Carità e vestiti usati: così il business della solidarietà impedisce lo sviluppo dell’Africa

da Il Primato Nazionale

Può la pelosa carità diventare un boomerang per le nazioni che intende (in teoria) aiutare? Visti i risultati delle politiche di sostegno allo sviluppo degli ultimi anni – per non dire decenni – la risposta sembra proprio di sì. E ora arriva anche la dimostrazione, che passa per…i vestiti usati.

In tutta Europa, ma anche negli Stati Uniti, donare vestiti non più utilizzati è una pratica comune. Così come non è un mistero il business che vi ruota dietro, fatto di una miriade di società che ottengono gratuitamente la merce per poi rivenderla, o direttamente o per ricavare liquidità da destinare poi ai più bisognosi. Per quanto riguarda l’Africa il caso più comune è il primo, ma ciò sta causando non pochi problemi al continente nero.

A rivelarlo un’inchiesta del Washington Post, firmata da Max Bearak e David J. Lynch e ripresa in Italia da Rivista Studio, che ci mostra come il germe dello sviluppo industriale, specialmente nell’Africa Subsahariana, è stato in buona parte affossato proprio dalle perverse dinamiche della carità. Non è un mistero – la rivoluzione industriale è qui a dimostrarlo – che il settore tessile possa essere un innesco per tutta una dinamica virtuosa. Ciò in Africa non è successo perché la concorrenza dei vestiti usati provenienti da Europa e Stati Uniti ha di fatto impedito alle poche aziende dell’abbigliamento locali di poter lavorare.

Alcuni Paesi hanno tentato di porre un freno a tutto ciò, imponendo dazi sull’importazione di vestiti di seconda mano. Dazi durati lo spazio di un annuncio, visto che al di là di poche e residuali eccezioni sono stati quasi subito rimossi su pressioni internazionali. Risultato? Quella che poteva essere una via allo sviluppo è letteralmente morta ancora prima di nascere. Lasciando l’Africa in balìa del pietismo radical chic.