Hernan Cortes. Uno spirito Europeo. Seconda parte.

di Giovanni Pucci

da No Reporter

L’incarnazione di Quetzalcóatl

La seconda domanda ovviamente è: come si comportò Cortes con gli altri Come fece crollare un potente impero che installatosi da più di 200 anni su quelle terre controllava milioni di anime grazie solo a qualche centinaia di soldati? Se il coraggio fisico e la superiore tattica militare europea furono compagne inseparabili dell’avventura di Cortes, di certo però non potevano essere sufficienti. Il comandante spagnolo si rese ben presto conto che l’impero azteco benché formidabile non aveva il monopolio assoluto sui popoli della valle dell’Anahuac, oltre ai suoi fieri avversari come i tlascatani che come abbiamo visto diverranno una volta battuti i migliori alleati di Cortes, il regno di Montezuma era minato dall’interno. Governando con pugno di ferro sui popoli assoggettati, imponendogli tributi altissimi ed esigendo sempre più numerosi prigionieri da sacrificare alle loro divinità, gli aztechi si erano fatti terra bruciata intorno. Non sorprende quindi che Cortes ed i suoi furono accolti il più delle volte come liberatori nei territori periferici dell’impero. Chi li contrastò apertamente o cercò di tradirli, lo fece solo per paura della reazione del tlatoani, ovvero Montezuma. Cortes da parte sua prometteva pace e libertà chiedendo in cambio solo la sottomissione alla Corona spagnola e l’adesione alla fede cattolica, con il contestuale abbandono dei culti pagani.

Grazie all’intermediazione della Maliche, la ragazza azteca che parlava sia il nahuatl sia la lingua maya ricevuta come bottino di guerra e che diventerà anche la sua amante e di Aguilar, spagnolo naufragato anni prima e che vivendo presso i maya ne aveva imparato l’idioma, Cortes si accreditava alle tribù che incontrava e piegava con la forza o con la diplomazia, come la nuova figura dominante. A ciò si aggiunse un’aura mistica che l’avvolse quando nella Valle del Messico cominciò a girare la voce del ritorno del mitico Quetzalcoatl. Secondo le leggende indiane di molto anteriori all’arrivo degli spagnoli, Quetzalcoatl fu un personaggio a metà tra un dio e l’eroe civilizzatore. Rappresentato con la pelle bianca e la barba ad un dato momento abbandona il suo regno per andare ad est, ovvero per attraversare l’Atlantico, promettendo però il suo ritorno. Venuto a conoscenza di tali credenze, Cortes se ne impossesserà subito e farà di tutto per realizzare la sovrapposizione della sua figura con quella del serpente piumato. Montezuma stesso crederà all’identificazione Cortes-Quetzalcoatl, ed è forse questo uno dei motivi della sua inazione verso l’invasione. Per questo Cortes non si farà mai vedere stanco o ferito dagli indiani, seppellirà e sostituirà di notte i cavalli, animali sconosciuti nel Nuovo Mondo, per farli credere immortali. Così facendo il conquistatore invererà la profezia, che tralaltro era una storia secondaria nell’immensa e complicata mitologia azteca. Grazie alla Malinche Cortes capirà gli indiani ma gli indiani non capiranno mai gli spagnoli. Il loro modus operandi gli apparirà sempre come inafferrabile e non sapranno mai reagire adeguatamente se non quando sarà ormai troppo tardi. Come ha scritto esaustivamente Todorov: “Essi [gli spagnoli] sono i soli ad agire; gli atzechi cercano solo di conservare lo status quo e si limitano a reagire. Che siano gli spagnoli ad aver attraversato l’oceano per trovare gli indiani, e non viceversa, è un fatto che già preannuncia il risultato dell’incontro”.

La vittoria di Cortes sul suo corrispettivo del campo avversario è schiacciante. Più Montezuma tramite emissari lo ricopre di doni e lo implora di tornare a casa, più Cortes vuole entrare nella capitale. Quando ci arriverà riuscirà nel capolavoro tattico di far prigioniero l’imperatore a casa sua, pur essendo Cortes circondato da forze infinitamente superiori alle sue, nel cuore del territorio nemico e tagliato fuori da ogni comunicazione con i suoi connazionali, il tutto senza spargere una sola goccia di sangue! Gli aztechi non credettero ai loro occhi quando videro il potente Montezuma, ridotto ad piccolo individuo impaurito che si recava di sua spontanea volontà ‘scortato’ dagli europei negli alloggiamenti spagnoli. Da quando aveva saputo dell’arrivo degli stranieri dalla pelle bianca, arrivati su enormi costruzioni di legno che sembravano volare sul mare, che erano invulnerabili ai dardi e governavano il tuono con le armi da fuoco il monarca si sentì schiacciato da quello che riteneva un destino avverso ed ineluttabile. Non si possono combattere gli dei. E Cortes che agli dei di Montezuma non credeva, farà di tutto per rendere vera tale affermazione. Potenzialmente invincibile sul piano militare, Montezuma sarà annichilito su quello psicologico.

Cortes si renderà protagonista di altre imprese al limite dell’inverosimile. Lasciata Tenochtitlan in mano ad Alvarado, si dirigerà ad affrontare Narvaez inviato da Velazquez per metterlo agli arresti. Lo batterà e suoi uomini passeranno con lui, aumentando considerevolmente il suo contingente. Ancora una volta aveva ‘tramutato il veleno in farmaco’. Tornato nella capitale troverà Alvarado, che si era reso responsabile di un massacro ingiustificato, assediato dagli indiani insorti, che linceranno Montezuma. Riuscito a raggiungere i suoi, forzerà il blocco e porterà i superstiti in salvo, a prezzo di ingenti perdite. L’episodio passerà alla storia come la noche triste. Allo stremo e braccato dalle forze azteche riorganizzate da Cuitláhuac, fratello dell’indegno Montezuma e suo successore, Cortes si trovò ad affrontare la battaglia decisiva. Nella piana di Otumba, l’8 luglio del 1520, qualche centinaia di spagnoli e diecimila tlascatani si trovarono davanti più di duecentomila guerrieri aztechi decisi a vendicare le umiliazioni subite. Per Cortes e i suoi non c’era scelta: o la vittoria o essere fatti a pezzi o peggio, catturati per essere sacrificati alle sanguinarie divinità mesoamericane e poi essere letteralmente divorati. Sotto il sole a picco, si compì il miracolo, non per opera di Dio ma di Cortes. Mentre i suoi venti cavalieri falciavano le fila nemiche individuò in lontanza il capo indiano, vestito con i paramenti sacri e con un bastone con la rete d’oro sulla punta. Cortes lo caricò, incurante delle ferite e senza neanche chiamare qualcuno con lui, lo raggiunse, lo passò da parte a parte con la lancia, afferrò il simbolo del comando e sventolò sull’orda nemica. Privati del loro capo, gli indiani si dispersero come uno sciame d’insetti. La battaglia era vinta. Cortes radunerà poi un enorme esercito composto di alleati indi e marcerà sulla capitale, prendendola dopo un assedio ferocissimo, nel quale gli aztechi resistettero fieramente fino allo stremo sotto la guida di Guatemozin, ultimo tlatoani azteco, decisi a farsi sterminare piuttosto che sottomettersi al diavolo bianco. Il Vicereame della Nuova Spagna, istituito nel 1535 in massima parte con i territori presi da Cortes, durerà per quasi trecento anni.

Tra il Principe di Machiavelli e gli eroi omerici

“Poichè avevamo annunciato che quella sarebbe stata la nostra strada, credetti opportuno andare avanti e non indietreggiare, affinchè non pensassero che mancavo di coraggio” e ancora “mi sembrò che mostrare così poco coraggio davanti agli indigeni, sopratutto davanti a coloro che erano nostri amici, fosse sufficiente ad alienarci il loro animo: e mi ricordai che la fortuna aiuta sempre gli audaci”, sono frasi emblematiche di Cortes. La sua tattica militare preferita consisterà, poichè si fa credere forte quando è debole, nel simulare la debolezza proprio quando è forte, per attirare gli aztechi in imboscate mortali. Come non pensare ai precetti esposti da Niccolò Machiavelli ne ‘Il Principe’? Si tratta ovviamente di una influenza dettata dallo spirito del tempo, essendo stato scritto nel 1513 Cortes non poteva averlo letto. Ma è netta l’analogia tra ciò che teorizza il fiorentino, che pone la reputazione e l’immagine a fondamento dei nuovi valori, e cio che mette in atto lo spagnolo. In altre parole, ambedue sono figli di un mondo dove i mezzi si adattano in funzione dello scopo che ci si prefigge. Se tali lucidi proponimenti sono alla base dell’era moderna, da soli non bastano. Quando si arriva al momento dell’azione, le carte vanno messe sul tavolo. Se Cortes fosse stato sconfitto e ucciso in una delle tante, piccole o grandi battaglie combattute nel Nuovo Mondo il suo nome ora sarebbe sconosciuto e tutta la storia mondiale avrebbe preso una piega diversa. Il coraggio fisico e la volontà dimostrati a Otumba, a Tabasco, nella ritirata della noche triste o nell’assedio della capitale possono essere accostati all’archetipo del guerriero europeo, a quell’Achille cantato da Omero nella guerra più celebre della storia. E come non ravvisare l’astuzia e l’ardire di Ulisse nella cattura di Montezuma da parte di Cortes e non vedere nelle infinite tribolazioni passate dallo spagnolo dopo la presa del Messico (si spingerà fino in Nicaragua in un viaggio di quasi un anno tra andata e ritorno e poi adirittura in California) una moderna Odissea? La sua sete di conoscenza e di conquiste si spegnerà definitivamente solo con la sua morte.