Evola ed il Risorgimento: Nazionalismo ed Identitarismo

 

Il 24 ottobre del 1922 Benito Mussolini, in Piazza del Plebiscito a Napoli, di fronte a decine di migliaia di fascisti che si preparavano alla marcia su Roma, portò con sé l’ultimo dei Mille ancora in vita. In verità, anche se molti movimenti politici si sono dichiarati continuatori ed eredi del Risorgimento, nessuno ha tanto insistito su questa continuità quanto il Fascismo ed in modo aperto, proclamato e conclamato.
Il più grande storico fascista, quel Gioacchino Volpe emarginato dopo il 1945 ma riconosciuto a tutt’oggi da studiosi di tutt’altra tendenza come uno dei massimi storiografi italiani di sempre, ha sostenuto nel suo capolavoro “L’Italia in cammino” la tesi della continuità fra Risorgimento e Fascismo. Due storici di alto livello come Rosario Romeo (giudicato abitualmente il maggior studioso del periodo risorgimentale) ed Alberto Banti, ambedue antifascisti, hanno malgrado ciò ammesso la sostanziale validità dell’ipotesi del Volpe.
L’autentico culto che il Fascismo ebbe per il Risorgimento ed i suoi protagonisti, a cominciare da Garibaldi e Mazzini, è stato oggetto di buone monografie, sebbene manchi ancora uno studio d’insieme. La causa di questa assenza è che un saggio che volesse analizzare sistematicamente la rivendicazione dell’eredità risorgimentale compiuta durante il Fascismo dovrebbe essere monumentale, poiché i politici ed intellettuali fascisti, a partire da Mussolini, furono persino ossessivi nell’insistere sul rapporto privilegiato fra il loro progetto ed i padri della patria del Risorgimento. Un buon libro al riguardo è quello di Massimo Baioni con il suo Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell’Italia fascista (Carocci, Roma 2006), che però è ben lontano dall’essere esauriente sul tema, malgrado le sue quasi trecento pagine.

È coerente con questo quadro che l’Antirisorgimento invece nasca nell’Antifascismo, tanto che i suoi veri fondatori sono stati Gramsci e Gobetti, ambedue recisamente ostili al Fascismo ed assieme critici verso il Risorgimento.
Sorprende pertanto che talora si ritrovino sedicenti fascisti che, al tempo stesso, criticano od osteggiano proprio il processo di unificazione nazionale, misconoscendo totalmente il rapporto storico ed inscindibile fra il Fascismo ed il Risorgimento. Questo atteggiamento è certo contraddittorio ed in modo insanabile, ma bisogna chiedersi perché esso si dia. Le ragioni sono molte, a cominciare dal fatto che alcuni di questi auto-dichiarati fascisti non sono realmente tali, anche se magari credono di esserlo, e che hanno assorbito idee e modi di pensare estranei al Fascismo storico o proprio antitetici. Non sarà mai sufficiente ribadire che l’Antirisorgimento nasce con l’Antifascismo e dall’Antifascismo. Ma un’altra causa è una cattiva ed incompleta lettura di Julius Evola.
Questo pensatore durante il Fascismo fu uno fra i molti intellettuali di riferimento, come Gentile, Reghini, Volpe, ma nel dopoguerra è gradualmente divenuto l’autore di gran lunga più letto e conosciuto dai neofascisti. La produzione di Evola è amplissima ma molto diseguale come valore. I testi migliori sono alcuni dedicati ai temi spirituali, che furono apprezzati persino da Mircea Eliade, ritenuto il maggiore storico delle religioni mai esistito. Libri come “La dottrina del risveglio”, “La metafisica del sesso”, “Lo yoga della potenza” sono testi notevoli. Al contrario, un volume come “Rivolta contro il mondo moderno” è, nonostante la sua fama, assai criticabile per non dire largamente privo di valore essendo basato su una ricostruzione storica fallace. Già un discepolo di Evola, quel colto e fine intellettuale che fu Adriano Romualdi, figlio di Pino, uno dei padri del Msi, aveva colto e segnalato (v. “Julius Evola: l’uomo e l’opera”, 1968), la presenza di «ingenuità storiche» negli scritti evoliani.
In ogni caso, Evola non ha mai rifiutato l’unificazione e lo stato nazionali, anzi ha dato di entrambi un giudizio positivo. Riguardo all’opinione di questo pensatore sul Risorgimento si possono citare due articoli di G. D’Uva, usciti su “La Cittadella”, che dimostrano come egli non abbia mai contestato l’Unità oppure preso le difese degli stati preunitari.
Inoltre è incontestabile che Evola ha regolarmente e con grande durezza condannato il papato ed il cattolicesimo, includendo ovviamente anche la sua presenza politica. Ad esempio, nella sua opera “Imperialismo pagano”, Evola chiedeva al Fascismo di diventare veramente romano, ossia “pagano”, senza sottoscrivere alcuna alleanza con il Vaticano. Egli parlava positivamente di quella che chiamava «l’Italia del ’70, l’Italia che vindice dei propri diritti, si insediava in Roma e di Roma affermava l’italianità, reintegrando l’antico inviolabile retaggio della stirpe latina». Coloro che difendono il cattolicesimo politico, quale quello dello stato pontificio, del regno delle Due Sicilie o degli Asburgo, capovolgono completamente il pensiero di Evola che per tutta la sua esistenza ne fu un reciso oppositore.
Evola scrisse in “Gli uomini e le rovine” che «Al Risorgimento si deve l’unità d’Italia, e qui non può trattarsi di fare il processo agli uomini e ai movimenti a cui, grazie ad un insieme assai complesso di circostanze, l’Italia dovette la sua unificazione e la sua indipendenza politica». È vero che Evola si espresse negativamente su alcuni aspetti del periodo risorgimentale, ma essi erano quelli che egli individuava quale tipici del mondo moderno, come il sistema parlamentare.
Si deve anche sottolineare l’aperto disprezzo evoliano (esposto per scritto e minutamente in un articolo uscito su “La Torre”) verso certi atteggiamenti provinciali, il culto del dialetto e della “piccola patria” etc. Evola fra l’altro ha definito alcuni ambienti sociali (cari ai Borboni ed ai nostalgici dei briganti) quali «plebi ignoranti, bigotte e fanatiche».
In sintesi, Evola non fu certo un esponente dell’Antirisorgimento, quell’Antirisorgimento che è intrinsecamente Antifascismo. Egli, monarchico ferreo, ammiratore di uno stato forte, nazionalista italiano e “romano”, pagano ed anticattolico, non poteva certo respingere la riunificazione dell’Italia sotto un re e la presa di fine del potere temporale del papa. Le sue osservazioni critiche sul Risorgimento, poche e del tutto secondarie nel complesso della sua bibliografia, erano rivolte su aspetti secondari del periodo ed erano dirette non all’Unità od alla monarchia dei Savoia in quanto tali, bensì semplicemente al liberalismo. I sedicenti evoliani che rimpiangono gli staterelli preunitari, il papa-re ed i re lazzaroni che parlavano in dialetto, stravolgono completamente il suo pensiero.