La direzione del cambiamento

Non so se Salvini è un novello “uomo della provvidenza”, di sicuro gioca intorno a quel modello e cerca di affascinare le viscere represse di questo paese per proporsi come un liberatorio sfogo senza tabù.

La sua comunicazione esasperata gioca palesemente su parole d’ordine, atti simbolici e tutta la formalità informale delle divise da parata: l’immagine prevale sull’idea, sul pensiero e sull’azione politica.

Dopo un secolo di livellamento pubblicitario e consumistico delle prospettive umane siamo giunti a ridurre la politica (arte del governo) al gridare slogan.

“Si da al popolo ciò che il popolo vuole” e questo avviene da ben prima che Salvini andasse a “Il pranzo è servito”.

Tutto giusto ma il momento storico è grave e richiederebbe un atteggiamento serio e deciso: una comunicazione volta a spiegare ciò che accade al popolino, una visione futura lucida e un’azione politica pragmatica e realistica.

Non nascondo che la retorica del “governo del cambiamento” è piacevole soprattutto dopo anni di arrogante dittatura tecnocratica, però non credo che il cambiamento siano 2 leggi provvisorie e una marea di promesse.

I problemi che vivono l’Italia, l’Europa e il mondo sono molto complessi: nazioni non autosufficienti, assenza di sovranità, economie globalizzate, condizioni del lavoro schiavistiche, la concorrenza Cinese, l’esplosione demografica del terzo mondo, le mafie internazionali della finanza, le guerre in atto e l’inquinamento che sta rendendo malaticce le nostre esistenze, l’islamizzazione dell’Europa, ecc…

Certo ci vuole tempo e pazienza per poter fare le cose ma ciò che spaventa è che intorno non c’è dibattito, non c’è studio, non ci sono idee, non ci sono proposte, non c’è nemmeno la volontà di spiegarsi cosa stia accadendo, bastano i sondaggi e i like su Facebook.

Ciò che fa vacillare a mio avviso tutto il castello di carte di questo governo è l’affermare che ora senza i vecchi partiti a governare tutto verrà risolto, tutto è solvibile, tutto è fattibile.

In realtà il lascito culturale degli ultimi governi si fa sentire: la politica scambiata per conquista del consenso, per comitato d’affari, governo delle coscienze, o mero esecutore degli umori popolari.

Nella retorica del governo Giallo-verde non c’è un mondo da combattere e riformare, non ci sono congiunture storiche da dominare e gestire, non ci sono idee per un’Italia del domani, basta la democrazia diretta per gli uni e rinegoziare i trattati per gli altri.

Quindi per loro i problemi attuali sarebbero solo formali e non sostanziali? Locali e non mondiali? Burocratici e non ideali?

Ecco che dietro agli slogan rimbomba il vuoto inconsistente di questi partiti e dietro loro l’eco vuoto di tutto il mondo politico italiano e forse europeo che non sa che rispondere, non fornisce alternative strutturali: o ci si accoda, o si protesta.

Pure gli scritti di giornalisti e commentatori politici, che col web abbondano, assomigliano sempre più a chiacchiericcio da bar, o tifo da stadio.

Dove sono finite le scuole di politica, i centri studi, le corporazioni, i sindacati, i collettivi universitari, il lento e costante lavoro di formazione politica ma soprattutto associazioni culturali che non siano paninerie?

<<Discutere dei governi delle così dette democrazie […] è una semplice perdita di tempo, sino a che non si distingue tra teoria e fatto. Questi paesi sono controllati dagli usurai, sono usurocrazie o daneistocrazie, ed è perfettamente inutile parlarne come se fossero controllati e governati dai loro popoli o dai delegati che rappresentano i loro popoli, o nell’interesse dei loro popoli.>>

[EZRA POUND]

Alberto Romano


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