Che c’entriamo noi con la Rivoluzione?

di Gabriele Adinolfi

da No Reporter

Considerazioni amare per un fine positivo

“Fascismo, Europa, Rivoluzione!” si gridava nell’infinito dopoguerra riprendendo qualcosa che era cresciuto giorno per giorno dagli Anni Trenta.
Oggi tutto questo va molto meno di moda nel mondo socioculturale venuto nel dopo-Yalta.
Il Fascismo in tanti casi è un marchio tatuato per mettersi in vetrina in luoghi adattati all’uopo, esattamente come le prostitute di Amsterdam e di Amburgo.

L’Europa alcuni la vorrebbero disintegrare in nome di un frazionismo marginale sposatosi con un fondamentalismo della saccente ignoranza monetaria in un’accoppiata da brividi che incoraggia la marginalità e l’impotenza; altri la vorrebbero riformare, ma non si sa bene come.
La Rivoluzione è definitivamente scomparsa dagli orizzonti.
Che ci possiamo fare? È difficile uscire dal tribalismo esibizionista che si esplicita in selfies e si riduce a un grande gossip che inganna facendo baccano e intanto si nutre della sua eco.

Ora come ora
Abbiamo promosso una Rifondazione dell’idea d’Europa che a breve prevede varie tappe in un vero e proprio crescendo, quali le prese di posizione in tutta Europa sul senso delle prossime elezioni, la scrittura di un manifesto europeo comune e infine la costruzione di una classe dirigente nazional-rivoluzionaria europea di trentenni e ventenni.
Abbiamo scelto di operare fregandocene del frastuono stonato perché è intorno a chi crea nuovi valori (sulla base dei princìpi eterni) che silenziosamente si muove il mondo.
Ci pare superfluo parlare di Fascismo ché o se ne coglie il senso o lo si scimmiotta inutilmente e non v’è razionalismo che tenga.
In quanto alla Rivoluzione che non si vede e non si sente, qualche riflessione va fatta.

Rivoluzione…
Cosa significa Rivoluzione? Lasciamo stare gli esercizi filologici sul termine re-volvere e accantoniamo anche i concetti brutali ed elementari che la confondono con gli aspetti più violenti dello scontro.
Se ci atteniamo alla semplicità, la rivoluzione è un mutamento profondo delle concezioni su cui si basa una società. Che sia sovversiva, conservatrice o miracolosamente fascista (ovvero portatrice di sintesi) questo la caratterizza e non l’affermazione parziale di tale o tal altro concetto in un agone riformista.
Soprattutto, però, la Rivoluzione presuppone una mentalità rivoluzionaria che si può definire in poche parole. È necessaria una fede per la quale l’individuo tende all’impersonalità e per cui gruppi, partiti, sigle, movimenti, sono veicoli che non solo hanno una funzione momentanea, ma sono superabili e sacrificabili in quanto sottomessi ad un fine preciso e non viceversa.
Chi ha assunto uno spirito rivoluzionario si realizza nelle conquiste, nelle vittorie in sé e non per sé.
Quanto meno si mostra, quanto più, cioè, è l’opera che avanza e non l’autore, tanto più egli è felice.
Se accade l’inverso ogni senso è perduto.

Cento vetrine
È probabile che esistano epoche in cui una mentalità del genere trovi terreno più fertile e altre in cui accada l’opposto. Tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi degli Ottanta, sia a destra che a sinistra questa mentalità fu molto diffusa. Dovette fare i conti spesso e anche ferocemente con l’esibizionismo individualista che pur dilagava. Con la vittoria della reazione sovversiva fu quest’individualismo narcisista ad avere la meglio ed ancora detta legge.
Oggi è dura. Una miscela di fraintendimenti e di malintesi s’accompagna a una pulsione psicologica e sociale che è quella del “riconoscimento” e della “partecipazione allo show”.
Masse di persone tra i quindici e i cinquant’anni cercano una tribù, hanno bisogno non tanto di compiere azioni rivoluzionarie o perlomeno rivoluzionanti, quanto di apparire e di firmare.
Non vogliono cambiare profondamente le cose, ma avere un’immagine che consenta loro di occupare uno spazio nella competizione – e quindi nella lottizzazione – democratica e liberale.
A questo, in fondo, anelano, che ne siano consapevoli o meno, che abbiano o no l’onestà di riconoscerlo.
Non organizzazioni per la lotta di popolo, dunque, ma candidati a metterne in scena alcuni disagi purché regolarmente con firma e marchio. Da queste premesse discende la gerarchia delle scelte opportunistiche – spesso errate anche nei calcoli – che dettano i comportamenti politici e anche le parole d’ordine sempre più di retroguardia pensate per andare incontro al livellamento delle masse, tra l’altro con successo assai limitato.

Volontà
Non si può pensare seriamente ad alcun futuro se non recuperiamo i fondamentali sull’Europa e lo spirito fascista. Nulla di tutto ciò è però possibile se non si opera, in assoluta controtendenza, per riscoprire la mentalità rivoluzionaria. 
Per cambiare le cose non è necessario che questa mentalità sia particolarmente diffusa, bastano alcune decine di persone per cambiare tutto, ma perché ciò avvenga dovranno averla maturata sul serio.


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