Anno nuovo e vecchia routine

Di Gabriele Adinolfi (No Reporter)

Inizia un anno di soli nove e mesi e mezzo perché fino alla metà di marzo i più saranno distratti dall’ennesima campagna elettorale, dopo la quale dovranno riprendersi psicologicamente, qualsiasi cosa sarà accaduta.

Inizia, quindi, un anno già mutilato, nel quale sarà difficile fare politica sul serio senza restare invischiati nella ragnatela ingannevole e immobilizzante dei social e dei talk show.

Nell’attesa che si esca indenni da questo chiasso e da quest’esibizionismo con annessa la percezione ingannevole di stare facendo qualcosa di concreto, nell’attesa che si (ri)prenda a costruire, ecco un paio di spunti di riflessione per il 2018. Nel segno della “storia maestra di vita”, intesa come spunto per interrogarsi e per modificare il proprio atteggiamento, rendendolo costruttivo.

È l’anno del centenario della vittoria, o, come si disse allora, della vittoria mutilata e tradita.

Sarebbe opportuno andare oltre la retorica delle celebrazioni, evitando anche di regredire storicamente ai tempi in cui i nostri confini erano intraeuropei.

Sarebbe il caso di ricordare come quella Grande Guerra fu l’opera alchemica e tragica di formazione di una Nazione. Nel sacrificio e nella mistica eroica, ma anche nel dinamismo del nazionalismo rivoluzionario, che è ben altra cosa rispetto al reazionario amor di Patria, lodevole quanto si voglia, ma diversi passi indietro rispetto all’intero Movimento eroico. Quel conflitto fu al tempo stesso la prima grande guerra civile genocida tra gli europei e segnò l’avvento delle potenze straniere sugli scenari mondiali; essa si rivelò poi un elemento di forte socializzazione, nazionalista o meno che fu; da essa scaturì una scintilla rivoluzionaria, che diede vita al comunismo e al fascismo nelle sue varie espressioni; rappresentò un incontro inedito tra natura e tecnica, tra elementarità e trascendenza, come ha magnificamente messo a fuoco l’incommensurabile Ernst Jünger; diede vita a un incontro/scontro, ma con possibile sintesi, tra tradizioni e modernità che offrì la possibilità di esprimere nell’attualità la Tradizione.

Sarebbe il caso di riscoprire quello spirito in tutte le sue forme, in modo da riprendere lo spirito nazionalrivoluzionario per coniugarlo nella rivoluzione europea.

È altresì il cinquantesimo anniversario del Sessantotto.

Anche su questo argomento dobbiamo andare oltre le critiche reazionarie e perbeniste che sovrabbondano a destra.

I figli del ’68, o meglio i loro aborti, hanno confezionato una società ignobile, fondata sull’arroganza, sul disprezzo, sull’intolleranza e sulla presunzione dell’Utopia. Ma quelli che li accusano raramente sono migliori di loro; anzi le loro anime sono spesso minate dalle medesime metastasi ideologiche e spirituali, solo che hanno un immaginario di superficie totalmente diverso ma non meno sterile e banale. Ciò non cambia la sostanza.

Il ’68 segnò la chiusura di un decennio di vigorosa contestazione generazionale e la sviò verso una stagione di miserie politiche. Ma quella contestazione era sacrosanta, solo che si divideva in due filoni ben distini. L’uno, quello sovversivo, mettava in discussione i padri, lo Stato, la Nazione, la guerra, la gerarchia e rivendicava la libertà individuale senza alcun archetipo. L’altro, quello nostro, metteva in discussione i proci: ovvero quelli che, figli del tradimento, impersonavano ruoli e funzioni per cui non erano all’altezza e rivendicava, appunto, uomini che corrispondessero all’archetipo. Gli uni, nuovi sofisti, additavano la commedia borghese con lo spirito stanco e nauseato degli esistenzialisti; gli altri, socraticamente, aggredivano la messinscena teatrale con l’anima di Pirandello. I primi volevano oscurare il cielo, i secondi volevano che tornasse ad essere limpido.

Alla distanza vinsero i primi, tanto che, con l’onda lunga, fu esattamente il loro spirito che s’impadronì dell’estrema destra, come si denota proprio dai tanto osannati Campi Hobbit che contrassegano l’avvento dell’individualismo antigerarchico e antimetafisico dei sessantottini sovversivi, e non certo quello dei rivoluzionari.

Che dite, sarebbe ora di riprenderci la rivincita? Ma non soltanto nei confronti delle Boldrini, anche di quasi tutti quelli che ci circondano, forse anche di noi stessi.

Buon anno!