AQUISGRANA: PENSARE ALTRIMENTI

da Progetto Prometeo

Grande apprensione, nel bacino Mediterraneo, per il nuovo accordo di Aquisgrana Trattato due giorni fa da Emmanuel Macron ed Angela Merkel per promuovere una progressiva integrazione tra i rispettivi paesi e dare una svolta ad una politica unificata a livello non solo europeo, ma mondiale. Il trattato, che ha scatenato un putiferio politico in Europa Occidentale, non aggiunge in realtà molto a quanto già avviene nella realtà, né al famoso Trattato dell’Eliseo siglato nientemeno che da Konrad Adenauer e Charles de Gaulle nel 1963, personaggi di ben altra caratura rispetto agli attuali leaders di Germania e Francia. I due paesi, che dal 22 Gennaio del corrente anno sono obbligati a consultarsi preventivamente tra loro prima di esporre una qualsiasi posizione a livello di politica estera, settore difesa compreso, marciano verso una sensibile integrazione politica e militare. L’accordo, che si preannuncia in funzione anti-nazionalista ma non anti-imperiale, parla anche dell’instaurazione del bilinguismo nelle zone confinarie, provvedimento, questo, che ha mandato in escandescenze i nazionalisti di Parigi. Più tiepide le reazioni a Berlino. Ma il vero nucleo innovativo del Trattato è nascosto nell’articolo 8, nel quale si pongono le basi di una stretta collaborazione diplomatica tra i due paesi nell’ottica di un superamento generale dell’ordine europeo post 1945. La Francia si fa dunque paladina, come possiamo leggere nel secondo comma del Trattato, di un accesso tedesco al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la qualifica di membro permanente, ovvero quel privilegio che spetta di diritto solamente alle nazioni vincitrici della Seconda Guerra Mondiale (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, URSS poi Russia, Repubblica di Cina poi Repubblica Popolare Cinese). Tale accesso è definito, all’interno del Trattato, come priorità della diplomazia dei due paesi. 

La portata completamente rivoluzionaria, politicamente parlando, del secondo comma è probabilmente stata ignorata in Italia sulla base di antichi rancori e campanilismi. Con l’accesso al Consiglio di Sicurezza di un paese sconfitto nella Seconda Guerra Mondiale, si sancisce la definitiva archiviazione del modello geostrategico mondiale che vede un sorta di primazia per le potenze vincitrici del 1945, e riconosce il mutato status multipolare del nuovo XXI secolo. La fine dell’ordinamento di Jalta, che prevedeva due influenze in Europa, una sotto patrocinio statunitense ed una sotto patrocinio sovietico, andrebbe finalmente in pensione con l’emersione di un nuovo polo geopolitico in Europa Centrale, con base a Berlino, e la secessione di Parigi dall’ambito oceanico a trazione anglosassone, che per contingenze varie ha rappresentato la casa della Francia del 1870 fino ad un paio di giorni fa. L’emersione di un terzo polo europeo riprende in parte il sogno di De Gaulle di separare la potenza francese dalla talassocrazia di matrice economicistica anglosassone, ed allo stesso tempo rinfocola gli afflati imperiali della Germania, uscita con le ossa rotte dal conflitto mondiale. L’articolo 8 manda inoltre in pensione definitivamente l’ordine basato sulla teorizzazione americana della Fine della Storia, in quanto l’unione franco-tedesca si prospetta come nuovo attore mondiale in un contesto tendenzialmente ostile. Quando si parla di politica e geopolitica, infatti, nessuno si unisce mai per puro amore, ma generalmente tali ragioni nascono per motivi essenzialmente difensivi o di spartizione di spazi geopolitici e di influenza; non esistono interessi nell’unire potenze, quando si vive in un contesto totalmente pacificato ed oliato perfettamente nel suo proposito di portare all’arricchimento delle Nazioni. Il nocciolo della polemica, a sud delle Alpi, verte però principalmente sui rapporti tra il nuovo asse Parigi-Berlino e l’Unione Europea. A tal proposito gli analisti si dividono, tra chi teme (o auspica) che l’intesa tra i due leader rappresenti un nuovo avanzamento dell’integrazione europea, con un allargamento progressivo del Trattato ad altri paesi più o meno volonterosi, e tra chi invece sostiene che tale trattato sia la vera pietra tombale sull’Unione Europea, sancendo l’accesso a quella fase di “Unione a più velocità” che altro non sarebbe se non la tappa intermedia verso la fine dell’UE, in favore di una sua ridefinizione in diverse alleanze a carattere regionale più efficaci ma al contempo meno estese. Concetto, questo, che a suo tempo fu patrocinato proprio da Jean Marie Le Pen, il quale in un celebre discorso all’Europarlamento di Strasburgo datato 10 Luglio 2008, proclamò al cospetto dell’allora presidente Nicolas Sarkozy, la necessità di “alleanze più piccole, ma certamente più efficaci” in un’ottica di separazione dalle potenze atlantiche e di riparo dal rischio dell’immigrazione. Se le posizioni sull’immigrazione risultano ancora pessime, da parte del nuovo asse, la dottrina internazionale sembra però attingere molto dal pensiero di Le Pen padre. Anche se nel trattato ci sono molti riferimenti all’asse Parigi – Berlino come propugnatore di una nuova integrazione europea, molti analisti si chiedono se questo processo di integrazione non sia invece il riconoscimento del fallimento di quello stesso programma di integrazione, archiviato con l’inaugurazione di una forte politica decisionista libera dai condizionamenti dei riottosi vicini di casa di entrambi i paesi. 

Gli ambienti della destra italiana, da quella più estrema fino al populismo a Cinque Stelle manifestano una grande preoccupazione nei confronti della formalizzazione di un Asse che, sebbene sancito soltanto ora, esiste in realtà fin dai tempi di Sarkozy. Non deve stupire, in merito, che Angela Merkel fosse sotto ferreo controllo dell’agenzia d’informazione statunitense National Security Agency fin dai tempi di Obama, che ne intercettava le telefonate ai principali leaders europei. Lo scandalo, seppellito velocemente dai media, non è stato però dimenticato da francesi e tedeschi, che hanno ritenuto opinabile la buonafede di un alleato che si permette di intercettare le conversazioni telefoniche dei suoi partner geopolitici e dei loro capi di Stato. La presidenza Trump, purtroppo anche per nefasti pretesti ideologici, ha dato ulteriormente la stura all’integrazione tra le due potenze liberali che si affacciano sul Reno: la necessità di rimanere indipendenti da un ex alleato molto ingombrante hanno reso sempre più impellente la necessità di cementare un’alleanza che soli pochi anni fa, con il socialista François Hollande all’Eliseo, si era molto raffreddata. Le esose richieste per il mantenimento degli impegni dell’Alleanza Atlantica di Donald Trump, hanno destato non poche preoccupazioni in un’Europa nella quale l’economia risulta complessivamente in corso di frenata. Oltre a questo, nessuno a Parigi e Berlino intende continuare a finanziare un’Alleanza che è espressione degli interessi egemonici e geopolitici di un’America improvvisamente fattasi ostile, e che continua a sobillare i suoi alleati geopolitici europei in funzione anti-francese (Italia) ed anti-tedesca (Visegrad, Polonia in testa).

La strategia americana in questo senso riprende il vecchio sogno nel cassetto del progetto Intermarium, ovvero il target geopolitico della classe dirigente polacca fresca di indipendenza alla fine della Prima Guerra Mondiale. Intermarium, nato col nome polacco di Międzymorze, altro non è che il grande progetto irredentista polacco di rinascita di un grande attore geopolitico, con base naturalmente a Varsavia, in quelli che furono i territori e la sfera d’influenza dell’antica Confederazione Polacco – Lituana: quel spazio dal Baltico al Mar Nero, finito stritolato dalla convergenza degli interessi Russi, Prussiani ed Austro-Ungarici dopo il Congresso di Vienna. Una situazione, quella della saldatura degli interessi tedeschi e russi, che il Dipartimento di Stato americano è determinato ad evitare. Tale posizione americana è stata ribadita pubblicamente già nel febbraio 2015 dal politologo statunitense George Friedman, il quale, davanti ad un’elitaria platea del Chicago Council of Global Affairs, ha ribadito che:

“L’interesse principale della politica estera americana nell’ultimo secolo, durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale e durante la Guerra Fredda, sta nella relazione tra la Germania e la Russia. In effetti, questi due paesi uniti sono il solo potere che possa minacciarci. Il nostro principale interesse è far sì che questo non accada.”

Come noto, la convergenza tra l’industria tedesca (e francese) e le risorse minerarie russe, nonché una possibile rinascita culturale europea nata dalla convergenza dall’irrazionalismo russo con le istanze anti-economicistiche del romanticismo tedesco, che tanto fecero sognare la poetessa moscovita Marina Cvetaeva, rappresentano un golem che terrorizza i tranquilli sonni dei diplomatici statunitensi. Abituati, come i loro colleghi di Mosca, a concepire disegni geopolitici di respiro secolare, ben intuiscono le potenzialità potenzialmente rivoluzionarie di un simile gentlemen agreement tra Europa Carolingia e Russia. Un accordo che nei paesi mediterranei e ad est viene recepito solamente nei suoi effetti più prossimi, ma che dove sussiste ancora una visione non miope viene intuita nelle sue grandi potenzialità future, sia politiche, sia economiche, sia ideali. Il pieno rilancio di Intermarium, dunque, con il sobillamento degli irrequieti paesi dell’Est contro Mosca e contro Berlino, si colloca in questa prospettiva. Non a caso Matteo Salvini è recentemente volato a Varsavia per sancire una collaborazione “proficua” con le autorità polacche per “un nuovo ordine europeo” ostile al cosiddetto “nucleo carolingio”. Un progetto che sicuramente non sarà difficile inquadrare geopoliticamente se si considera l’arcinoto placetdell’ambasciata americana a Roma sulla nascita del nuovo esecutivo giallo-verde. La saldatura degli interessi italiani a quelli della Polonia e degli altri Paesi Intermarium è nient’altro che la punta dell’iceberg della visione geopolitica americana per l’Europa ribadita da Friedman al convegno di Chicago. A questo si aggiunga la Brexit, altra tegola caduta su Bruxelles, lanciata direttamente da Londra, forse l’unico alleato che gli Stati Uniti non abbiano mai tradito o cercato di sovvertire. Grandi applausi, per il blitz polacco di Salvini, da tutta la destra populista europea, quella che, per intenderci, ha come padrino Steve Bannon, il plenipotenziario di Trump in Europa, che non a caso ha piantato il suo campo marzio politico proprio a pochi chilometri dalla capitale italiana, sulle colline della Ciociaria. Similmente, non deve stupire il silenzio del Cremlino in merito al nuovo Trattato. Vladimir Vladimirovič, ha infatti tenuto in merito un bassissimo profilo, aspettando forse che la tempesta decorra da sé, ma già in novembre, in una dichiarazione a Russia Today e riportata dall’agenzia Reuters, aveva chiarito che:

L’Unione Europea è un potente polo economico, una forte unione economica, ed è perfettamente naturale che essa intenda essere indipendente, autosufficiente e sovrana in materia di Difesa e Sicurezza”.

Un’affermazione, quella del presidente della Russia, che arrivava dopo le imprudenti, e certamente poco diplomatiche, dichiarazioni di Emmanuel Macron, che aveva dichiarato alla stampa che l’Esercito Europeo Unificato (embrione del quale è il Progetto PESCO), avrebbe dovuto garantire la difesa europea da qualsiasi minaccia, compresa quella statunitense. Una dichiarazione certamente avventata che Macron fu poi costretto a ritrattare dal suo entourage, definendola “frutto di un malinteso”. Il fronte anti-francese sembra però affidato quasi totalmente all’Italia, la quale non lascia passare giorno senza una qualche provocazione che, a torto od a ragione che sia, non ha altri interessi se non sbertucciare la Francia nei consessi internazionali ponendola in uno stato di ridicolo e di crisi di credibilità. Non che la Francia del liberale Macron cerchi di evitare tali situazioni, sia chiaro, ma la temporizzazione delle sparate giallo-verdi contro Parigi, che negano l’ABC della diplomazia e della politica, con gli scatti di rabbia dell’inquilino della Casa Bianca, fa senza dubbio pensare. Non mancano, a tal proposito, in Italia, le persone dalla memoria lunga, pronte a fare la lista di tutti gli sgarbi, le imposizioni e le arroganze subite per anni dall’Italia (quella che faceva i “compiti a casa”) senza mai fiatare, da parte dei transalpini. Un vero e proprio sparare alla Croce Rossa, questo, che ovviamente non può non titillare la storica rivalità tra i due paesi, che sovente scade in sfottò stantii ed inutili, ma ben capaci di rovinare anni di impegnative relazioni bilaterali. La saldatura dell’asse franco-tedesco, che si articola come un quadrilatero di fuoco che unisce Londra – Roma – Varsavia e Stoccolma attorno a quello che fu l’Impero di Carlo Magno non ha scopi diversi se non perseguire la secolare strategia anglo-americana di divisione tra Berlino e Mosca, togliendo ai tedeschi la sua influenza geopolitica sull’Europa Orientale (sostituendovi Varsavia), ed a Mosca il know-how tecnologico tedesco del quale essa ha bisogno come l’aria. A questo proposito si aggiunge la politica statunitense per l’Italia, ovvero la Portaerei del Mediterraneo. Tale “portaerei”, intende disturbare gli affari franco-tedeschi in area mediterranea, nonché, soprattutto, il grande spettro della politica del Foreign Office, ovvero l’accesso moscovita ai mari caldi, attorno al quale ruota anche la lunga guerra per procura contro Bashar al-Assad. 

La saldatura ipotetica tra Flotta del Mar Nero e l’Esercito Unificato franco-tedesco, sancirebbe chiaramente un pericolo per la principale flotta mediterranea, ovvero quella britannica. A tal proposito si capisce bene il perché del rafforzamento geopolitico, patrocinato da Washington, della “portaerei”, ed i malumori di Trump di fronte agli ennesimi tagli di bilancio per la Difesa voluti dai giallo-verdi. La Turchia, che era stata portata nel campo anti-russo proprio per chiudere i suoi Stretti a questa eventualità, è stata perduta dagli americani con il loro grottesco golpe militare per procura, risoltosi in una Waterloo, che ha rimbalzato Ankara, già storico partner tedesco, direttamente nel campo di Mosca. Ma cosa ha da guadagnare (e da perdere) il nostro Paese dal nuovo asse carolingio Macron-Merkel? Prima di cominciare a discuterne, è necessario partire da un ovvio, ma non troppo, preambolo: sia Emmanuel Macron, sia Angela Merkel, sono destinati, come tutte le cose, a passare. Nel caso della Cancelliera conosciamo anche la data nella quale ciò avverrà: le Elezioni Federali del 2021, alle quali la ventennale leader della CDU ha manifestato l’intenzione di non candidarsi. Per l’inquilino dell’Eliseo invece non è dato sapere, anche se la data di scadenza non pare molto distante, tra Affaire Benalla, gilets jaunes e popolarità a picco nei sondaggi. Francia e Germania però rimarranno, con il loro potenziale industriale, le loro economie, le loro forze di deterrenza (nucleari, nel caso francese) ed i loro 150 milioni di abitanti (oltre sei più della Russia, dato da non sottovalutare). Sì, perché le potenzialità, ma anche le realtà fattuali dell’asse carolingio sono assolutamente degne di nota. Con 150 milioni di abitanti sarebbe di gran lunga lo stato più popoloso dell’Unione Europa (seguirebbe l’Italia con 59 milioni), costituirebbe il primo esercito europeo ed il quarto del mondo, con una forza di deterrenza nucleare di trecento testate potenzialmente schierabili in tutti i continenti del pianeta grazie ai Territori d’Oltremare Francesi. L’asse carolingio sarebbe inoltre la terza economia mondiale per PIL. Un attore geopolitico, dunque, di tutto rispetto, in grado senza dubbio di parlare con voce forte nei contesti di crisi internazionale. L’Italia, come terza potenza demografica ed industriale d’Europa, porterebbe in dote al progetto una popolazione di quasi sessanta milioni di abitanti, arrivando a costituire un polo di ben 210 milioni di anime, le sue due portaerei (prima flotta europea di questo tipo di navi), in grado di pesare in maniera determinante nei contesti nei quali i giochi della grande politica mondiale vengono a farsi, anziché portare cerotti in ridicole missioni umanitarie ad usum delphini di Washington. La potenza economica italiana in settori strategici (nei quali sia francesi sia tedeschi sono deboli) come l’agro-alimentare, il mercato del lusso ed altri, consentirebbe, assieme ai fattori già detti, di trattare alla pari, e non da colonizzati, con Parigi e Berlino, a patto ovviamente di accettare regoli paritarie e comuni nella gestione della nuova Res Publica. 

L’Italia in realtà può dare moltissimo, se solo si liberasse del gigantesco complesso di inadeguatezza che la grava, andando prima di tutto a ricordare come essa, in condizioni ancora di semi-distruzione, nel 1951, sedeva già tra i fondatori della CECA, parlando alla pari degli altri convenuti, Francia e Germania in testa. Chiaramente, per farlo, servirebbe una classe dirigente in grado di “pensare altrimenti”, in grado di pensare da qui a cento anni, e non da qui alle prossime elezioni suppletive al collegio di Cagliari. Basta scorrere i nomi sui politici europei che sancirono la nascita dei progressivi meccanismi di integrazione europei che poi porteranno al giorno d’oggi, per notare una differenza abissale tra coloro che, pur con tutta la nostra distanza politica da essi, potevano vantare una certa caratura umana e politica (Sforza, Moro, Adenauer, De Gaulle, e potremmo continuare) ed i nani che oggi governano l’Europa. Qui occorre fare appello all’anima del concetto di Realpolitik. Un concetto senza dubbio poco idealistico, ma che fece la fortuna della grande politica europea dell’ottocento, da Napoleone a Metternich passando per Bismarck e Cavour, ma potremmo anche retrodatarlo semplicemente a Machiavelli, poiché mai come ora il fine giustificherà i mezzi. Considerando infatti il discorso da un punto di vista meramente identitario, nulla suona a morto per l’Europa più della sua americanizzazione, processo giunto in profondità, ma dal quale è possibile guarire in tempi altrettanto rapidi rispetto a quelli con i quali l’abbiamo subìto. Un’americanizzazione che certamente è dappertutto rispetto ad inesistenti germanizzazioni o francesizzazioni. E se pure è vero che oggi Germania e Francia sono paesi liberticidi (eppure liberali), nemici dell’identitarismo, del patriottismo e della libertà, è però vero che soltanto l’uomo nichilista e disilluso possa considerare perduta l’anima prometeica che le animava e che diede origine agli aspetti nazionalisti dei Lumi, certamente positivi, ed a quelli estatici, artistici ed altrettanto nazionalisti dei Romantici. Se queste anime, questi Volksgeistsono così diluiti e spariti nello Zeitgeist, siamo davvero convinti che l’Italia, per oscure ragioni di predestinazione, sia stata risparmiata dai flutti della storia? E se sì, cosa c’è a suffragio di questa ipotesi primaziale?

Poiché chi scrive non crede alle predestinazioni messianiche, che hanno sempre un gusto neo-protestante, e dunque estraneo all’Europa, crediamo che nulla possa salvarsi, al di fuori della Tradizione. L’Unione Europea è la Tradizione? Ovviamente no. Ma del resto nemmeno l’Italia del liberale Cavour era l’Impero Romano. Ciò non toglie che proprio quell’Italia, che a Mazzini non piaceva, poiché conservatrice e monarchica, rappresentò l’utero all’interno del quale poterono essere concepiti nuovi e portentosi orizzonti, anche imperiali. Ma Mazzini, appunto, era un politico con la P maiuscola, e nonostante si possa spesso esser in disaccordo con il pensatore e padre della Patria genovese, non si può negare che avesse quell’acume sufficiente che gli permetteva di non sabotare il nuovo e imperfetto progetto unitario che pur tra tante difficoltà stava vedendo la luce verso la fine della sua vita; vita onorevole spesa tra difficoltà ed incomprensioni, nella dura lotta per generare un’Italia che era in massima parte diversa da quella che, alla sua epoca, effettivamente nacque. Egli, pur continuando a lottare contro la monarchia sabauda, non si sognò mai di cercare di smembrare l’Italia che tanto aveva sognato; i suoi lavori, la sua opera, finanche il suo esempio umano e di vita, furono però il modello al quale si ispirarono coloro che ne raccolsero il testimone e che successivamente lavorarono ad un’Italia differente, che per un periodo sembrò davvero aver visto la luce. Se avessimo, oggi, politici dalla levatura morale di Mazzini, è probabile che cesserebbero tali provocazioni anti-francesi ed anti-tedesche, falsi padroni che di certo non mantengono centodieci basi nei nostri territori (cosa che invece facevano gli austriaci). E’ probabile che come i politici ed i rivoluzionari di un tempo penseremmo a cosa sarà l’Italia del 2119, anziché a pensare a quella del 2020. Il rischio è, ancora una volta, di scoprire troppo tardi quanto nel mondo nessuno faccia sconti a nessuno, quanto non esistano amici geopoliticamente parlando, e quanto onnipotenti siano gli interessi economici e militari che regolano la politica mondiale. Oggi, il compito di chi mantiene ancora fede in un’ideale, è comprendere come, al di là di una visione sterile che vede la vita, anche politica, decorticata di qualsiasi dimensione ideale e metastorica, la Storia continui a subire l’influsso di forze non determinabili dalla casistica geopolitica, ovvero il riemergere carsico della perenne volontà di affermazione dei popoli e dei loro Volksgeist.

In un mondo che progressivamente farà strame delle spire del liberalismo, non ci saranno più i paraventi di una finta democrazia e di ancor più finti diritti umani a garantirci dal brutale maglio dei popoli terzomondiali. Come sempre, in un mondo di sconosciuti, gli unici legami che conteranno davvero, saranno quelli parentali: ciascuno faccia indagine dentro di sé, ed indaghi a quali civiltà l’Italia è parente, e si dia una risposta. Noi ce la siamo già data.