Cattolicesimo e Risorgimento

da Il colore cenere

Una convinzione storicamente erronea viene coltivata oggigiorno sia da laici oltranzisti, sia da cattolici ultramontani, ossia quella secondo cui l’Unità d’Italia sarebbe avvenuta contro il cattolicesimo.

In realtà il grande storico cattolico Carlo Arturo Jemolo, ritenuto in maniera praticamente unanime il principale studioso dei rapporti fra Stato e Chiesa nel Risorgimento, ovvero della storia del cattolicesimo nel periodo risorgimentale, ha provato come i contrasti fra stato nazionale ed istituzioni ecclesiastiche siano avvenuti per cause contingenti e secondarie. L’idea della positività di una unione politica e giuridica dell’Italia, che si aggiungesse all’unità etnica e culturale più di due volte millenaria, era largamente condivisa anche da politici, intellettuali, ecclesiastici cattolici.

Vittorio Emanuele II e Camillo Benso di Cavour erano ambedue cattolici ed entrambi ricevettero i sacramenti sul letto di morte. La classe dirigente della Destra storica annoverava esponenti quasi tutti cattolici e praticanti: da Bettino Ricasoli a Ruggero Bonghi, da Marco Minghetti a Stefano Jacini; anche quanti non erano cattolici, come Francesco De Sanctis o Silvio Spaventa, avevano una concezione filosofica fortemente segnata dal cattolicesimo o comunque non ostile ad esso. Il re Carlo Alberto era un cattolico fervente, praticante e militante, e per sua volontà lo Statuto che da egli prese il nome e che rimase in vigore per un secolo prima della proclamazione della repubblica indicava all’articolo primo il cattolicesimo come religione di stato.

Considerando che all’epoca la quasi totalità della popolazione italiana era cattolica si può affermare senza timore di sbaglio che la netta maggioranza dei combattenti per l’Unità sia stata costituita da cattolici. Vi furono anche molti ecclesiastici, come don Ugo Bassi combattente nel 1849 alla difesa di Roma, frate Pantaleo che si unì ai Mille assieme a molti altri suoi confratelli, don Tazzoli che fu fatto impiccare dal Radetzky assieme agli altri martiri di Belfiore.

In anni recenti è stato pubblicato un saggio, I cattolici che hanno fatto l’Italia, a cura di L. Scaraffia, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma. Scaraffia afferma fra l’altro che il regno di Sardegna riuscì ad avere una funzione di guida non solo sul piano politico e su quello militare, ma persino in quello religioso, divenendo un modello anche in tal senso. Questo avvenne anche grazie ai cosiddetti “santi sociali” che operarono in gran numero a Torino proprio negli anni del Risorgimento, quali san Giuseppe Cottolengo, don Leonardo Murialdo, fondatore della Congregazione di San Giuseppe, don Francesco Faà di Bruno (fondatore dell’opera di Santa Zita, della congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio e d’un istituto scolastico, che è oggi il liceo Faà di Bruno), i coniugi Carlo Tancredi Falletti e Giulia marchesi Di Barolo e molti altri ancora, fra cui naturalmente il più celebre ed importante di tutti, san Giovanni Bosco fondatore dell’ordine dei salesiani. Proprio don Bosco fu spinto dai suoi interessi pedagogici a comporre manuali di storia patria e modellò l’appartenenza all’ordine da lui fondato su un paradigma coerente con una concezione cavouriana, come cittadini di fronte allo Stato e religiosi di fronte alla Chiesa.

In occasione della festa nazionale del 17 marzo 2011 tenutasi per commemorare i 150 dell’Unità d’Italia, l’allora pontefice Benedetto XVI ha rivolto al capo dello stato italiano Giorgio Napolitano un suo messaggio ufficiale. Il papa ha scritto che il «processo di unificazione avvenuto in Italia nel corso del XIX secolo e passato alla storia con il nome di Risorgimento, costituì il naturale sbocco di uno sviluppo identitario nazionale iniziato molto tempo prima. In effetti, la nazione italiana, come comunità di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dai sentimenti di una medesima appartenenza, seppure nella pluralità di comunità politiche articolate sulla penisola» Pertanto, proseguiva il Santo Padre, «l’unità d’Italia, realizzatasi nella seconda metà dell’Ottocento, ha potuto aver luogo non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo. La comunità politica unitaria nascente a conclusione del ciclo risorgimentale ha avuto, in definitiva, come collante che teneva unite le pur sussistenti diversità locali, proprio la preesistente identità nazionale, al cui modellamento il Cristianesimo e la Chiesa hanno dato un contributo fondamentale.»

Il pontefice allora regnante, quel Joseph Ratzinger che è per formazione intellettuale ed attività accademica anche uno storico, ha poi proseguito nel suo messaggio confutando un’interpretazione del Risorgimento come fenomeno contrario al cattolicesimo ed alla Chiesa cattolica: «Per ragioni storiche, culturali e politiche complesse, il Risorgimento è passato come un moto contrario alla Chiesa, al Cattolicesimo, talora anche alla religione in generale. Senza negare il ruolo di tradizioni di pensiero diverse, alcune marcate da venature giurisdizionaliste o laiciste, non si può sottacere l’apporto di pensiero – e talora di azione – dei cattolici alla formazione dello Stato unitario.» Benedetto XVI ha così ricordato tutta la vicenda politica del movimento risorgimentale cosiddetto neoguelfo: Vincenzo Gioberti, uno dei suoi principali rappresentanti; Antonio Rosmini una figura di tale rilievo nel campo del pensiero da giungere sino a condizionare l’attuale costituzione italiana; i vari politici d’orientamento assieme patriottico e cattolico come Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Raffaele Lambruschini; importantissimi rappresentanti di quella letteratura che ha contribuito a dare agli italiani il senso identitario d’appartenenza alla comunità nazionale e politica. Fra i patrioti che contribuirono in vario modo a diffondere l’idea di una Italia unita si possono ricordare Alessandro Manzoni, il cui celebre romanzo storico d’impronta cattolica è assieme una critica alla presenza straniera in Italia, e Silvio Pellico che nella sua opera autobiografica “Le mie prigioni” ha presentato una descrizione del sistema carcerario dell’impero asburgico e della sua personale fede.

Benedetto XVI approvando in tal modo in un suo messaggio ufficiale il valore dell’Unità d’Italia riprendeva un’ormai da tempo affermata posizione della Chiesa riguardo al Risorgimento. L’allora cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, aveva tenuto un discorso in Campidoglio, il 10 ottobre 1962, in cui di fatto giustificava il XX settembre e ne dava un’interpretazione positiva per il papato stesso. Prima ancora il beato Giovanni XXIII, allora pontefice regnante, dichiarò ufficialmente nel 1961 che il Risorgimento era stato «un disegno della Provvidenza» ed «un motivo di esultanza» per la Chiesa.