Il ritorno del paganesimo

dal commento di Matteo Luca Andriola sul video “Les paganismes renaissants d’Europe”.

Chi leggerà la nuova edizione de “La Nuova Destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist” (Ed. Paginauno) noterà che darò ampio spazio al nesso fra politeismo (lo storico Francesco Germinario definirà non casualmente la Nouvelle Droite “La destra degli dei”), critica all’egualitarismo/omologazione mondialista e weltanschauung neodestra. Ma è possibile la rinascita pagana in Europa? Non credo sia possibile oggi, specie di massa. Già definirla «pagana» è sbagliato, dato che gli antichi non usavano questo termine per autodefinire la loro spiritualità, e il termine paganus iniziò ad essere adottato dai cristiani dell’Impero Romano per riferirsi a tutti i non cristiani, in particolare a coloro che continuavano a rimanere fedeli alle loro tradizioni religiose politeiste, solo dal IV secolo: «Termine – riporta l’enciclopedia Treccani – usato a indicare le religioni tradizionali dei greci e dei romani in opposizione al cristianesimo. Tali religioni erano infatti sopravvissute soprattutto nei villaggi delle campagne (pagi). Soltanto in questo senso storico il termine è ancora usato nella storia delle religioni.» <

br /> Già vi fu, fra il IV e il V sec. E.V., quella che gli storici definiscono come “rinascita pagana nell’Occidente tardo-antico”, che però va ad inserirsi, quale parentesi temporanea, all’interno di un più generale e contrario fenomeno di progressivo declino dei culti della religione greca e romana, una decadenza che andava di pari passo con l’affermazione del cristianesimo. Si pensi alla figura dell’imperatore Giuliano (detto “l’Apostata” dall’agiografia cristiana) quando si assistette per la prima volta ad un tentativo di risposta pagana all’avanzare dell’influenza cristiana nei campi dell’amministrazione e nella vita pubblica perpetrata nel precedente mezzo secolo sotto il regno di Costantino II. Giuliano spese grandi energie nel ristrutturare tombe e templi, ricostruire altari e statue, ravvivare antiche cerimonie e inventarne di nuove, ma va detto che Giuliano, che nella sua giovinezza venne istruito prima con i concetti cristiani e poi con quelli neoplatonici, percepiva la necessità di combinare l’eredità della Romanitas e dell’ellenismo in una religio universalis. Ma era una forzatura: questa “religio universalis” proponeva una chiesa universale pagana ispirandosi al modello della chiesa cristiana con le sue divisioni amministrative e attività missionarie e filantropiche come suggerito nelle Lettere ad Arsacius, gran sacerdote di Galatia. Pianificò che fossero introdotti libri di preghiera ed Inni per una liturgia pagana universale basata anche questa sul modello cristiano così come alcune dottrine della salvazione pagane simili a quelle dei loro contemporanei cristiani come nel caso del taurobolium, adattato ad un nuovo messaggio che richiamava la simile promessa della Comunione Cristiana. Queste idee però risultarono sempre troppo estreme agli occhi della nobilitas romana e servirono più che altro all’imperatore per capire fino a che punto potessero spingersi i suoi sostenitori. Un pò come adorare divinità antiche autodenominandosi “pagani”. Una forzatura!
Ora, è possibile una nuova rinascita pagana in Europa? Fermo restando che sostenere che il “politeismo” è in crisi è indice di “eurocentrismo” o, peggio, di forte condizionato di una visione monoteista che fa dimenticare che sono politeiste religioni molto seguite come l’Indusimo, il Confucianesimo, il Taoismo, lo Shintoismo (per alcuni anche il Buddhismo) e l’animismo (in antropologia, quell’insieme di religioni o culti nel quale viene attribuita qualità divina o soprannaturale a oggetti, luoghi o esseri materiali), abbiamo senz’altro decine e decine di sodalizi che si rifanno alla “via romana agli déi”, al druidismo, all’odinismo ecc. ma bisogna tener conto che viviamo in un’epoca postmoderna e post-cristiana, una società desacralizzata e secolarizzata, e la rinascita di una spiritualità politeista “immanente” di varia natura credo sia possibile solo ed esclusivamente a livello privato, non collettivo . Anzi, è essa stessa un segnale di crisi e di affermazione di una società che non sa che farsene della spiritualità, dato che crea dei surrogati che nulla hanno a che fare con l’originale, ma sono una sorta di spiritualità New Age hippie per ricchi annoiati (un pò come il buddhismo oggi in occidente)… Si veda questo articolo di Ross Douthat, ‘The Return of Paganism’, pubblicato il 12 dicembre 2018 sul “New York Times” [https://www.nytimes.com/2018/12/12/opinion/christianity-paganism-america.html]. Ora, parlando qualcosa di italiano, la via romana agli Dèi è una religione politeista, praticata esclusivamente in ambito privato (singoli, famiglie, comunità), perché, essendo l’antica religione di Roma una religione dello Stato, il culto pubblico appare impraticabile senza una restaurazione della Res Publica, ovvero dello Stato romano antico. Il fondamento del culto pubblico è la Pax Deorum (hominumque), cioè il patto tra gli Dei e la comunità umana giuridicamente stabilito. Trasferito in ambito privato, designa il patto non scritto tra il/i praticante/i e le proprie divinità, stabilito e mantenuto attraverso il culto che, seguendo l’antico calendario romano, ha liturgie prestabilite, pur con alcuni adattamenti all’età moderna. Tra i più importanti, il sacrificio cruento non è praticato e gli dei sono onorati con offerte di incenso, di candele, di profumi, di vegetali, di vino e vivande. E’ quindi una spiritualità praticabile fra le masse? Ne dubito. In un paese come il Giappone, lo scintoismo (shintō, “via degli dèi”) è una religiosità che si identifica con la statualità e la nazionalità nipponica. “Per i giapponesi, più che una religione è una parte permanente e impercettibile dell’ambiente che li circonda, come l’aria che respirano” (Sugata Masaaki, studioso di scintoismo). E’ un culto comunitario civile da praticare pubblicamente e in privato, fra le mura domestiche, con riti di purificazione e offerte votive o di incenso, simile sotto certi aspetti, alla spiritualità civile dell’antica Roma, una religiosità “senza specifiche dottrine e senza una dettagliata teologia, in pratica senza nessun precetto da osservare” (Shouichi Saeki, studioso scintoista). “Nello scintoismo la cosa più importante è se celebriamo o no le feste [consacrate agli dèi ancestrali]” (Nihon Shukyo Jiten, enciclopedia), e ciò la caratterizza per il suo sincretismo, con tanto di confucianesimo e di taoismo, chiamati in Giappone la “via dello yin e dello yang”, che si infiltrarono nella religione scintoista, ma fu soprattutto il buddismo che si fuse con lo scintoismo. Dato che le montagne erano viste come dimore delle divinità scintoiste, l’ascetismo praticato dai monaci buddisti sui monti fece nascere l’idea di unire buddismo e scintoismo, il che portò alla costruzione degli jinguji o templi-santuario (in Giappone gli edifici religiosi scintoisti sono considerati santuari, mentre quelli buddisti templi). Perché allora la spiritualità scintoista ha senso, mentre quella romana non più? Perché, da religione comunitaria/statutaria che prevede l’adorazione dei “kami”, gli spiriti o divinità, “Il fulcro di questo mondo fenomenico è il paese del Mikado [dell’imperatore]. Da questo fulcro dobbiamo espandere in tutto il mondo questo Grande Spirito. […] L’espansione mondiale del Grande Giappone e l’elevazione del mondo intero alla dignità di paese degli Dèi è l’urgente impresa del momento ed è, inoltre, il nostro obiettivo eterno e immutabile” (D. C. Holtom, The Political Philosophy of Modern Shinto). Sorvolando questa lettura geopolitica della religiosità nipponica, dato che “Le forze armate giapponesi non tardarono a valersi di questo concetto. Quando parlavano di guerra, non mancavano di menzionare che la conquista era la missione santa del Giappone. Di certo in queste parole possiamo vedere il risultato logico di un nazionalismo ispirato da tutti i valori di un’etica religiosa” (John B. Noss, Man’s Religions), notiamo che la spiritualità scintoista verrà ad incrinarsi nel 1945, quando la nazione – considerata divina – fu sconfitta dall’annientamento atomico di Hiroshima e di Nagasaki e Hirohito non verrà più considerato un sovrano divino invincibile. La fede dei giapponesi fu distrutta dato che “Il mondo scintoista non offriva nessuna spiegazione religiosa esauriente e soddisfacente dei dubbi sorti in seguito [alla sconfitta]. Perciò la generale tendenza cui ciò diede luogo fu la reazione religiosamente immatura che ‘non esiste nessun dio e nessun Buddha’”. – Nihon Shukyo Jiten, enciclopedia. Ma sopravvive nel contesto di una monarchia costituzionale, perché c’è comunque uno stato monarchico giapponese che, piaccia o meno, è lo stato del Mikado. Ma non essendoci alcuna restaurazione della Res Publica romana, com’è possibile la rinascita di una spiritualità “pagana” che riporti in auge “La via romana agli dèi”? Lo stesso dicasi degli altri culti politeisti europei.