Cinquanta anni fa il ’68. E poi il disastro…

dalla pagina facebook La voce della Patria

50 anni. Mezzo secolo. Un’esistenza ormai matura. Eppure, dalla sua disfatta politica, il maggio 1968 sta ancora producendo i suoi effetti nel campo sociale, politico e culturale.

Non soltanto perché i sessantottini ed i loro seguaci sono diventati, col tempo, la classe oggi dominante ed il loro modo di fare ha imposto il “politicamente corretto”, l’inizio dell’individualismo post-moderno ed egoista, la contestazione di tutto, con cui tutti, oggi, siamo costretti a fare i conti, a confrontarci.

Ma anche perché esaltando i diritti hanno tralasciato i doveri, rivelandosi così «architetti della rovina» che non ha tardato a giungere.

La Tabula rasa dei doveri di questi nuovi iconoclasti ha sovvertito la natura e la ragione dei diritti che, abbandonati a se stessi, assumono le sembianze di pretese.

Non a caso il loro motto urlato nelle strade era: «Vietato vietare!». Un motto distruttore, non costruttivo, spersonalizzante e assurdamente semplificatore. Perché abolisce il senso del dovere che è il naturale complemento dei diritti.

Con il ’68 la cosa pubblica è stata spogliata di tutti i sentimenti che le davano rispetto: spersonalizzare le Istituzioni dalla loro aura è impedirne l’ammirazione e l’attaccamento senza averli saputi rimpiazzare. La legge, impersonale per natura ha bisogno di essere sostenuta dal complemento dell’autorità.

En passant sono stati distrutti anche i valori della tradizione, dell’educazione, della famiglia, dello spirito di sacrificio…, e ciò dimostra una scarsa conoscenza della natura umana, dei suoi impulsi, dei suoi bisogni e di tutti i procedimenti che facilitano o impediscono il raggiungimento dell’interesse pubblico che si vuol perseguire. 

Tutti i corpi che servivano ad inquadrare la società italiana sono stati contestati, superati, quando non abbattuti, con il risultato che non giocano più il loro ruolo.

La deresponsabilizzazione, il rifiuto dell’autorità, l’abbandono del criterio meritocratico in favore di un’uguaglianza formale e sostanziale, che pure si sono realizzate con questa rivoluzione, non hanno apportato alcun rimedio ai mali sociali di cui ci si lamentava e si sono rivelati inadeguati a dominare «la massa enorme e complicata delle passioni e degli interessi umani».

L’autorità, la gerarchia, i valori, sono naturali nella misura in cui la storia li richiede o ne sono il risultato.

I risultati più perversi si sono visti nella scuola, dove non si insegna più l’essenziale, vale a dire il civismo, la morale, la disciplina e dove nessuno dice più ai giovani cosa è permesso e cosa è vietato! La condizione degli insegnanti, trattati agli occhi dello Stato come se fossero tutti uguali, come dei funzionari, è un’altra conseguenza delle idee del ’68: senza mezzi materiali e morali hanno perso il rispetto verso se stessi e quello degli alunni, e l’anarchia, la confusione, il sotterfugio e il dilettantismo sono divenute le caratteristiche più pressanti della nostra scuola.

Ciò che non è naturale è il relativismo morale oltreché intellettuale.

Pretesa uguaglianza, preteso livellamento…, ciò ha prodotto negli anni la già decantata decadenza della scuola e di tutto il sistema educativo in cui i giovani crescono (famiglia compresa): senza una preminenza per merito c’è solo l’arbitrio del sentimento umano o, peggio, dell’interesse. Sentimento umano che, necessario al rispetto dell’autorità è altrettanto necessario al rispetto della capacità.

Ecco perché è fallito come rivoluzione politica: il ’68 voleva distruggere senza discernere, i sessantottini si sono accaniti a spazzar via, come delle semplici rovine tutto ciò che hanno trovato di fronte al loro cammino.

Ma quest’opera si è limitata alla sovrastruttura, non alle fondamenta.

Con la loro “presa del potere” i sessantottini hanno dimostrato anche un’altra delle loro caratteristiche: la loro ideologia si è dimostrata ambivalente. Libertina e permissiva sul piano dei valori e dei doveri, dei costumi e dei linguaggi. Intollerante e repressiva verso chi non si riconosce nei codici e nei modelli di quel movimento libertario.

Come tutti i movimenti di massa esso fu eterogeneo, variegato e, in alcuni dei suoi componenti, decisamente delirante. Si esprimeva secondo un linguaggio marxista che oggi ci appare del tutto estraneo.

Si può tentare di stigmatizzarlo riducendolo ai suoi componenti più bislacchi, ma dentro la sua corrente principale il maggio del ’68 fu anche un grande movimento di democratizzazione, di liberazione e di modernizzazione della società.

I suoi effetti devono comunque essere corretti.

Non è un ritorno all’autoritarismo, ad una forma di obbedienza arbitraria fondata sulla forza e non sulla competenza che noi auspichiamo, ma la restaurazione di un vero spirito di responsabilità e l’uguaglianza delle opportunità.