di Gabriele Adinolfi

Parigi. Funerali di Johnny Halliday. Nessun uomo politico, neppure De Gaulle, ne aveva avuti di così imponenti, sentiti, partecipati. Il mio primo riflesso, lo ammetto, è stato quello tipico dell’imbecille che guarda gli altri con sdegno. “A cosa si è ridotta l’umanità, ecco cosa si merita, solo eroi da palcoscenico”. Sono certo che lo avete pensato anche voi e temo che lo pensiate ancora. Io invece ho potuto assistere a scene che aprono gli occhi. Un milione di persone, questa è la stima, ha occupato le strade di Parigi fin da prima dell’alba, molte erano venute da regioni lontane. Settecento motociclisti hanno fatto da apripista d’onore al feretro. Dovevano essere tremila ma la polizia ha preteso che il numero fosse ridotto per non essere debordata. Gente di ogni età, dai dodici agli ottant’anni con gli occhi lucidi, venuta a dare l’addio a chi è stato la colonna sonora della loro vita, per prendere in prestito le parole di Gianluca Iannone alla morte di Massimo Morsello.

Erano tutti bianchi e quando dico tutti intendo tutti. La sola volta che a Parigi era accaduta una cosa simile fu alla proiezione de La Caduta, ma i numeri lì erano diecimila volte inferiori.
Cosa significa questo? Che nella società multirazziale le anime non si mescolano più di tanto e si orientano a musiche, stili, espressioni che parlano al dna, all’eredità. E vuol dire ancora che la coabitazione non è necessariamente confusione, tanto che le famiglie miste sono numericamente limitate. Il problema per i bianchi è la demografia, altrimenti non si estingueranno.
Ed ecco la prima lezione vivente che i funerali di Johnny mi ha insegnato.

I cantanti sì e i politici no? Voi direte che questo attesta superficialità, abbrutimento. Non è vero. La gente comune ha forse poca intelligenza razionale ma ne ha una animale immensa. I politici, di qualunque colore, oggi non hanno legami stretti con la gente non perché sono corrotti, falsi, “traditori” o venduti, ma perché sono artificiali. La politica, l’ideologia, lo Stato, le categorie del secolo scorso non sono niente più che un’impalcatura dietro cui non c’è più nulla.
Comprendo che non si sia ancora compreso che l’era in cui viviamo ha prodotto la più radicale, rapida e inesorabile trasformazione della storia umana e che, per paura dell’ignoto, si cerchi di replicare rituali vuoti, sia politici che ideologici, aggrappandosi a parole vuote ormai di senso, tipo democrazia o sovranismo, ma la gente sa, nel suo profondo essere animale, che si sta entrando nell’ignoto in cui solo la creatività, l’armonia, l’autonomia e la spontaneità apriranno la strada ad un’alternativa alla sterile macchinizzazione. Per questo è normale ed è anche giusto che sia Johnny ad avere i funerali di popolo e che i politici siano inchiodati alla tappezzeria.

Lo sapete anche voi. Non ci sarebbe stata nessuna CasaPound senza gli Zetazeroalfa e Sinevox. Non ci sarebbe stata alcuna Forza Nuova senza Massimo Morsello. L’anno scorso è bastato che Marcello de Angelis tornasse a cantare per una sola serata perché il teatro fosse pieno con la corsa per accaparrarsi il posto da parte di gente venuta da tutta Italia. Per le manifestazioni si deve convocare la gente. Questo non è sbagliato, è giusto, perché non siamo ancora riusciti a metterci all’altezza dei tempi nuovi e a offrire un prodotto compiuto. Mettiamo sul piatto tutta la nostra volontà e tutta la nostra sensibilità e per questo ci vogliono bene, ma non siamo ancora in grado di comporre le canzoni che legano la terra con il cielo.

Come insegnarono i futuristi le sole cose autentiche sono la guerra, l’arte e l’eros. Ed ecco che la folla esprime quasi eroticamente la sua fusione nell’arte con chi ha animato il proprio passaggio nella vita.
Il mio primo riflesso era sbagliato, non è quella gente che va derisa, è la nostra presunzione che solo il cuore e la volontà riescono a mitigare.