Italia romana e Germania sono inscindibili

di Carlomanno Adinolfi

da Il Primato Nazionale e ripubblicato su No Reporter

É di recente pubblicazione per le edizioni di Ar un libro di Tommaso Indelli che finalmente mette in luce una figura su cui molto poco si è indagato a livello storiografico ma che tutti bene o male ricordiamo fin dalle elementari per il fatto di essere colui che pose fine all’Impero Romano. Parliamo del generale germanico Odoacre, che il 4 settembre del 476 d.C. depose l’ultimo imperatore di Roma, il giovane Romolo Augustolo, e inviò le insegne dell’Impero Romano d’Occidente a Bisanzio. Quella data storica mette tradizionalmente fine all’età antica e dà inizio al Medio Evo.

Ma c’è un elemento, più metastorico che storico se vogliamo ma non per questo meno importante, che spesso viene dimenticato o sottovalutato. Odoacre era il capo di una tribù particolare: quella degli Eruli. Gli Eruli avevano una fama particolare presso i popoli del Nord, quella cioè di essere abili conoscitori di Rune, i simboli magici dell’alfabeto germanico che la tradizione nordica vuole scoperti da Odino stesso. In molte iscrizioni runiche si nota il termine Eril o Erilaz che indica proprio il “Maestro delle Rune”, colui che incide sapientemente le Rune essendo capace di padroneggiarle. La stessa parola Eril sembra proprio essere la stessa che fa da etimo al nome del popolo degli Eruli, e sembrerebbe derivare dalla radice *erǭ “nobile, combattente” da cui con ogni probabilità il termine Jarl, nome della classe dei nobili vichinghi da cui deriva il termine inglese Earl, “conte”. L’assonanza tra Jarl e Eril e quindi Eruli è piuttosto evidente, e se si ricorda il mito per cui Jarl è uno dei tre figli di Heimdall, il dio guardiano di Asgard – gli altri due sono Karl e Thrall, “uomo libero” e “servo” eponimi delle altre due classi nordiche, quella dei contadini guerrieri e quella appunto dei servi – e che la sua distinzione per nobiltà rispetto ai fratelli sta proprio nel conoscere e saper padroneggiare le rune, ecco che la “fama” degli Eruli come conoscitori dei segreti runici potrebbe avere un suo fondamento.

È quantomeno affascinante il fatto che a chiudere ed aprire un ciclo, che a far cadere Roma ma al contempo ad inaugurare la nuova era dei regni romano-barbarici che avrebbero portato alla sintesi imperiale e ghibellina, sia stato – almeno stando ai miti – un “Maestro delle Rune” e quindi un interprete della parola di Odino e conoscitore dei misteri e dei destini cosmici e che il tutto sia avvenuto in Italia, a Roma, come centro in cui si tessono le trame divine.

Ma questo fatto riporta inevitabilmente a un’altra considerazione, già affrontata su questa testata nel mese di maggio riguardo la “nascita” dell’alfabeto runico, che secondo la stragrande maggioranza degli studiosi nasce proprio in Italia, forse come derivazione dell’alfabeto etrusco o latino. In realtà i tratti comuni tra rune e tradizione italica non si limitano solo alla forma dei grafemi dell’alfabeto. Pensiamo alle sortes, il metodo di divinazione usato dai Romani, consistente nel trarre appunto a sorte delle tavolette di legno contenenti alcuni caratteri misteriosi – o anche uno solo – la cui interpretazione può rivelare la volontà degli Dei. Una pratica molto simile a quella della divinazione runica consistente appunto nell’estrazione di tavolette incise con Rune da una sacca. Così come la conoscenza del linguaggio segreto, misterioso e divino e la sua corretta interpretazione può essere facilmente ricollegata all’interpretazione del linguaggio sibillino, misterioso e arcaico e spesso anche non articolato né strutturato – proprio come molte iscrizioni runiche a chiaro scopo magico e per nulla comunicativo – che cela la sapienza e l’ispirazione apollinea.

D’altra parte le Rune, proprio come si capisce da molte iscrizioni che apparentemente non hanno alcun significato verbale, sono molto più che un semplice alfabeto. Ogni simbolo è insieme segno, suono e simbolo, una sintesi che cela un’Idea originaria e archetipica che interseca tutti gli aspetti della conoscenza. Di fatto formano una prima struttura organizzata di un linguaggio sacro e segreto che fa da ponte con il divino, quel linguaggio segreto che ricorda quella che Guénon chiamava “lingua degli uccelli”, ovvero il linguaggio proprio dei Numi che l’eroe riesce a comprendere solo dopo aver ucciso un drago o un altro animale simbolo dell’ultimo ostacolo che l’ego frappone alla ri-scoperta del proprio Sé, ovvero a quel principio trascendente e divino che è in ciascuno di noi. La conoscenza di questo linguaggio attraverso i suoi segni riporta ancora alle pratiche di divinazione, vedi la funzione degli auguri che non a caso osservavano proprio il volo degli uccelli come segno ed espressione materiale del linguaggio divino. Pratiche che non erano solo un “leggere il futuro”, come si potrebbe credere pensando ai moderni astrologi e cartomanti, ma erano piuttosto un accesso a una dimensione metafisica in cui la trascendenza divina si interseca alla manifestazione in una “rete” – il wyrd tessuto dalle Norne che poi è analogo al fato tessuto dalle Parche/Moire – la cui chiave è proprio la conoscenza e la padronanza della parola “magica” come richiamo al suono primordiale che in tutte le tradizioni genera e ordina il cosmo. E non a caso dio della musica come suono sacro, della poesia come parola creatrice fu sempre l’Apollo Iperboreo, il dio del Centro che lega e unisce le parti del tutto nella rete conosciuta dalla sibilla.

Quella delle Rune come linguaggio segreto che spalanca le porte a una sapienza primordiale non è certo una teoria nuova. L’autore francese Paul-Georges Sansonetti tanto nel suo libro sul tema quanto nei suoi articoli sulla rivista Hyperborée definisce le Rune un sistema volto a celare una scienza polare e iperborea – e dunque ancora una volta apollinea. Ma si potrebbe fare un passo ulteriore e considerare i magici segni di cui Odino venne a conoscenza sacrificandosi su Yggdrasil, l’albero-asse cosmico, come chiavi di accesso a un’essenza archetipica indo-Aria e dunque Europea che è estrema sintesi nelle sue forme più pure ed originarie legandole tutte insieme in una trama indissolubile.

A questo riguardo ci si può riferire a un altro articolo della nostra testata online in cui Sandro Consolato presenta il misterioso Cofanetto Franks come simbolo delle radici dell’Europa. L’oggetto in questione è uno scrigno d’avorio risalente all’VIII secolo sulle cui cinque facciate sono presentate scene mitologiche provenienti da tutte le tradizioni europee: una scena della Natività con l’adorazione dei Magi, dunque una scena cristiana, ma con un simbolismo e un bestiario presi dalla tradizione celtica; la nascita di Romolo e Remo e la presa di Gerusalemme da parte di Tito, scene del mito e della storia romana; una scena che potrebbe raffigurare tanto la lotta tra gli dei nordici Asi e Vani quanto quella tra  Achei e Troiani; infine una scena misteriosa che potrebbe raffigurare Baldr e la sua morte davanti alle tre Norne. E l’elemento che lega il tutto è la presenza intorno a tutte le scene e lungo tutti i pannelli di iscrizioni runiche.

Un’ulteriore traccia dunque di una sintesi romano-germanica, di una sintesi nordico-mediterranea che spalanca le porte a una visione sacrale non più tribale o locale ma di respiro europeo. Sintesi come fu appunto quella del periodo aperto da Odoacre, sintesi di civiltà e barbarie, di Nord e Mediterraneo, di foreste e di marmo, di sangue e diritto, di progresso tecnologico e attaccamento alla terra, Impero come asse e fulcro di popoli diversi ma con un’unica radice millenaria. Quella sintesi e quell’archetipo che devono essere restaurati e rinnovati per poter dare un futuro all’Europa