Deflazione: Il nuovo volto del liberismo

Di Alberto Micalizzi

I dibattiti giornalieri sul patto di stabilità, sulla semplificazione del sistema fiscale o sulla mancanza di credito alle imprese, tanto per citarne alcuni, ci hanno indotto a dimenticare che la moneta, sovrana non quella a debito, è lo strumento principale di espansione e governo dell’economia.

Perché essa possa essere funzionale a ciò deve però essere disponibile e soprattutto non deve comportare la contrazione di debiti. L’Euro invece (ma il principio si applica anche al dollaro) è stata reso dolosamente scarso, e soprattutto la sua proprietà e la sua gestione sono stati demandati ad un club di società private (tali sono quasi tutte le principali banche commerciali) ed istituzioni regolate dal diritto internazionale (tale è la BCE).

I nuovi creditori, dopo essersi appropriati della moneta, hanno dunque compiuto il passo decisivo che desse un senso compiuto al progetto: creare scenari deflattivi. Durante la deflazione la moneta acquista valore rispetto all’economia reale cioè, letteralmente, compra più cose (l’opposto accade in caso di inflazione, dove la moneta perde valore rispetto all’economia reale).

Questo modello deflattivo mostra chiaramente un nuovo volto del neo-liberismo. Difatti, storicamente fino agli inizi degli anni ‘90, il liberismo si è attuato in scenari di inflazione e si è basato sul tranello di impedire al costo del lavoro di adeguarsi in misura proporzionale alla crescita dell’economia, così che gli utili potessero addensarsi in un numero sempre minore di mani, consentendo quindi il formarsi dei grandi conglomerati sovranazionali che rappresentano oggi vere e proprie entità “sovrane” che esautorano gli Stati.

Oggi, dunque, la nuova strategia è basata sulla deflazione in quanto i neo-liberisti sono diventati direttamente proprietari della moneta (cosa che prima non erano o non erano direttamente) e la deflazione è la strategia migliore per difendere il valore del proprio bene, la moneta appunto.

Semmai avessimo dubbi, guardiamo cosa impone la Troika agli esecutivi nazionali ed all’Italia in particolare: impone in primis di aumentare il prelievo sugli immobili e sui consumi, che rappresentano proprio le due manifestazioni principali, diretta ed indiretta, della ricchezza degli italiani. Ma quel che più conta, intensificare la pressione fiscale su immobili e consumi rappresenta il cocktail più recessivo che si possa concepire, come stiamo sperimentando sulla nostra pelle ormai da almeno sette anni. E questa recessione è la fiammella che alimenta la deflazione.

Ma la deflazione, a sua volta, innesca altra recessione: vedendo i prezzi scendere o semplicemente non salire si posticipano i consumi e si fanno meno investimenti. Ecco che il PIL ristagna e poi inizia a contrarsi, come accade regolarmente in Italia dal 2008 in avanti.

Ciò porta a due effetti tangibili: distruzione della domanda interna e creazione di disoccupazione strutturale, che rappresentano i veri obiettivi cui punta la Troika, premurosamente assegnati alla classe dirigente ingaggiata e sostenuta per tenere i Paesi sotto scacco (ripensiamo, solo a titolo di esempio, alla dichiarazione shock di D’Attorre del PD in tema di obiettivi di disoccupazione strutturale…).

Beninteso, tutto questo non è un problema per “loro”; infatti, nella visione del mondo delle elité affaristico-bancarie e dei loro “camerieri”, chiara e precisa, i beni si possono produrre altrove, e manodopera a basso costo può sempre essere importata da Paesi dove la disperazione, le guerre e spesso l’ingordigia di qualche grande corporation ha portato la devastazione.

Ecco spiegati i migranti, sponsorizzati solo perché schiavi necessari a comprimere il costo del lavoro (e sostenere quindi il processo deflattivo), gli OGM, che servono alle multinazionali per lanciare prodotti di massa e sostituirsi alle forze produttive locali e artigianali, il TTIP, che impedirà alla piccola impresa di far valere la qualità dei propri prodotti e via di seguito.

Questo è il quadro, tragico e triste. E da qui non ci spostiamo. I dibattiti interminabili su quanti immigrati si possono accogliere, sul fatto di sforare o meno il vincolo di bilancio, sull’abolizione dell’IMU o l’aumento dell’IVA sono tutti riempitivi di serata, che non modificano la direzione di marcia sancita dal modello “deflattivo” imposto all’Italia ed ai Paesi europei che soffrono quanto noi.

Siamo caduti in un grande pasticcio, uscirne stavolta non sarà facile, né indolore. Abbiamo anzitutto bisogno di perdere la speranza, di perdere la paura, di abbandonare gli atteggiamenti reazionari e primitivi per concepire una vasta azione di rinascita che non riguarda solo l’economia ma che da essa non può prescindere. Non importa quanto tempo ci vorrà, né se ne godremo i frutti. Alcune battaglie si ingaggiano per un senso di giustizia verso gli altri e verso sé stessi.