Antifascismo second life

di Gabriele Adinolfi

da No Reporter

Una guerra civile da gioco di ruolo

“La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa” Carlo Marx.

Patetici i politici e i ministri

che sfilano contro il pericolo fascista sapendo bene che non esiste, ma che inscenano una pagliacciata. Si accalcano in selfies alla testa dei cortei perché così il gioco di ruolo ha deciso per loro che non hanno lo spessore né la personalità per scegliere da soli.

Fingono di trovarsi indietro di quarant’anni e di essere nell’occhio di un ciclone che non c’è.

Usano toni da clima d’emergenza e da strategia della tensione del tutto fuori luogo e fuori tempo, perché hanno studiato il copione e recitano come dei pappagalli.

Patetici gli antifa

che vogliono convincersi che il fallimento totale delle loro utopie dipenda dalla presenza di un elemento perturbatore che intorbida le acque. Se non ci fosse il fascista contro il quale invocare la pulizia etnica, allora sì che le loro utopie strampalate funzionerebbero! Se la gente le rigetta non appena le vive sulla propria pelle, la colpa, non potendo essere dell’utopia, è per forza di un untore che inquina e complotta e che va sterminato. Curioso come gli schemi di questo “pensiero” coincidano appieno con la forma più sciocca e volgare dell’antisemitismo. A furia di costruirsi un mostro e di guatarlo fisso in modo maniacale si finisce con il dargli vita: dentro di sé!

Patetici gli antifa

che credono di stare combattendo una battaglia politica e militare, come fecero i loro predecessori, ascari inconsapevoli del capitalismo più avanzato. Questi non stanno combattendo proprio nulla, la loro è una messinscena da “second life”: prendono in ostaggio la scena mediatica ma sono del tutto estranei alla società, alla realtà, alle dinamiche, sono una protesi scenica, completamente perduta nella psicopatia di una realtà immaginaria da camicia da forza.

E quando poi la finzione incontra episodicamente la realtà e qualcuno finisce agli arresti, il piagnisteo, il vittimismo, la denuncia isterica della repressione li rendono disgustosamente privi di dignità.

Patetici quei camerati

che s’indignano, che si lamentano, che invocano la democrazia e la polizia, fino al punto di far circolare foto-denunce sul web. Quelli per cui “non è giusto”, “fascista è proibito ma comunista no”, “ci sono due pesi e due misure”.  Ma va? Se non ci fossero, noi che ci staremmo a fare? Ci batteremmo per che cosa? Non ce ne sarebbe più motivo.

Purtroppo devo accettare il fatto che per molti oggi l’essere camerata è un gioco di ruolo anch’esso e quello che vogliono è sentirsi rappresentati, accettati, mettere in scena una parte nella commedia di tutti. Insomma s’identificano in un colore del grande arlecchino e per questo non riescono a tollerare che li estromettano o li discrimino, ne soffrono letteralmente. Peccato per loro perché non ne guariranno.

Bizzarro poi che molti camerati

vivano angosciati da questa escalation, comunque più di vetrina che di sostanza, nella quale si ritrovano ad essere i maledetti, le vittime sacrificali, i colli da ghigliottina.

Se noi fossimo in grado di mettere in discussione non dico il gioco ma anche solo qualche regola del gioco, non vedo cosa ci sarebbe di sorprendente nel fatto che ci massacrerebbero. Non si può pensare di voler rivoluzionare il sistema senza attendersi che quest’ultimo mandi al rogo i rivoluzionari. Lo stupore angosciato che si manifesta è però sensato perché viene dalla consapevolezza che nessuno sta mettendo a rischio il sistema né ci pensa minimamente e che quindi è ingiusto essere i capri espiatori, cosa che accadrà lo stesso per necessità mediatiche se le condizioni sceniche, e solamente sceniche, lo richiederanno.

Perché questo è il vero dramma di tutta questa storia, di tutta questa drammatica buffonata italiana: che è tutta una bolla virtuale.

“Più diventa tutto inutile più credi che sia vero” cantava Battiato una quarantina di anni fa.