da No Reporter

Il disegno che ci ostina a non far vedere

Quarantacinque anni fa un’altra strage impunita. Eppure Pollicino aveva lasciato molte tracce, non briciole ma sassolini. Ma quando le cose non si possono dire gli apparati si arrangiano di conseguenza.

C’è  un fil rouge – è il caso di dirlo – tra le stragi italiane; un fil rouge in cui tutti gli apparati del terrore partigiano sono coinvolti e le complicità internazionali si dimostrano salde e bipartisan.
Ci sono comunque alcune differenze tra le stragi degli anni di piombo, attribuite tutte con calcolata devianza ai fascisti.
La strage di Brescia e quella di Bologna, ad esempio, hanno visto sostanzialmente attivi gli stessi protagonisti, ovvero l’ala brigatista del Superclan (con i collegamenti internazionali israeliano e francese) e i tedeschi orientali (l’Hva della Stasi, trozkista).
Quella dell’Italicus è un po’ diversa perché, una volta sollevata la coperta, è apparso l’ambiente rosso di Reggio Emilia, legato all’ala insurrezionalista del Pci, a Praga, a Feltrinelli. Parliamo dell’ambiente che aprì il primo locale clandestino per le BR, animato da uomini di cultura e di spettacolo riunitisi nel movimento letterario denominato Gruppo ’63.

Gli elementi.
Una quindicina di giorni prima della strage un teste occasionale, Sgrò, orecchiò probabilmente da un vicino di casa, un uomo di spettacolo del gotha rosso, qualcosa di cui avvertì Almirante, che, insieme a Covelli, allertò a sua volta la Questura.
Si trattava di un attentato in progettazione su di un treno che doveva partire dalla Tiburtina. Sgrò però non se la sentì di rivelare la vera fonte alla Questura e svicolò su di un Collettivo di Fisica (dov’era bidello), sicché perse di credibilità. Fatto sta che, sebbene fosse stato considerato inaffidabile, a detta della figlia di Aldo Moro, fu proprio grazie alla sua rivelazione che il dirigente di Polizia dott. Santillo sconsigliò all’ultimo istante suo padre di prendere quel treno. L’ordigno esplose in prima classe proprio dove doveva trovarsi il leader democristiano.
Non è tutto, una collaboratrice del Sid (i servizi segreti militari), la Ajello, venne ascoltata da una negoziante mentre diceva a qualcuno dall’altro capo del filo che le bombe erano pronte e in viaggio.
Interrogata dagli inquirenti venne considerata una mitomane….
Eppure la Ajello era attivamente in contatto con la resistenza greca ai colonnelli; l’ambiente, cioè, da cui era stato partorito l’attentato di Atene del 1970, i cui autori erano saltati in aria per errore. A fornire loro il timer e il dispositivo era stato il Superclan che ritroveremo coinvolto nelle stragi di Brescia e di Bologna, nonché nell’affare Moro.

Le indagini proseguirono costantemente disturbate.
Uno studente del Dams, Alceste Campanile, venne assassinato nel 1975. Si sospettò che avesse delle rivelazioni da fare sulla strage. La pista si arenò quando del suo omicidio si accusò Paolo Bellini, un collaboratore di giustizia, di estrema destra ai tempi della scuola, ma poi con un vissuto molto carico di sangue e di collaborazioni strane border line tra crimine e servizi.
La famiglia Campanile ha cercato più volte di far riaprire il processo perché sosteneva che le rivelazioni del Bellini facessero acqua da tutte le parti dimostrando che qualcuno gli aveva suggerito la versione. Comunque l’opportuna confessione dell’inquietante personaggio impedì che si continuasse a seguire la pista dell’Italicus per l’assassinio dello studente.
Si noti che proprio in questi giorni il Bellini viene ritirato in ballo per una sua presunta presenza alla stazione di Bologna la mattina della strage. A suo tempo per scagionarlo era intervenuto il Procuratore Capo di Bologna, Ugo Sisti, che aveva affermato di essersi trovato quella mattina in sua compagnia al Passo del Tonale. Strane frequentazioni da una parte e dall’altra!
Un professore del Dams, l’istituto frequentato da Campanile, Scolari, vicino al Gruppo ’63 e ai conoscenti di Sgrò commetterà suicidio il giorno prima di deporre al processo per l’Italicus.
Si dirà che era sotto stress.

È vero che in Italia c’è un muro di gomma sullo stragismo, è verissimo. Il problema è che quelli che lo denunciano con più forza sono proprio coloro che lo hanno eretto e che vogliono che resti in piedi.
Non c’è molto da scoprire, basta unire i punti con la matita e il disegnino che ne esce è chiaro e inequivocabile. Ma questo mette in discussione l’intera classe italiana emersa dalla “resistenza”.
Per questo resteranno caparbiamente aggrappati alla Dea Menzogna che venerano incondizionatamente.