di Carlo Bonney

da No Reporter

La sinistra che pretende di dare lezioni

Il rimpatrio coatto di Cesare Battisti ha riaperto un dibattito sugli anni 70 che sembrava sopito da tempo.
A dire il vero, finora  ci si è soffermati, come spesso succede in Italia,bcon spirito da tifosi di calcio, solo sul caso singolo e sulle vicende processuali del Battisti, di cui, a scanso di equivoci, ce ne cale assai poco.

Quel che ci cale, invece, ed è un sintomo interessante da analizzare, è la reazione scomposta e livorosa dell’apparato di protezione in servizio permanente effettivo che dagli anni Settanta scatta ogniqualvolta viene alzato il velo sul fenomeno della lotta armata comunista in Italia.
Il giustificazionismo, l’invocazione artificiosa dello Stato di diritto, le jagulatorie riduttivistiche,  gli accorati appelli di pseudointellettuali impegnati, financo i riferimenti al perdono evangelico per Battisti, offuscano il fenomeno storico che ha investito l’Italia dalla fine degli anni sessanta e che oggi, e non fanno giustizia alla verità ed alla comprensione di quel che è avvenuto allora.

Cercheremo, per brevi cenni, di mettere un po’ d’ordine in una Storia, i cui cascami scellerati si trascinano fino ai giorni nostri.
Partiamo da un‘Italia reduce dagli anni del boom economico, con una DC saldamente legata agli Usa che, guidati allora dai repubblicani di Richard Nixon, in piena Yalta, mantengono un certo “ordine” in ambito europeo, appoggiandosi anche a regimi autoritari in Grecia ed in Spagna.
In Italia nel 1963 nasce il primo Governo di centrosinistra guidato da Moro, esperimento che fa da apripista, ma incomincia a farsi strada anche  la mutazione sociale, di costume e di modernizzazione capitalistica del paese che di lì a poco porterà al 68.
In questo contesto il PCI fiancheggiato dal PSI massimalista di allora di Nenni prima e di De Martino poi, inizia la sua lenta ed inesorabile ascesa verso il potere a livello nazionale.
Dalla fine degli anni sessanta, il PCI grazie al suo apparato ed alla sua poderosa scuola-quadri, inizia ad occupare sistematicamente posizioni di rilievo nella Scuola e nelle Università, nella Magistratura, nei Servizi segreti “riformati” grazie allo smantellamento del Sifar di De Lorenzo divenuto “il democratico” SID, nelle redazioni dei principali giornali, nei sindacati, nella Rai e con grande lungimiranza, soprattutto nel mondo dello spettacolo e degli intellettuali, potendo contare anche sull’appoggio delle più grandi case editrici allora esistenti.
In questo modo intercetta e gestisce anche i primi fermenti di ribellione giovanile e con grande spregiudicatezza indirizza anche i primi fenomeni “armati” verso gli obiettivi più confacenti alla sua strategia: i fascisti.
Da una parte, in questo modo, depotenzia la contestazione a sinistra che pure stava creando problemi alla sua indiscussa egemonia nel mondo operaio, dall’altro fiancheggia con il suo apparato propagandistico, i primi gruppi armati, compreso il primo nucleo delle Br, definite per anni “sedicenti” da fior di intellettuali comunisti e che ricevette in “dono” le prime armi da partigiani emiliani del PCI, come affermato più volte da Franceschini.

Perché, diciamolo francamente, in quel «contesto», grande fu la responsabilità della classe intellettuale italiana quasi tutta. 
Assolutamente da citare e ricordare la lettera aperta che nell’ottobre 1971 fu inviata al Procuratore della Repubblica di Torino, il quale aveva denunciato direttori e militanti di Lotta Continua (un movimento di estrema sinistra, lo diciamo per i più giovani) per istigazione a delinquere. Nella lettera aperta si scriveva: «Testimoniamo pertanto che, quando i cittadini da lei imputati affermano che in questa società “l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe”, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono “se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andare a riprendere quello che hanno rubato”, lo diciamo con loro. Quando essi gridano “lotta di classe, amiamo le masse”, lo gridiamo con loro». Ma ecco il passaggio finale di quella lettera: «Quando essi si impegnano a “combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento”, ci impegniamo con loro».

Chi erano i firmatari di questa lettera, che si impegnavano a «combattere con le armi in pugno»? Cinquanta esponenti del mondo dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Nomi sorprendenti. Ecco alcuni firmatari di quell’appello in cui si annunciava la propria adesione alla lotta armata: Umberto Eco, Tinto Brass, Cesare Zavattini, Carlo Gregoretti, Enzo Paci, Giulio A. Maccacaro, Giulio Carlo Argan, Salvatore Saperi, Pasquale Squitieri, Natalia Ginzburg, Tullio De Mauro, Paolo Portoghesi, Lucio Colletti, Paolo Mieli, Sergio Saviane, Serena Rossetti, Nelo Risi, Giovanni Roboni. Come si vede, professori universitari, registi cinematografici, filosofi, storici, futuri ministri, poeti, scrittori, giornalisti. In una parola, gente che ricopriva una posizione centrale nel mondo in cui si formano le coscienze di un popolo.
Degli isolati, quei cinquanta firmatari?
Macché. Furono più di ottocento i rappresentanti della cultura italiana che sottoscrissero un documento pubblicato su “L’Espresso” il 13 giugno 1971, documento in cui il commissario Calabresi veniva definito «un torturatore» e «il responsabile della fine di Pinelli». Prima di elencare alcuni nomi di quegli ottocento firmatari, va ricordato che il commissario Calabresi fu ritenuto innocente della morte dell’anarchico Pino Pinelli con una sentenza emessa dal giudice (dichiaratamente di sinistra) Gerardo D’Ambrosio; e che lo stesso Calabresi venne ucciso in un agguato il 17 maggio 1972 al culmine di una campagna di odio e di false accuse scatenata contro di lui. Ed ecco dunque alcuni di quegli ottocento che calunniarono Calabresi: i filosofi Norberto Bobbio, Lucio Colletti e Lucio Villari; i registi cinematografici Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Luigi Comencini, Liliana Cavani, Giuliano Montaldo, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani, Paolo e Vittorio Taviani, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Salvatore Saperi, Ugo Gregoretti, Nanni Loy; i poeti Pier Paolo Pasolini, Giovanni Raboni e Giovanni Giudici; i pittori Renato Guttuso, Andrea Cascella, Ernesto Treccani; gli editori Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli; i critici Giulio Carlo Argan, Gillo Dorfles, Morando Morandini, Fernanda Pivano; la scienziata Margherita Hack; gli architetti Gae Aulenti, Giò Pomodoro, Paolo Portoghesi; gli scrittori Alberto Moravia, Umberto Eco, Domenico Porzio, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Natalino Sapegno, Primo Levi, Lalla Romano; i politici Umberto Terracini, Massimo Teodori, Giorgio Amendola, Giancarlo Paietta; i sindacalisti Giorgio Benvenuto e Pierre Carniti; i giornalisti Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Giuseppe Turani, Carlo Rossella, Camilla Cederna, Tiziano Terzani.
Come si può notare il fior fiore dell’intellighenzia in orbita PCI dell’epoca non aveva problemi ad inneggiare alla lotta armata ed al sovvertimento violento dello Stato.
In quel periodo, in parallelo, emerse in tutta la sua brutalità antifascista la struttura illegale di Potere Operaio, scioltosi ufficialmente nel convegno di Rosolino del 1973, ma che, a Roma soprattutto manteneva intatta la sua struttura clandestina operante con varie sigle  e che fu protagonista della Strage di Primavalle del 1973 ( Lollo, Clavo, Grillo, i suoi militanti implicati), di Mantakas nel 1975 (Panzieri e Lojacono) e di Mario Zicchieri sempre nel 1975 (Seghetti e altri), solo per citare alcuni episodi.

Non passa giorno, a Roma e Milano soprattutto, che le sedi del Movimento Sociale italiano e di altri gruppi  di “destra” non vengano assaltate, fatte esplodere, mentre non si contano le aggressioni fisiche ai danni di studenti fascisti nelle scuole e nelle Università, da parte di tutte le variegate sigle dell’ultrasinistra dell’epoca, compreso il servizio d’ordine del PCI. Ciò innesca, ovviamente, la dovuta reazione di autodifesa per la sopravvivenza fisica, prima che politica, dei camerati.
In tutti questi casi il PCI, con la complicità di una DC che non voleva di certo spendersi per delitti che riguardavano fascisti, promosse Comitati di sostegno all’innocenza degli assassini (clamoroso il caso dei senatori del PCI, Terracini, Natoli e Foa a sostegno di Fabrizio Panzieri) e attraverso i suoi giornali ed intellettuali di riferimento promosse campagne stampa tese a screditare le indagini che puntavano diritto all’identificazione dei responsabili, oggi tutti liberi o latitanti all’estero, ma le cui responsabilità sono oramai acclarate.
In quegli anni anche il PSI mantiene rapporti con Potere Operaio, in nome dell’antifascismo, come emerge dalle indagini sulla strage di Primavalle. Rapporti che nel 1978 Craxi utilizzerà per cercare di salvare la vita di Aldo Moro.
I rapporti, infatti, cambiano con il sequestro Moro e con l’accelerazione dell’ingresso del PCI nell’area di Governo, benedetta dalla nuova Amministrazione Usa, attraverso la sapiente opera del Segretario di Stato Kissinger ed i suoi contatti con i “miglioristi” del PCI in combinato disposto con le stragi attribuite ai “fascisti” di Brescia e dell’Italicus, che però stranamente hanno l’effetto di incrementare ogni volta i voti del Partito Comunista, fino al sorpasso della DC avvenuto nelle elezioni amministrative del 1976.
A questo punto il PCI diventa il “partito dell’ordine e dello Stato” contrario ad ogni trattativa con i brigatisti sull’affaire Moro, e in barba al motto di “pas de ennemis a gauche” muove i suoi magistrati contro l’area dell’Autonomia e dei reduci di Potere Operaio, con l’operazione del 7 Aprile 1979 , nella quale finiscono in carcere con frettolosa approssimazione, tutti i leaderini dell’estrema sinistra, autonoma e non, dell’epoca.
La rotta dell’estrema sinistra comunista armata, senza più sostegni e non più “sedicente”, lascia ancora una lunga scia di sangue e di morte, nel magma delle sigle guerrigliere dell’area autonoma e della ex Lotta Continua, il militarismo folle si spegne in un sabba che durerà ancora per parecchi anni, ma ormai sono stati scaricati: di loro non c’è più bisogno. O meglio, svolgono una nuova funzione: dare al PCI quella solida reputazione “democratica” e di garante della solidità delle Istituzioni.
Ma un legame esiste ancora: dopotutto sono “compagni che  hanno sbagliato” ma che appartengono all’album di famiglia e che dopo il pasticciaccio brutto della morte di Aldo Moro, sulla cui lapide si è eretto un gigantesco muro di omerta’ rientra anche la strage di Acca Larentia di tre mesi prima.

Negli anni a venire, infatti, tutti i protagonisti dell’omicidio Moro escono alla chetichella dal carcere, pur condannati per reati gravissimi, e si tengono la cicca nei vari processi e Commissioni d’inchiesta che a distanza di 40 anni ancora non hanno potuto fornire una versione chiara e definitiva di cosa avvenne veramente a via Fani il 16 marzo 1978 e soprattutto cosa avvenne nella gestione finale del sequestro.
Questo patto scellerato spiega molto sulle reazioni scomposte di un ceto “intellettuale” ancora compiacente verso i “guerriglieri” latitanti all’estero, protetti da personaggi influenti, da Presidenti della Repubblica come in Brasile e in Francia, dall’Internazionale Socialista, da intellettuali come Beranrd Henry Levi o Gracia Marquez,da servizi stranieri ancor più interessati dei nostri a coprire il periodo degli anni di piombo per le loro evidenti interferenze, da legami inconfessabili che coinvolgono personaggi brigatisti del “Superclan” ancora nell’ombra che gravitavano presso la scuola di lingue parigina Hyperion (Simioni, Vanni, Mulinaris) vero luogo di programmazione terroristica in Europa e di incontro tra servizi dell’est e dell’ovest, come rivelarono anni dopo Craxi e Andreotti.
Il filo rosso non si è mai interrotto e anche gli eredi di quella tragica pagina, hanno l’interesse a mantenere il silenzio su quel periodo i cui malefici intrecci arrivano fino ad oggi e di cui il caso Battisti, rappresenta, per loro, solo il primo campanello d’allarme. 
Temono, evidentemente, che gli equilibri, nazionali ed internazionali, che hanno impedito chiarezza su quel periodo stiano saltando e con essi la rendita accumulata nel recente passato oppure è semplicemente il riflesso del cane di Pavlov?
Forse, tutte e due le ragioni, ma hanno scordato un vecchio detto maoista che i loro padri amavano ripetere nei cortei prima di fare brillanti carriere aziendali o nelle redazioni della stampa mainstream “ la Verità è sempre Rivoluzionaria” e arriva per tutti.