La “grande illusione”

da Thule Italia

Qui nessuno dice: “Torno al mio paese!”. Si dice: “Torno in Italia!”. L’Italia appare così, forse per la prima volta, nella coscienza di tanti suoi figli, come una realtà una e vivente, come la Patria comune, insomma.

Benito Mussolini (Ottobre 1915)

L’incipit di questo nostro articolo non tragga in inganno, abbiamo voluto citare nientemeno che Benito Mussolini, per dimostrare come la “grande illusione”, di cui stiamo per parlare, sia stata coltivata anche da colui che, negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, tenterà di cavalcarla, di farla parte integrante di quel processo di maturazione nazionale, che avrebbe dovuto accompagnare l’Italia nuova e littoria per tutto il XX secolo. Una “grande illusione”, che terminerà proprio con la fine del Fascismo, l’abbandono progressivo di ogni sorta di patriottismo da parte di chi venne dopo, e l’inizio di quella pavida “democrazia sotto tutela”, i cui esponenti fondatori, ed eredi successivi, si guarderanno bene dal coltivare concetti che la potessero riportare in auge.

Tuttavia, non soltanto il futuro Duce si fece abbagliare dall’idea, forse anche condivisibile, che la Grande Guerra avesse cementificato lo spirito identitario d’Italia, e che la vittoria, consacrata nella data del IV Novembre, potesse assurgere da sola ad incancellabile legame tra le genti della penisola, e la loro forma compiuta in nazione.

Persino nei testi scolastici di qualche anno fa, ce lo ricordiamo perfettamente, avulsi quindi da ogni influenza culturale “fascista”, si forniva quale unica nota positiva del primo conflitto mondiale, l’aver saputo far avvicinare i popoli d’Italia (giusto è parlarne al plurale), di averli fatti conoscere ed intendere reciprocamente nel comune vissuto della trincea. Per la prima volta, si leggeva, dal giorno dell’effettiva proclamazione dell’Italia quale Stato/nazione indipendente, gli italiani si sentirono un popolo.

E’ lecito chiedersi alla luce di ciò, se un solo fatto storico, per quanto importante, possa avere la forza di perpetrarsi autonomamente nella sua validità di simbolico “atto consacrativo” dell’identità nazionale, generazione dopo generazione, senza un’effettiva continuità ideale e culturale presso tutto il popolo.

La risposta oggi è palese, sotto gli occhi di tutti: No!

Parlare d’identità nazionale condivisa, nelle condizioni storiche oggettive in cui siamo, è un cedere nuovamente alla “grande illusione”. Pensare che l’italiano del XXI secolo, prodotto perfettamente riuscito di oltre settant’anni d’ignavia democratica e consumistica, possa comprendere che identità è qualche cosa di “altro” ed “alto”, rispetto alla propria esistenza, superiore ad essa, e che necessita di forza di volontà e spirito di abnegazione, è altrettanto fuorviante.

Anche noi, molti anni fa, sin dall’inizio del nostro percorso di rivolta contro questo sistema/modello imperante, eravamo certi che parole come patria e nazione fossero soltanto sopite nello spirito del popolo italiano, e che sarebbe bastato ribadirle nuovamente con la forza dell’esempio, per riportarle alla luce. Avevamo abbracciato la “grande illusione”, ed il nostro agire si scontrò più e più volte con la realtà, finendo con la disillusine che oggi ci anima. Tuttavia anche in tempi recenti, dopo che gli effetti della crisi di sviluppo della globalizzazione, stavano mettendo in discussione molte certezze sociali ed economiche in Occidente, ritenemmo fosse finalmente giunto il momento di un risveglio generalizzato; di ricerca dell’identitarismo quale unica via di resistenza e di reazione al fallimento del sistema impernate, fondato sulla fiducia nelle nuove forme di sviluppo economico. Il sistema ha per contro dei nostri ragionamenti reagito in modo repentino, ha cambiato paradigma, peggiorandolo nei suoi fini materialistici ed omologanti, e nella sua determinazione ad annientare non soltanto l’Italia, nella ristretta accezione che si ha di essa in questa epoca, ma le stirpi bianche d’Europa nella loro totalità, fiaccandole sia nella volontà di perpetrarsi in futuro e di avere una forma ben definita, sia nel credere ed esser consapevoli del valore della loro millenaria civiltà.

Eccoci quindi giunti a valutare come quel lontano IV Novembre di un secolo fa, non abbia più nessun effetto archetipico nel 2018, nessun appiglio nel contemporaneo, nessuna validità intrinseca, se non per quei pochi che ancora si sentono differenziati e che, sotto certi aspetti, combattono una lotta impari contro lo stesso spirito che anima, nella realtà, il popolo italiano; oggi non più differenziato nelle sue compagini culturali/regionali, o nella sua originalità intrinseca, ma omologato a degli standard e dei cliché impostisi di pari passo con il venir meno di ogni “grande illusione”, nella perdita di senso della parola patria, e nella messa in discussione dell’idea stessa di nazionalità, quale discriminante tra chi è autoctono e chi è “altro” o, peggio, “allogeno”.

Quel tricolore, che un tempo sognavamo brillante di luce propria, lo vediamo oggi sventolare in una realtà mediocre, sopra le teste di masse che non hanno più la forza di volontà di sacrificarsi per principi e valori che trascendano la speciosa esistenzialità individuale ed individualistica. L’identità non è il parassitismo statalista o il rampantismo borghese. L’identità non è la “sicurezza” del proprio orticello, o la stabilità dei tassi d’interesse. L’identità non è nemmeno la sommatoria di tutti quei caratteri insopportabili e grossolani, su cui è stata fondata la società dell’italiano medio dal secondo dopoguerra ad oggi.

Identità è qualche cosa che si reca in serbo gelosamente tanto nel proprio spirito, quanto nella quotidianità, da tramandare come un tesoro, come la terra che il patriarca lasciava ai suoi figli, come la dote delle madri per le figlie. La vittoria di un secolo fa non poteva bastare, poiché essa oggi è muta, incomprensibile alle orecchie dell’italiano del XXI secolo, nella sua schiacciante maggioranza.

Questa vittoria ha per noi ormai un sapore amaro.