Italiani poveri, ma il governo guarda altrove

Ennesimo tragico titolo di cronaca nel riminese: domenica 3 dicembre un giovane 29enne originario di Ravenna si getta dalla rupe di San Leo, dove era andato in gita con la fidanzata.
L’elicottero dei Carabinieri di Novafeltria ha rinvenuto il corpo, e la tesi più accreditata è il suicidio.

La ragazza, ricoverata sotto shock, afferma che non se lo sarebbe mai aspettato.
Il fidanzato era sano, giovane, non c’erano problemi di coppia; non aveva mai dato segnali di depressione, o comunque manifestato avvisaglie di una simile terribile intenzione. Erano andati a pranzo in un locale, e dopo mangiato, stando alle ricostruzioni, il giovane avrebbe chiesto alla ragazza di tornare sulla rocca per godersi ancora un po’ il panorama e scattare qualche fotografia. Una comune domenica, insomma, si è conclusa in tragedia.

Scopriamo però che il ragazzo, dopo aver conseguito una laurea in design, non riusciva a trovare lavoro. Si crede sia questa la motivazione del gesto estremo.

Intanto, l’ISTAT ci fornisce dati allarmanti: un italiano su tre è a rischio povertà. Trattasi di ben 18 mila cittadini, circa il 30% della popolazione della nostra penisola.

Se accendiamo il televisore o apriamo un giornale, però, le prime notizie che ricaviamo riguardano sempre altri temi: lo ius soli, il ddl Fiano, le questioni di politica estera e tante altre notizie certamente interessanti. Intanto gli italiani muoiono di fame, ma i nostri politici guardano altrove.

Ora, noi siamo un giornale, e dovremmo fare informazione. Tuttavia, una domanda mi sorge spontanea: prima di definirmi “giornalista”, io mi identifico come persona, dotato di un pensiero, di un libero arbitrio, e di quel briciolo di umanità che nonostante la società sono riuscita a mantenere. Dovrei forse limitarmi a narrare i fatti di cronaca in modo freddo ed oggettivo, senza far minimamente trasparire le mie emozioni? No, è più forte di me. Credo anzi che il coinvolgimento emotivo sia fondamentale in determinate circostanze, inevitabile il patos.
Ecco, questo è quel residuo di pietas che ci ha insegnato il nostro avo Enea, e in nome della Tradizione, non vogliamo che vada perduto.

-Camilla