Negli ultimi anni si è sviluppato una forma di schiavitù moderna. Rispetto alla schiavitù cosiddetta “storica”, cioè quella che ha trovato il massimo sviluppo a partire dal XV fino al secolo XIV, la nuova schiavitù presenta caratteristiche diverse: su tutte l’illegalità di quest’ultima rispetto alla legalità della prima e da una grande disponibilità di persone, che vivono in condizioni di precarietà economica e così il rimpiazzo immediato e quindi forme radicali di “turn-over” sembra essere garantito poichè , diminuisce la forza contrattuale.

Il Movimento Italia Sociale visto il grave problema sociale, denuncia lo sfruttamento di centinaia di ragazzi e non a Palermo e nella Sicilia tutta, con la chimera di un futuro ” sicuro”. La crisi economica che imperversa il nostro Paese, l’incremento del costo della vita e la pressione fiscale almeno queste sono le scusanti che adducono i responsabili di tutte le catene di supermercati e della Grande Distribuzione Organizzata ( G.D.O.), fanno lavorare persone con orari massacranti anche 18 ore giornaliere con pochissimi minuti di pausa per mangiare, controllati a vista delle ” ronde” senza contratti e senza coperture assicurative come periodo di prova. Ma dopo settimane di tale periodo “oscuro” le agenzie di lavoro interinali spiegano ai lavoratori che presentano loro un contratto di un mese con un fisso di 300 euro per tre ore giornaliere di lavoro e per le restanti 15 ore di lavoro giornaliero, il datore di lavoro darà un compenso forfettario di altre 2 0 300 euro. I lavoratori si piegano a questa schiavitù perchè si ripetono “meglio di niente”, avendo famiglia, sperando che “qualcuno delle istituzioni” li aiuti a migliorare le loro condizioni e che non rimangono un esercito di invisibili.

Il rischio è che i gruppi criminali organizzati sono sempre più protesi a sfruttare la vulnerabilità sociale dei lavoratori. Infatti, il denaro della criminalità emerge ripulito nell’economia legale tramite l’acquisizione di supermercati, bar e soprattutto panetterie. E’ questo il percorso privilegiato dei robusti flussi di liquidità della malavita come si evince nelle relazioni della DIA in Sicilia e tutto il sud Italia.

Inoltre, spesso le buste paga sono rispettose del contratto di lavoro con una cifra adeguata, ma nel passaggio al dipendente una cifra per niente indifferente resta nelle mani dei “caporali” di turno e prestanomi dei “capoccioni”.

Oggi il disocupato non è più colui che è inattivo, nel senso improduttivo, ma piuttosto colui che svolge un’attività produttiva non certificata, come tale non remunerato. La precarietà porta a una condizione di ricatto che induce forme di auto repressione e inefficenza. Siamo in una situazione opposta alla trappola della disoccupazione. Se ieri la trappola della povertà poteva derivare dalla presenza di politiche welfare oggi la trappola della precarietà, è piuttosto il risultato della mancanza di politiche adeguate di welfare.

Il Movimento Italia Sociale si chiede come mai nessuno degli Organi interessati sente la responsabilità di entrare in merito e capire come operano questi pseudi-imprenditori? Possibile che sia tollerata l’arroganza di poter lucrare sulla pelle degli altri? Perchè i sindacati impegnati nella apparente difesa dei lavoratori, non si occupano di queste orribili condizioni in cui sono sottoposti i nostri lavoratori e nessun mezzo di informazione ha dato finora notizia di questa vergogna?

Il Movimento Italia Sociale chiede una commissione di inchiesta per verificare le condizioni dei lavoratori: dalle agenzie di lavoro interinali che spalleggiano le grandi ditte, al datore di lavoro che è responsabile della sicurezza del lavoratore come recita il d.l. ex 626 fornendo il corredo necessario come scarpe infortunistche, guanti, caschi etc, ma che spesso lo porta direttamente il lavoratore, e soprattutto al responsabile del singolo supermercato perchè le modalità orario-pagamento cambiano da sede a sede. Le indagini devono essre accurate, anche con telecamere per monitorare l’orario reale e non presunto dei lavoratori che spesso sono ” costretti ” a dichiarare agli ispettori del lavoro, con la speranza di essere autonomi e pianificare un progetto di vita dignitoso.

Vittorio Emanuele  Miranda.