Evola: Washington e Mosca sono uguali. E anche Pechino

da Internettuale

Lo scontro Occidente-Oriente è una bufala, acclarato che “questo” Occidente e “quello” Oriente non sono più i contenitori di culture alternative. Entrambi i “massimi sistemi” sono arrivati alla stessa meta perché fondati su principii soltanto in superficie opposti. Si sono dunque moltiplicati gli sforzi per ricercare una “via” da percorrere, per tratti più o meno lunghi, con altre “forze” che non volessero essere in eterno ricondotte al gioco bipolare di Jalta.

Persino la costruzione dell’Europa, di “questa” Europa mercantile e affaristica, era stata subito vista come un “bene” rispetto ad una sterile disgregazione. 

Invece, tutto d’un botto, analisi speranze iniziative azioni sono sparite, inghiottite nella rinnovata falsa contrapposizione Washington-Mosca e poi Washington-Pechino.

Se gridare e sbracciarsi a favore dell’una come dell’altra parte portasse un’acquisizione di forza cioè accrescesse la nostra incidenza negli affari interni ed internazionali, allora con fredda lucidità si esaminerebbero i pro e i contro dell’una come dell’altra opzione e poi, fatti bene i conti, ci si schiererebbe.

Ma così non è! 

Il fatto è che si dimenticano i principii, a favore di frenetiche agitazioni pilotate dai “media” dominanti. 

Julius Evola in “Rivolta contro il mondo moderno” (Ed. Mediterranee 1969) dedica una trentina di pagine alle due realtà, americana e sovietica (l’Urss non era ancora fallita), ammonendo «chi ancora si trastulla con l’idea che la “democrazia” americana sia l’antidoto contro il comunismo sovietico, l’alternativa del cosiddetto “mondo libero”». «In genere – ricorda Evola – si riconosce il pericolo quando esso si presenta nella forma di un attacco brutale, fisico, dall’esterno; non lo si riconosce, quando esso prende le vie che passano dall’interno».

Evola punta l’obiettivo sui caratteri comuni e scrive: «…l’America, nel modo essenziale di considerare la vita e il mondo, ha creato una “civiltà” che rappresenta la precisa contraddizione della antica tradizione europea. Essa ha introdotto definitivamente la religione della pratica e del rendimento, ha posto l’interesse al guadagno, alla grande produzione industriale, alla realizzazione meccanica, visibile, quantitativa, al di sopra di ogni altro interesse…».

Al pari dell’Unione Sovietica, anche l’America «ha opposto alla concezione, in cui l’uomo è considerato come qualità e personalità in un sistema organico, quella, in cui egli diviene un mero strumento di produzione e di rendimento materiale in un conglomerato sociale conformista».

«Stalin e Ford – sottolinea Evola – si danno la mano e, naturalmente, si stabilisce un circolo: la standardizzazione inerente ad ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione di chi lo consuma, l’uniformità dei gusti…».

E c’è di più. C’è la grossa sollecitazione operata a tutti i livelli allo scopo di assicurare il consenso alle strutture di potere. Al riguardo, Evola, pur non avendo visto i faraonici apparati messi a punto per le Olimpiadi moscovite, ma avendo sott’occhi quelli americani (e quelli nostrani!), ha scritto: «Inoltre, ciò che nel bolscevismo era stato programmato e qua e là realizzato in fatto di rappresentazioni “teatralizzate” del risveglio del mondo proletario ai fini di una attivazione sistematica delle masse, in America ha trovato da tempo il suo equivalente su ben più vasta scala e in forma, di nuovo, spontanea: è il delirio insensato dei meetings sportivi, centrati in una degradazione plebea e materialistica del culto dell’azione; fenomeni di irruzioni del collettivo e di regressione nel collettivo, questi, che peraltro, come è noto, da tempo hanno varcato l’oceano».

Faciletrovare «analoghi punti di corrispondenza, i quali– conclude Evola – permettono dunque di vedere in Russia e America due facce di una stessa cosa, due movimenti, che, in corrispondenza coi due più grandi centri di potenza del mondo, convergono nelle loro distruzioni». Parallelamente, emergono le false contrapposizioni e le reali convergenze tra la Cina “teatralmente comunista” e gli Stati Uniti “campioni dell’Occidente”.