere Africano, al Portonaccio etc) o per la repressione (sul finire del 1977 vengono chiuse via delle Medaglie d’Oro, via Martini a Talenti e via Ottaviano a Prati, per la legge sui “covi “ dell’impareggiabile Cossiga) il panorama giovanile della destra cambia volto e approccio.
Una nuova generazione di militanti si affaccia sulla scena e cerca di organizzarsi anche su nuove tematiche sociali legate al territorio (lotta al carovita, il problema della casa, il contropotere territoriale) nel contempo decisa a non concedere un millimetro all’arroganza nell’ultrasinistra nelle piazze e nelle scuole o con le buone o con le cattive. Chiudono le sezioni? Ci si ritrova davanti ai bar o nelle piazze del quartiere. Si va a volantinare in modo massiccio e  preparato nelle zone dove i compagni pensavano di farla da padroni, riconquistando agibilitàpolitica in diverse zone.
Si riesce a fare lo stesso in diversi licei della Capitale divenuti off-limits per i camerati da qualche anno.
In questa opera di Riconquista degli spazi della Capitale che va dal 1976 al 1980, si distinguono realtà organizzate legate all’attivismo missino del FDG romano, il Fuan di via Siena che po avrà una sua autonomia organizzativa , molti camerati cd “cani sciolti”  che operavano in modo autonomo. e Terza Posizione, l’organizzazione più compatta e strutturata dell’epoca che introdurrà, pur in un periodo assai turbolento, delle idee innovative sia sotto il profilo delle tematiche antimperialiste legate al ruolo dell’Europa Nazione che sotto il profilo organizzativo e militante.
Da citare, naturalmente, anche la componente giovanile raccolta attorno a Pino Rauti, che oltre ad innovare il MSI con l’apertura di radio libere alternative e diverse riviste tra cui “Linea”, “Elementi, “Eowyn “, animerà anche i Campi Hobbit di quegli anni.

La strage di Acca Larentia del 1978, fa da detonatore, in un clima già teso, amplificando un processo di ulteriore contrapposizione soprattutto contro lo Stato, oramai percepito da un intero universo militante come nemico dichiarato .
I successivi caduti, Giaquinto nel 1979 ad opera della Polizia, Cecchin nel giugno dello stesso anno ad opera degli attivisti del PCI del quartiere Vescovio guidati da Sante Moretti, Mancia nel 1980 per mano della guerriglia comunista, acuiranno ancora di più la durezza dello scontro, con scelte, in alcuni casi, necessitate dall’esasperazione, voluta e coltivata da chi per anni, nell’ombra ma anche esplicitamente, aveva lavorato affinché si compisse l’opera di totale criminalizzazione di un ambiente umano e politico. Caddero, infatti, anche coloro che decisero di rispondere con le armi in pugno a questo accanimento: come Franco Anselmi nel 1977, Alessandro Alibrandi nel 1981 e Giorgio Vale nel 1982 .
La ciliegina finale doveva ancora arrivare, e la Strage di Bologna che , grazie all’opera congiunta di  Cossiga prima e del PCI in seguito sarà, ancora una volta,  attribuita indebitamente ai fascisti, accelererà la spietata repressione di un’intera generazione di militanti e di un intero ambiente politico, con conseguenze devastanti in termini di sangue (si pensi a Nanni De Angelis “suicidato in carcere nel 1980),  di uso spregiudicato a dir poco del pentitismo teleguidato, di  carcerazioni preventive durate anni, di condanne pesanti, di latitanze forzate, di salti nel buio della lotta armata, non guidata da un progetto di presa del potere come velleitariamente proponeva la guerriglia comunista, ma semplicemente dalla necessità di sfuggire alla Tela del Ragno tessuta da Bologna in poi.
Come dicevamo all’inizio di questo scritto, abbiamo voluto riproporre per cenni un  lungo arco temporale di Storia di questo Paese che ancora attende la Verità sulla gravità di quanto successo dagli anni sessanta ai primi anni ottanta, anche perché le conseguenze di quanto avvenuto allora gravano ancora sul presente, nonostante  in molti preferiscano non sapere ignorare e accontentarsi delle menzogne sparse fino ad oggi in modo copioso da parte dell’antifascismo .