Di Maio cede e Salvini traccheggia: dov’è finito il sovranismo?

Tra i tanti termini che negli ultimi anni hanno iniziato a girare nel discorso politico, c’è sicuramente quello di «sovranismo». Concetto a volte efficace, a volte sfuggente, ma indubbiamente presente quando si tratta di delineare il fronte avversario del carrozzone europeista, eurista e globalista. Insomma, il sovranismo implica una difesa della sovranità nazionale dall’erosione delle prerogative di uno Stato nazionale in favore di organismi internazionali o sovranazionali. In Europa, questo si traduce in un’avversione nei confronti dell’Unione europea, della moneta unica e dei mercati finanziari. Da una parte c’è il popolo sovrano, soggetto politico fondante di ogni democrazia, e dall’altra ci sono organismi non elettivi che pretendono di dettare l’agenda politica agli Stati nazionali.

Il Movimento Cinque Stelle, pur connotandosi come un partito populista o qualunquista, era senz’altro nato con venature sovraniste non indifferenti: tra i cavalli di battaglia del movimento per la «democrazia diretta», c’erano infatti l’uscita dall’Ue e dall’euro, il contenimento di un’immigrazione clandestina fuori controllo, l’ostilità nei confronti del mercato globale. Ora tutto questo non c’è più. Se Beppe Grillo era stato il promotore di questa sorta di sovranismo populista e ultrademocratico, Luigi Di Maio ha invece rotto ogni indugio. Prima ha rassicurato i tanto odiati «poteri forti» sull’«affidabilità» dei Cinque Stelle, poi ha messo ieri la pietra tombale su ogni velleità sovranista: «Con noi al governo l’Italia rimarrà alleata dell’Occidente, nel Patto Atlantico, nell’Unione europea e nell’unione monetaria». Insomma, ogni ambiguità è caduta: i Cinque Stelle sono diventati a tutti gli effetti un partito di sistema, ogni sovranismo è stato abbandonato in favore di una dipendenza politica (Ue), monetaria (euro) e militare (Nato).

Più complesso è invece il discorso relativo ai sedicenti «sovranisti» del centrodestra, tra cui spicca la Lega del nuovo corso «salviniano». Matteo Salvini, infatti, è diventato per molti il riferimento (e referente) principale del sovranismo in salsa italica: si è fatto latore di un «lepenismo» italiano, ha espresso una linea di politica estera vicina a Putin (sovranista per antonomasia) e al premier ungherese Orbán (cioè l’anti-Merkel nel Ppe e al parlamento europeo), ha fatto salire nelle gerarchie di partito l’anti-euro Borghi e ha guadagnato alla sua causa l’economista Alberto Bagnai, anch’egli risolutamente no-euro. Per non parlare dello slogan elettorale «Prima gli italiani», che intendeva evidenziare, per l’appunto, una preminenza degli interessi nazionali rispetto a tutto il resto. Eppure, anche Salvini è rimasto nell’ambiguità: per meri calcoli elettorali, ha deciso di tenere in piedi l’alleanza con Silvio Berlusconi (per timore di perdere la presidenza di Lombardia e Veneto), ossia l’esponente italiano del Ppe merkeliano ed europeista, e si è rimangiato a pochi giorni dal voto la volontà di uscire dalla moneta unica. Strategie di lungo respiro, puri tatticismi in attesa del contrattacco? Può essere, ma l’ambiguità permane e l’avvicinamento al M5S non fa presagire nulla buono.

Fonte: Il Primato Nazionale