Bolsonaro l’Italiano

L’elezione di Jair Messias Bolsonaro rappresenta una grande opportunità per l’Italia. L’ex capitano dei paracadutisti brasiliani ha infatti origini italiane (Padova per la precisione) e gode del grande sostegno della comunità italo-brasiliana, che vive nelle zone settentrionali del paese e gioca un ruolo importante nella gestione del potere economico e politico del paese. La cultura brasiliana, dai media allo spettacolo, è pesantemente influenzata da quella italiana. In alcune zone del paese viene insegnato l’italiano ed esiste un dialetto brasiliano, il talian, che è una variazione del dialetto veneto. San Paolo è un vero e proprio centro della cultura italo brasiliana, con oltre metà della popolazione brasiliana di discendenza italiana su 10 milioni di persone. Esistono poi enclavi nel paese come nova Veneza, baluardo della cultura italiana nel mondo. Attualmente in Brasile vivono oltre 27 milioni di brasiliani discendenti da italiani, cui si aggiungono 500 mila cittadini italiani residenti in Brasile. Negli ultimi anni vi è stata una forte riscoperta delle proprie origini e della propria identità. Se a questo ci si aggiunge la disponibilità del nuovo governo brasiliano di collaborare con l’Italia per l’estradizione del terrorista comunista Cesare Battisti, protetto dai precedenti governi della sinistra brasiliana, si può ben capire come il governo italiano debba cercare di approfittare della situazione per rafforzare i legami col Brasile. È molto buona in questo senso l’intesa che si è creata negli ultimi giorni via social tra salvini ed il neo eletto presidente brasiliano. Del resto, nei pericolosi giochi di alleanze in cui si trova l’Italia tra Russia, USA ed Unione europea, trovare nuove sponde e nuove possibilità d’investimento potrebbe essere solamente una cosa che va a vantaggio del nostro paese. Guardando invece la faccenda a livello ideologico, bolsonaro è un incognita. Oltre al programma politico da lui proposto, bisogna tener conto che lo scenario politico brasiliano è estremamente diviso. Comunque, non può certo essere definito un fascista visto che è il presidente di un paese multietnico e multiculturale (cosa che di rimbalzo si riflette sul suo elettorato essendo stato votato da oltre 60 milioni di persone aventi diritto al voto) e che ha ordinamenti costituzionali democratici e liberali, per non parlare poi del suo sostegno allo stato d’Israele (in questo senso poi si parla di questioni retoriche, il governo di lula e del PT per Quanto vicino in sede ONU alla causa palestinese si è sempre distinto per le collaborazioni militari con lo stato ebraico) ma è indubbio che sul suo modo di presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica non ci sia un po’ di quel caudillismo tipico degli uomini forti del mondo iberico. La figura del condottiero, dell’uomo duro e tutto d’un pezzo che non ha paura del fuoco incrociato dei media mainstream e dice quello che pensa perché è quello che pensa la gente. Il salvatore, il profeta, il “messias”. Del resto, dopo i disastri combinati dalla sinistra negli ultimi 20’anni, il brasile ha bisogno di un salvatore. La politica brasiliana è un deserto, dove i principali capi di tutti i partiti sono stati travolti dall’onda delle inchieste giudiziarie e dove le persone hanno perso fiducia nella vecchia classe politica a seguito dei disastri economici combinati dalla sinistra che hanno quasi portato il paese in bancarotta (l’apice è stato raggiunto con la falsificazione dei conti da parte della roussef che le è costato l’impeachment), ma anche a causa delle politiche di austerity a cui i conservatori ed i riformisti hanno sottoposto il paese per uscire dalla crisi. Un paese dalle grandi potenzialità portato sull’orlo di una guerra civile, dilaniato dalla corruzione e dalle divisioni interne. Che forse sia davvero giunto il momento dell’uomo forte? I brasiliani hanno detto di sì, e questo è ciò che conta.

Alessio Melita