Disprezzare sé stessi e la propria cultura: l’Ur-antifascismo

da Il Primato Nazionale

Più di vent’anni sono passati da quando Umberto Eco teneva alla Columbia University di New York un discorso, poi trascritto da Repubblica, rivolto agli studenti americani, in cui delineava le caratteristiche fondamentali dell’Ur-fascismo, il fascismo persistente, la “Destra eterna”. Nella sostanza Eco individuò delle istanze presenti sia nel fascismo storico che nella galassia dei movimenti “neofascisti”, le quali non sarebbero altro che il manifestarsi nell’era contemporanea di archetipi presenti da sempre nell’indole umana. In altre parole, secondo Eco il fascismo esiste dalla notte dei tempi ed ha preso nel corso delle varie epoche diversi nomi. Essendo quindi l’Ur-fascismo un fenomeno radicato nell’interiorità dell’uomo in ogni tempo e in ogni luogo, la minaccia del suo manifestarsi è onnipresente, e la guardia non va mai abbassata contro i nostri istinti barbarici che vanno repressi con l’aiuto della dea Ragione.

Innanzitutto bisognerebbe ringraziare Eco per aver dimostrato come l’archetipo fascista poggia su basi naturali, su istinti radicati nell’interiorità umana. Ciò infatti ha molto valore nell’era della psicologia e della psicanalisi,  nell’era dove la barbarie viene condannata dalla civilizzazione ma al tempo stesso la società invita a non reprimere i propri impulsi naturali, che vanno anzi espressi in nome dell’affermazione della propria personalità, e tutelati dalla richiesta di sempre maggiori diritti civili (che storicamente sono sempre andati a braccetto con la rivoluzione sessuale). Del resto, nel mondo dove Dio è morto, ogni giustificazione metafisica di qualsiasi visione del mondo viene meno, le alternative che si pongono sono ammettere che ogni Weltanschauung sia un costrutto, oppure che ce ne siano alcune che si fondano su basi naturali. Ed è proprio questo il caso dell’Ur-fascismo che, grazie ad Eco, è avvalorato dal fatto che non siano istanze campate per aria, ma che trovino un fondamento naturale nell’istinto umano.

Sebbene sia ormai troppo tardi per replicare al grande semiologo (sic transit gloria mundi), ci sentiamo in dovere di completare la sua opera individuando in maniera schematica e riassuntiva anche le caratteristiche proprie di quello che chiameremo Ur-antifascismo:

1)Disprezzo connaturato verso se stessi, la propria terra, la propria identità, la propria cultura: l’idea che in passato il suo popolo si sia espanso a danno di altri è anintollerabile per l’antifascismo, dal momento che l’imperialismo e la volontà di potenza collidono con la sua morale laica, ed è quindi automaticamente inserito nella schiera degli “oppressori”. Il popolo oppressore per eccellenza è, ovviamente, quello Europeo, o, in maniera più generale, la razza bianca. Continui quindi sono i tentativi dell’antifascista di sminuire la sua identità, senza andare negli Usa dove i leftists urlano slogan come “mi vergogno di essere bianco”, oppure “tradire la razza bianca significa fedeltà all’umanità”, si pensi a quando viene detto che il popolo italiano in realtà non esiste in quanto risultato di un fantomatico melting pot dovuto a secoli di migrazioni; continui poi sono i suoi tentativi di rigettare il legame con la propria terra esaltando il diritto a migrare, il nomadismo, il mito del “viaggio”, lo sradicamento; disprezzando la propria identità, l’antifascismo disprezza anche la cultura storica che la forma, poiché predicante valori contrari alla sua visione del mondo progressista. “Rifiutare tutto ciò che il mondo attuale predica sarebbe presuntuoso, se dagli esametri di Omero agli ultimi versi di Yeats tutta la letteratura d’Occidente non predicasse il contrario” (Nicolas Gomez Dàvila, In margine ad un testo implicito).

2)Fiducia nel progresso: l’antifascista è intimamente convinto che la direzione verso cui l’umanità stia andando è quella del migliore dei mondi possibili, e che la sua lotta avrà un ruolo decisivo in ciò. Ogni conservatorismo è barbarico e va contrastato in quanto protettore di arcaismi che non hanno più ragione di esistere.

3)Culto di una morale laica: la cultura dell’antifascismo ritiene che esista una morale fondata sulla ragione che debba unire tutti gli uomini in un umanesimo di fratellanza e pace. Notando però che non esiste alcun motivo per il quale gli uomini dovrebbero adattarsi ad una simile morale (non essendoci alcun dio che spedisce all’inferno gli empi nell’aldilà), l’antifascista fa appello ad un sentimento extrarazionale come l’empatia, credendo che gli uomini per natura siano portati all’altruismo e alla condivisione dei beni, e quando si accorge che la storia e l’attualità lo smentiscono, anziché ritrattare le sue convinzioni, non essendo l’istinto empatico universale, obietta come se si fosse peccato contro la logica.

4)Disprezzo per ogni disuguaglianza: il mito egualitario che muove gli antifascisti è così profondamente radicato che si traduce in disprezzo di ogni differenza, non solo di classe, ma anche di sesso, culture, popoli. Tutto va confuso, mescolato, reso piatto, livellato e conforme in nome dei “diritti”.

5)Idea di una rivoluzione permanente: che si traduce in ribellione come stile di vita. L’aspetto trasandato come simbolo di anti-conformismo, così come i capelli tinti di colori improbabili, l’erba, le droghe e lo stile da “fattone”. Tutto ciò prende corpo nei movimenti studenteschi dove ogni pretesto diventa buono per manifestare. In ultima analisi non importa il motivo della manifestazione, importa la manifestazione fine a se stessa.

6)L’idea che le istituzioni sociali esistenti da millenni siano ingiuste, repressive, fatalmente destinate ad essere abbattute: l’insofferenza verso l’ordine sociale lo portano ad elaborare in continuazione nuove idee per destrutturarlo, denunciando i rapporti repressivi e teorizzando la loro fine. L’alienazione che soffre nella società attuale porta l’antifascista a proiettare le sue speranze su modelli di società alternative inesistenti che dovranno prendere piede con la fine (ritenuta inevitabile) del capitalismo, del patriarcato, della sessuofobia, delle religioni ecc.

7)Insofferenza verso la gerarchia, l’autorità: il mito egualitario e l’insofferenza verso l’ordine sociale portano l’antifascismo ad odiare ogni gerarchia o autorità: lo Stato, i re e gli aristocratici, le forze dell’ordine, i docenti e i presidi d’istituto, le gerarchie militari ecc.

8)Il mondo come perenne lotta tra oppressi e oppressori: l’oppressore per eccellenza è il maschio bianco, eterosessuale. Contro di lui l’antifascista deve mobilitare tutte le categorie degli oppressi da millenni di suo dominio.

9)Fascino per l’esotico e ciò che è straniero: mentre la nostra identità e le nostre tradizioni vanno distrutte in quanto retrograde ed opprimenti, la cultura dello straniero per quanto retrograda possa essere va rispettata. E’ così che si crea il paradosso degli LGBT e femministe che si trovano a denunciare l’islamofobia e a convivere con l’islam radicale. Ma la fascinazione per l’esotico si manifesta anche nell’appropriazione di oggetti provenienti dall’Oriente, come l’ossessione verso lo Yoga, il buddhismo (entrambe le discipline vengono declinate in chiave New Age e totalmente fraintese), la cultura rastafari, la cultura afroamericana.

10)La neolingua: per plasmare il pensiero contro le strutture sociali opprimenti, repressive ed alienanti l’antifascista è conscio del ruolo fondamentale che ha il linguaggio. E’ così che si tenta di deformare la grammatica, cambiare le radici o le desinenze, per eliminare tutte le tracce della persistente mentalità maschilista.