Il mito dell’Europa

di Gabriele Adinolfi

da No Reporter

è un’opera leggibile a livelli diversi, ma organici e strettamente collegati fra loro

Esistono libri legati ad aspetti transeunti, superficiali o inessenziali: opere destinate ad un immediato oblio. L’elenco sarebbe lungo nella nostra “società liquida”, post-ideologica, omologatrice, apparenza esteriore perfetta del tipo umano oggi dominante.  

Il livello comunicativo è da tempo dominato, e fortemente controllato, da media e da social viziati da solipsismo autoreferenziale volti a tratteggiare un’immagine parcellizzata e mistificata della dimensione storica presente. E’ dunque necessario riconoscere e porre all’attenzione di un ampio pubblico di lettori non passivi un’opera sicuramente in grado di offrire, sulla base di una precisa Weltanschauung, possibilità concrete, sia dal punto di vista teorico che operativo, capace di superare i limiti dell’attuale contingenza in tutti i suoi aspetti di decadenza e di annientamento della dimensione profonda.  Si tratta de Il Mito dell’Europa di Gabriele Adinolfi, pubblicato lo scorso ottobre 2018 per i tipi di Soccorso Sociale.

La riflessione politica e metapolitica dell’Autore si distende, con coerenza e continuità lungo un arco cronologico che,a partire dagli anni ’60 del Novecento, giunge all’attuale epoca attraversando esperienze e scenari geopolitici differenti quanto imparagonabili, ma sempre analizzati e affrontati secondo superiori princìpi non condizionati da situazioni meramente contingenti.
Già in un’opera pubblicata nel 2002, Nuovo Ordine Mondiale(1), Adinolfi fornisce una descrizione morfologica, nitida, rigorosa e di taglio, potremmo dire, scientifico, del sistema-mondo così come si presentava dopo l’ingloriosa caduta dell’Impero sovietico, con la conseguente fine del “secolo breve” e l’auspicata, da parte del pensiero unico dominante, “fine della storia” all’insegna di una presunta pax americana. Si trattava, a ben vedere, di un disegno confezionato a tavolino, atto a coprire il reale progetto di quell momento storico: l’idea di un controllo globale sul pianeta da parte dell’imperialismo a stelle e strisce. Scriveva Adinolfi: 
[…] se mai vi sarà resistenza spirituale di stampo tradizionale fronte alla mondializzazione, essa non potrà essere organizzata, collettiva e massiccia […] non potrà assolutamente fondarsi su modelli preconfezionati. Dovrà essere intuita e concepita da persone che abbiano un centro e, quindi, rispondono a parametri eterni, e che siano soprattutto capaci di scindere gli archetipi, immutabili, dalle loro espressioni secolari, che sono invece mutabili.(2)

La riflessione antropologica e storica porta l’Autore a chiare conclusioni: non è possibile adattare strumenti critici del passato per affrontare lo scenario presente, né pretendere di dar vita a gruppi movimenti e associazioni fondati su logiche datate o su tensioni d’ordine emotivo o psicologico, destinati a fare il gioco di chi vuole mantenere l’opprimente e asfissiante situazione in atto. Non basta dichiararsi “contro”. E’ necessario, in primo luogo, riformare sé stessi imponendosi alle negatività di cui ognuno si rende complice, poi elaborare strategie di largo respiro nella consapevolezza che per superare l’attuale fase non basterà la durata di una generazione:

Viviamo un’epoca di trasformazioni rapide e radicali oltre qualsiasi aspettativa.
Quella che viene definita Globalizzazione è contrassegnata da una rivoluzione tecnologica che si è riversata sulle concezioni stesse di tempo e di spazio, sui mercati, sulle frontiere, sull’immaginario, sul linguaggio e sulla comunicazione. […] Una rivoluzione che ha inciso sul nostro quotidiano non meno di quella industriale o di quella elettrica e ha cambiato profondamente il nostro modo di relazionarci fra di noi, fino a produrre mutazioni antropologiche profonde e forse definitive.
A questa rivoluzione se ne aggiungano altre: le esplosioni demografiche terzomondiste e i declini demografici nel nord di un mondo sempre più interrelate e in continuo movimento.(
3)

Risulta così necessario, in un mondo il cui asse si è trasferito dall’Atlantico al Pacifico, prendere atto della posizione marginale, da un punto di vista geopolitico, dell’Europa, ed agire di conseguenza nella consapevolezza del tramonto del vecchio concetto di sovranità nazionale e dello spessore continentale, o almeno subcontinentale, che ogni soggetto, che si voglia autonomo e libero, deve possedere.  Si tratta di distinguere, secondo le categorie elaborate da Carl Schmitt, l’amico dal nemico, superando, in termini rivoluzionari, le anguste e forvianti prospettive di individui, gruppi o movimenti che, pur affermando di voler riscattare la piena sovranità dei popoli, concretamente rischiano di fare il gioco, per una sorta di perversa eterogenesi dei fini, del nemico storico dei popoli stessi, non riconoscendo nella dimensione europea l’unica, qui e ora, potenzialità di riscatto, da una decadenza che appare inarrestabile. 

Il Mito dell’Europa è un’opera leggibile a livelli diversi, ma organici e strettamente collegati fra loro. In primo luogo è una sentita e sincera autobiografia politica e, insieme, spirituale non solo dell’Autore ma, si potrebbe dire, di un’intera generazione di militanti, non del tutto perduta e annullata dal “sistema” dominante. La si può intendere, poi, in parallelo, come ricerca-riscoperta delle autentiche e fondanti radici dell’Europa, a partire dalla dimensione mitica, intendendo il Mito quale luogo della verità originaria ed incontaminata, passando per la Grecità e la Romanità classica il cui spirito venne raccolto e rinvigorito dall’Impero sacro e germanico col suo anelito universalistico difeso in armi dalla tradizione ghibellina, rivolto ad un superiore principio di Imperium ed Auctoritas, in grado di rendere organici ed orientati i destini dei singoli popoli, diversi e con identità specifiche, ma “fusi e non confusi”, per usare un’espressione di Meister Eckhart cara ad Adinolfi, nel supremo contesto europeo.

Ma Il Mito dell’Europa è anche la storia delle tendenze europeiste sempre presenti nei Movimenti nazional-rivoluzionari degli Anni trenta, ripresi durante la Guerra del 1939-1945, e nei decenni successivi alla catastrofe, fino ai nostri giorni. Già durante il conflitto era stato superato l’angusto orizzonte dei piccoli nazionalismi d’origine ottocentesca, nel nome di una Nuovo Ordine Europeo, che sarebbe stato realizzato se fossero state sconfitte le forze oscure e nichiliste dell’occidente demo-plutocratico e dell’oriente materialista sovietico.
I riferimenti, sempre pertinenti, offerti a tal proposito da Adinolfi sono ad intellettuali, politici e militanti di altissimo rilievo quali, fra gli altri, Franco Aschieri, Filippo Anfuso, Adriano Romualdi, il belga Jean Thiriart con la sua Jeune Europe, finalizzata alla ricercar di una superiore sintesi, al di là di ogni campanilismo suicida, nel nome della creazione di un Impero dall’Atlantico agli Urali.
Accanto alla prevalente parte propositiva, che pone nel giusto rilievo varie iniziative già da tempo in essere nella direzione di una rivoluzione europea, quali il Progetto Riconquista, il Centro Studi Polaris, Eur-Hope, iniziative non legate a particolari contesti nazionali, il libro di Adinolfi presenta anche una pars destruens volta ad evidenziare la vacuità e l’insignificanza oggettiva sia di un sovranismo sterile, se legato a dimensioni e logiche “bottegaie”, sia di un europeismo superficiale, difensore dell’attuale “Unione Europea”, il cui ruolo e la cui funzione non possono in alcun modo essere equiparati alla superiore Idea di Europa. E’ appena il caso di notare, infatti, che l’UE, entità burocratica asservita agli interessi apolidi dell’alta finanza, non rappresenta affatto la continuità storica del mito d’Europa, allo stesso modo in cui la cancelliera Merkel non rappresenta tout court la Germania. Risulta dunque chiaro come entrambe le prospettive (il piccolo sovranismo populista e l’europeismo di qualche ormai superata e sedicente élite) portino alla medesima conseguenza: dare corda e forza a chi agisce, Regno Unito e Stati Uniti in primis, per scardinare ed annullare ogni prospettiva di riscossa e di riacquisizione di centralità dell’Europa stessa.

I cambi che è necessario apportare al corpus europeo, anche nelle sue istituzioni e nelle sue funzioni, sono quindi profondi, non si possono limitare al funzionamento degli organi, ma devono contribuire a fare emergere lo spirito identitario e la solare tradizione dei padri; devono condurre a sinergia nella complementarietà, ovvero esaltare le differenze che entrano in armonia; si deve assumere auctoritas e imperium e, infine, rappresentare tutte le classi anziché prestarsi all’offensiva dall’alto che tende a eliminare i produttori e a schiavizzare i salariati. Ci si deve, infine, dotare dipiena consapevolezza, di autonomia militare, di Potenza satellitare, per entrare in gioco tra i players del multipluralismo asimmetrico della nostra era globale.(4)

L’obiettivo indicato e auspicato da Adinolfi è dunque di risvegliare una coscienza europea solo apparentemente oggi sopita. E’ necessario, in questo senso, non limitare l’azione a livello politico, economico o istituzionale. Risulta, infatti, imprescindibile una trasformazione antropologica, esistenziale e spirituale, in grado di riconquistare ciò che è da sempre: la consapevolezza di un destino capace di accomunare tutti i popoli europei nella loro centralità rivolta ad un superiore principio imperiale. Così come non è contraddittorio sentirsi interiormente nel contempo Liguri o Veneti e Italiani, allo stesso modo è possibile per un Italiano, un Greco o un Ungherese, considerarsi, a tutti gli effetti, e non per mere ragioni di nascita o d’anagrafe, spiritualmente Europeo.
Il cammino, e questo il nostro Autore non lo nasconde, sarà lungo e, probabilmente, arduo e tortuoso. Ma è già stato iniziato. La nostra Europa ha 2500 anni di Storia; l’Idea che la supporta è, come tale, eterna. L’alternativa è  passiva accettazione del declino e colpevole asservimento al nemico.
Ci piace concludere queste note con una citazione tratta dal Manifesto dell’orgoglio europeo:

Combattere l’Europa?

Non con il nostro sostegno, non con il nostro silenzio, non in nostro nome.
Noi eravamo, siamo e saremo, nazionalrivoluzionari europei. Fedeli al Sangue
e al lascito che ci sono stati consegnati o che abbiamo preteso di raccogliere.
Noi vogliamo:
Più Italia in Europa.
Più Europa nel mondo.
Noi puntiamo al futuro con coscienza e volontà di Potenza.
Noi vogliamo risorgere, coerenti con il nostro passato e proiettati nel nostro
avvenire.
Noi vogliamo vincere per i secoli a venire.

Il resto non conta. (5)

(1) G.Adinolfi, Nuovo Ordine Mondiale. Tra Imperialismo e Impero, Milano, SEB, 2002.
(2) Ivi, pp. 308-9.
(3) G.Adinolfi, Il Mito dell’Europa, p.227. La citazione è tratta dal Documento politico Aquarius (primavera 2018), riportato, unitamente al Manifesto dell’orgoglio europeo, in appendice al testo.
(4) Ivi, pp. 132-133.
(5) Ivi, p. 255.


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