La Mafia e il Fascismo

di Edoardo Chiapino

“Signori, è tempo che io vi riveli la mafia. Ma, prima di tutto, voglio spogliare questa associazione brigantesca da tutta quella specie di fascino, di poesia, che non merita minimamente. Non si parli di nobiltà e di cavalleria della mafia, se non si vuole veramente insultare tutta la Sicilia.”

(Benito Mussolini, Camera dei Deputati, 27 Maggio 1927)

Il Cavaliere Benito Mussolini, “sbarcò” in Sicilia per la prima volta nella sua vita, il 6 maggio 1924, entrando nel porto di Palermo a bordo della corazzata Dante Alighieri, scortato da dieci cacciatorpediniere, quando era Capo del Governo da appena due anni.

Sebbene per sua stessa ammissione, conoscesse poco la questione meridionale e il fenomeno mafioso, il suo ineguagliabile fiuto politico, gli fece comprendere che il consenso plebiscitario, (oltre il 70%) ottenuto poche settimane prima nelle elezioni politiche dell’isola, celava intrallazzi e maneggi clientelari delle cosche mafiose, che nulla avevano a che vedere con le nuove idee di stato e società di cui si faceva portavoce il Fascismo.

Al suo primo impatto palermitano, il Duce avvertì immediatamente un senso di disagio, riferendosi ai notabili e ai politici della città, mormorò all’orecchio del suo segretario Alessandro Chiavolini:

“Qui sono tutti una combriccola, come mi muovo sento puzza di mafia”.

Il giorno successivo un episodio chiave, il Capo del Governo si recò in visita a Piana dei Greci, dove venne accolto dal sindaco Francesco Cuccia, nonché il padrino della contrada, chiamato da tutti Don Ciccio, che ostentava sul petto la Croce di Cavaliere del Regno, pur essendo stato chiamato in giudizio per omicidio in otto processi, tutti risolti per insufficienza di prove.

Il “sindaco” volle accompagnarlo sull’auto scoperta e durante il tragitto cerimoniale per le vie del paese, invase dalla folla in festa, con un gesto confidenziale, si avvicinò all’orecchio di Mussolini e gli disse: “ Ma voscienza, signor capitano! Voi siete con mia. Siete sotto la mia protezione, che bisogno c’era di tanti sbirri?”.

Il Duce frenò a stento uno scatto d’ira, non gli rispose, non gli rivolse più la parola e al momento del commiato evitò anche di ricambiare il saluto.

Quella sera, a Palermo, il prefetto Benedetto Scelsi, gli tracciò un quadro impressionante, l’intera isola era controllata dalla “onorata società”.

L’autorità dello stato era inesistente e molto spesso le forze dell’ordine dovevano scendere a patti con i banditi.

Ma questi cosiddetti banditi, non erano mafiosi, semmai erano il braccio armato della mafia.

I veri mafiosi vivevano nella legalità suddivisi in complesse gerarchie.

La Mafia controllava ogni cosa, dalla vita politica a quella sociale ed economica dell’isola.

Indicava i candidati che potevano essere eletti, regolava i rapporti fra agricoltori e latifondisti, svolgeva azioni antisciopero, controllava gli appalti e ogni genere di affare lucroso.

Mancando in toto la tutela dello Stato, tutti, volenti o nolenti avevano bisogno della protezione della mafia, sia i proprietari terrieri che i commercianti, pagavano una sorta di tassa ai mafiosi, chiamata pizzu.

Mussolini ascoltò il prefetto, borbottando oscure minacce alla vecchia Italia liberale, alternando momenti di pacata attenzione a scatti d’ira in cui i suoi occhi roteavano come cerchi di fuoco.

Il 9 maggio ad Agrigento, parlò di fronte a una folla silenziosa, fu una vera e propria dichiarazione di guerra alla mafia: «Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di bonifica, si è detto che bisogna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavorano. Ebbene vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica come la vostra».

Il 12 maggio con una settimana di anticipo rientrò a Roma, furente per ciò che aveva visto e sentito in Sicilia. Il Duce ne era assolutamente convinto, il Fascismo non avrebbe mai avuto nulla da spartire con la Mafia, anzi, la sua eliminazione avrebbe ristabilito l’autorità dello Stato e aumentato esponenzialmente il suo prestigio personale.

Così confidò al suo addetto stampa Cesare Rossi, : “infliggerò alla mafia un colpo mortale”.

Il 27 maggio, convocò a Palazzo Chigi il capo della polizia, il generale De Bono, i questori Moncada e Bocchini e l’onorevole Federzoni.

Espose il suo piano di lotta alla mafia e disse ai convenuti: “per portare vittoriosamente a termine questa opera di bonifica, mi occorre un uomo nuovo, un uomo coraggioso, capace inflessibile ed esperto di cose siciliane senza essere siciliano”.

Federzoni propose il nome di Cesare Mori.

Il “Prefettissimo” , funzionario integerrimo, uomo di grinta e coraggio, durante il biennio rosso, si distinse a Bologna, caricando senza pietà tutti i sovversivi, neri o rossi, senza distinzioni.

Uno dei migliori funzionari del Regno senza ombra di dubbio, un onesto esecutore di ordini, preparato, inflessibile e coraggioso.

Inoltre conosceva a fondo la Sicilia, infatti il Governo Giolitti lo aveva già inviato, precedentemente per due volte per combattere il fenomeno mafioso. Pur avendo dimostrato notevole perizia, Mori non era riuscito a conseguire un apprezzabile risultato, dati i limitati mezzi legislativi conferitigli.

Fu deciso, Mussolini glissò: “spero che questo Mori sia altrettanto duro con i mafiosi come lo è stato con i miei squadristi”.

Il Prefetto di Ferro, come verrà poi successivamente ribattezzato, ricevette il giorno seguente un telegramma, un viatico Mussoliniano, categorico e assai poco garantista, ma che oggi più che mai farebbe sicuramente la gioia di qualunque funzionario statale deciso a debellare la Mafia.

“Vostra eccellenza ha carta bianca” “L’autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno non costituirà un problema. Noi faremo nuove leggi”.

Vennero quindi concessi a Mori, che si avvalse dell’opera dell’ottimo maresciallo Spanò, i pieni poteri.

Grazie alle leggi speciali, in questo contesto, indispensabili, il Prefetto di Ferro, in pochissimo tempo mise in ginocchio la mafia. Centinaia di processi passati in giudicato per insufficienza di prove, vennero riaperti senza tener conto dei consueti ostacoli procedurali e dei cavilli legali, anzi vennero conclusi con grande rapidità e son sentenze esemplari.

Centinaia di mafiosi finirono in carcere o confinati nelle isole, mentre le bande dei briganti furono sbaragliate assediate e annientate con rastrellamenti e campagne militari, con anche l’impiego dell’artiglieria.

Mori, forte della sua “carta bianca” non esitò a combattere i capisaldi dell’alta mafia, sciolse persino la federazione fascista di Palermo, poiché ricolma di infiltrazioni mafiose, rinviando a giudizio anche il segretario federale, l’onorevole, Alfredo Cucco (poi assolto).

Nel maggio 1927 venne sciolto anche il fascio di Catania.

Le azioni del Prefetto non si svolsero, però, solo attraverso retate e processi, ma riguardarono anche l’educazione culturale del popolo siciliano. Ciò che maggiormente preoccupava Mori era inculcare nei siciliani la consapevolezza di essere italiani, di far rispettare le leggi dello Stato e di togliere il potere dalle mani del singolo per porlo saldamente nelle mani della polizia e dei magistrati.

Fu per tali motivi, dunque, che il Prefettissimo dedicò buona parte dei suoi ultimi anni nell’isola alla cosiddetta campagna educatrice, preoccupandosi anche e soprattutto dei giovani.

Mori era convinto che il principale nemico della mafia fosse l’educazione e affermava che: “Dal punto di vista della propria conservazione la mafia […] non teme il carcere quanto la scuola, […] non teme il giudice quanto il maestro”.

Mori continuava asserendo che il suo era un ragionamento perfettamente logico: infatti, l’azione della polizia e dei magistrati avrebbe sicuramente potuto fare dei vuoti nella malvivenza, ma pur sempre dei vuoti facilmente colmabili; la scuola, invece, avrebbe colpito la mafia alle radici, le avrebbe tolto cioè l’afflusso di nuove forze.

Questo concetto di risanamento della società siciliana venne compreso ed esposto nel 1929, nel corso del “processone” contro la mafia, dal deputato fascista Michelangelo Abisso, patrono di Parte Civile. Nella sua lunga arringa ammonì: «Debellato il male, occorre far seguire quella che i medici chiamerebbero cura ricostituente, occorre ritemprare l’organismo, in modo che possa vittoriosamente resistere ad un nuovo attacco. […] Occorrono acqua e luce, telefoni e scuole che vincano gli ultimi residui di analfabetismo e di ignoranza».

Nessuno come lui arrivò ad umiliare tanto la mafia. Se non riuscì fino in fondo nel suo intento, ciò dipese in parte dal potere politico, che fermò la sua azione quando stava per travolgere le ultime e più alte strutture della “onorata società”.

Nel 1929 venne infatti, licenziato per “anzianità di servizio” , richiamato a Roma e nominato Senatore del Regno.

La vera mafia – la cosiddetta “alta mafia” – non venne dunque debellata completamente.

Tuttavia essa cadde in un sonno profondo, dal quale venne ridestata solo dai Padrini Americani tornati nell’isola nel 1943 con lo sbarco delle truppe alleate.

“L’unico tentativo serio di lotta alla mafia fu quello del prefetto Mori, durante il Fascismo, mentre dopo, lo Stato ha sminuito, sottovalutato o semplicemente colluso..

Sfidiamo gli antifascisti a negare che la mafia ritornò trionfante in Sicilia ed in Italia al seguito degli “Alleati” e degli antifascisti, in ricompensa dell’aiuto concreto che essa fornì per lo sbarco e la conquista dell’isola!”

Così scrisse nel suo libro, Cose di Cosa Nostra Giovanni Falcone.

In effetti l’attuale debole, corrotto e colluso stato democratico, garantista e liberale, tenderà sempre per sua stessa natura a scendere a patti con la Mafia.

La famosa frase di Paolo Borsellino: “Mafia e Stato sono due poteri su uno stesso territorio, o si combatto o si mettono d’accordo.” riassume in parte questo concetto.

Un regime dittatoriale invece non può per la medesima ragione, “scendere a patti” poiché così facendo riconoscerebbe una forma di Stato nello Stato, il ché sarebbe semplicemente inconcepibile.

Solo grazie ai poteri speciali e alla “carta bianca” affidati al Prefetto Mori, in Italia dal 1861 ad oggi, ci si avvicinò più che mai alla sconfitta totale del fenomeno mafioso.

Con gli attuali strumenti concessi ai PM e ai Giudici Anti Mafia, la lotta è impari.

L’ élite Mafiosa sguazza indisturbata nelle aule del Parlamento, i suoi uomini si crogiolano nel nostro sistema garantista e tracannano gli elisir di lunga vita: le cosiddette, lungaggini procedurali, le prescrizioni, le assoluzioni per insufficienza di prove ecc…

La cura al Cancro della nostra nazione è ancora molto, molto, lontana se non, aihmé, irraggiungibile.

A mali estremi, purtroppo in taluni contesti, sono necessari se non indispensabili, estremi rimedi.

Chi lo nega, o è ingenuo o è in malafede.