di Gabriele Adinolfi

da No Reporter

Capire le rivolte. E il rapporto con il potere

I gilets gialli che incendiano la Francia, una Brexit senza soluzione che spacca in due l’Inghilterra, l’immigrazione che divide l’Occidente, il bipopulismo che governa l’Italia, sono sintomi di una grande trasformazione. Ma quale? Verso cosa? E, soprattutto, siamo in grado di capirla o non ci riusciamo affatto?

Proviamoci, partendo dall’inizio.
Due sono gli elementi di questa grande trasformazione che dobbiamo tenere in conto, altrimenti sbaglieremo di continuo.

Innanzitutto c’è una mutazione sociologica (proletarizzazione delle borghesie e perdita della centralità atlantica) che avevamo previsto già trent’anni fa e che comporta – e altro non poteva essere – un sentimento “populista” che va nella direzione di quello che un secolo fa produsse le rivoluzioni nazionali.
Poi c’è la trasformazione satellitare degli spazi, delle dimensioni, del linguaggio, con riduzione dei poteri istituzionali, con il rafforzamento dei poteri finanziari e comunicativi transnazionali e, in particolare, con lo scollamento tra il reale e la sua narrazione. Di qui la politica-spettacolo che sostituisce la politica e produce convincimenti senza verifiche.
Basti pensare che la cd ecoctassa viene considerata una violenza di potere se la propone Macron e una manovra populista se lo fanno i Cinque Stelle.
Di fatto non è tanto il reale che conta quanto la sua percezione. Di qui le difficoltà che incontrano le persone lucide che spiegano che dentro il cavallo di legno ci sono soldati nemici: timeo danaos et dona ferentes…

Insomma: le insorgenze populiste sono un fenomeno rivoluzionario? Sono in grado di cambiare il sistema? Sono manovrate? E, se sì, da chi e in quale direzione?
Una risposta univoca sarebbe fallace perché mai come oggi – che viviamo in un’epoca di scollamento e di schizofrenia – dobbiamo essere in grado di discernere tra
Il FENOMENO
I RETROSCENA
La NARRAZIONE
La GESTIONE STRATEGICA.

Il Fenomeno di per sé è positivo; talvolta viene manovrato ma più spesso viene solo lasciato lievitare e comunque si alimenta da solo di esasperazione giusta e reale. Ci sono infiltrati? Certamente, ma oggi questa funzione è meno necessaria di ieri perché, come si è potuto constatare in ogni latitudine, le folle scatenate non hanno palazzi d’inverno da occupare: quello che conta è come vengono raccontate le loro agitazioni e dove s’incanala la rabbia per neutralizzarla e capitalizzarla.

Chiunque si sia interessato dei gilets gialli si è reso conto che la narrazione del fenomeno e delle sue stesse rivendicazioni è falsato in Francia e completamente stravolto all’estero. Come ce li rappresentano e come ce li rappresentiamo noi stessi non corrisponde a quello che sono, ovvero dei celti arrabbiati e giocosi che si sentono traditi dalle istituzioni e che vogliono soltanto rispetto.
Ce li dipingono come antagonisti di qualche colore e come dei peones di Trump.
False ambo le cose ma virtualmente vere, quindi è su questa fandonia che si orienterà il prosieguo della narrazione e che si proverà ad incanalare il fenomeno laddove le oligarchie vogliono.

Dove vogliono incanalarlo le oligarchie? Esattamente come hanno fatto in Gran Bretagna e in Italia. Offrendo una istituzionalizzazione delle istanze tribunizie per impaludarle nell’impraticabilità che deriva dall’incompetenza dei parvenus e dall’intreccio delle dinamiche economiche e di potere.
Ma il gioco non si arresta lì: chiamare i rappresentanti delle diverse rivolte a gestire situazioni dalle quali non vengono fuori a meno di assumere molti dei comportamenti delle precedenti classi dirigenti, consente la tenuta gattopardesca del sistema mondiale, nel quale tutto cambia per restare com’era prima.
Un escamotage essenziale per ottenere questo risultato consiste nel creare situazioni di equilibri precari ma obbligati, favorendo ammucchiate paralizzanti. Le due formule di coalizione “populista” in Austria e in Italia, tanto per fare degli esempi, hanno prodotto la neutralizzazione reciproca e continua dei protagonisti.
L’intelligenza dell’oligarchia punta oggi ovunque sul caos calmo o, se vogliamo, sull’ordine agitato.
Un’anima trozkista in fondo.
Il grande stomaco digerisce tutto e permette, sì, delle rivoluzioni purché siano nominaliste. Ci lasciano insomma nominare le rose, ma senza petali né spine.
Se poi queste rivoluzioni nominali aiutano gli angloamericani a neutralizzare l’Europa del dopo Yalta, tanto meglio….

Tutto previsto, tutto manovrato, tutto incanalato, tutto inutile, insomma?
No. Il fenomeno c’è ed è vivo, vivace, interessante ed entusiasmante, ma il problema è che le oligarchie non solo hanno i mezzi che nessun altro possiede ma soprattutto è dotata delle classi dirigenti – non parlo dei politici ma dei vari Soros – per gestire anche le crisi.
Se ci fosse una minoranza rivoluzionaria le cose potrebbero sfuggire loro almeno parzialmente di mano.
Poiché  questa non solo non c’è ma non se ne vede l’ombra, bisogna iniziare a studiare e ad agire velocemente perché epoche come questa non si ripeteranno presto. Se anziché andare a scuola e  metterci all’opera ci limitiamo a sperare che tutto cambi da sé e a esaltarci per quello che vediamo attorno a noi, e se di tutto ciò accettiamo la narrazione ufficiale e perfino l’ideologia “antagonista” che ci suggeriscono le logge inglesi, saremo sempre al seguito dei pifferai e continueremo a non avere alcuna funzione storica se non a sprazzi e nella direzione sbagliata.
Con la coda del pavone bene aperta, perché c’illuderemo – poveri imbecilli – di essere noi in qualche modo protagonisti di quanto invece ci sfugge in toto.