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Quando la morte indossa la divisa.

“Alberto non era armato di nulla,/di nulla lo giuro, proprio di nulla/quel che avete detto, son tutte balle/sparaste alle spalle senza pietà/ sol perché credeva che è primavera/ e un sole di vita presto verrà/ e se t’hanno ucciso Alberto Giaquinto/ ti giuro, ti giuro, non hanno vinto!”

Roma 10 Gennaio 1979, Centocelle un anno dopo la strage di Acca Larentia, la scia di sangue continua, ma questa volta non per mano di un commando di terroristi rossi. Ancora una volta, la morte porta la divisa, come un orribile gioco di coincidenze, avesse voluto continuare a mietere giovani vittime, ammazzati da chi avrebbe dovuto proteggerli. Se quella di Acca Larentia fosse stata una macabra partita fra “compagni” e “guardie”, sarebbe finita in parità. Cosí cadde Alberto, per ricordare i suoi fratelli e nel loro ricordo continuare a lottare.

 

Sono anni difficili in Italia, il ’78 è stato un anno rosso sangue, il 7 gennaio, sull’asfalto dell’Appio Latino, perdono la vita Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, uccisi a sangue freddo dai NACT, nucleo poco noto della galassia della sinistra eversiva. Quella stessa sera l’un ufficiale dei Carabinieri, Eduardo Sivori, apre il fuoco ad altezza d’uomo nel tentativo di “sedare” una colluttazione che inizia per un mozzicone di sigaretta buttato da un cameraman della RAI proprio nella pozza di sangue dei due militanti missini. L’episodio fa agitare i militanti del MSI, già straziati per la perdita dei loro compagni di lotta. Stefano Recchioni, un militante di 19 anni di Colle Oppio, non ha scampo. Un proiettile calibro nove lo colpisce in piena fronte. Si spegnerà, dopo due giorni di agonia, al “San Giovanni”. È la terza vittima di Acca Larentia, ma non è l’ultima. Il 9 Maggio di quello stesso, dannato, anno, le Brigate Rosse fanno ritrovare in via Caetani il cadavere di Aldo Moro. Quello stesso anno anche i “neri”, rispondono al fuoco. Valerio e Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro, Dario Pedretti e Alessandro Alibrandi, fondano i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari). Cominciano i primi morti per mano dei “neri”. Il 1978 passa lasciando così una lunga striscia di sangue, ma nei cuori dei camerati é ancora vivo lo strazio di quel maledetto 7 Gennaio e ad aggravare sullo stato d’animo sono i risultati delle indagini, nessuno dei colpevoli è stato punito e i “compagni” che hanno sparato, non sono mai stati individuati. Sivori, invece, è stato fatto allontanare da Francesco Cossiga in persona per “evitare eventuali rappresaglie”. In molti, proprio per questo motivo, hanno lasciato il partito. Si sono sentiti abbandonati. Dai dirigenti e da Giorgio Almirante in particolar modo, si aspettavano molto di più. Tanti di quelli che hanno militato nel MSI decidono che il gioco al massacro, messo in piedi dai comunisti, va fronteggiato con le loro stesse armi e passano con i NAR. Alberto Giaquinto no, lui non ci pensa nemmeno ad entrare in un gruppo eversivo. Ha solo 17 anni in quell’inverno del 1979. Studia al liceo “Peano”. È bello. Anche se dimostra più degli anni che ha per via del suo abbigliamento, ma ha ancora il sorriso pulito di un bambino. Abita all’Eur. Va spesso al “Bar del Fungo”, noto nella zona perché frequentato da Franco Anselmi (l’estremista dei NAR ucciso nell’assalto all’armeria Centofanti). Ha una moto, una Honda, di cui va orgogliosissimo, la tiene come un gioiellino. Suo padre è proprietario di una farmacia ad Ostia. La famiglia è benestante e di questo, dopo la sua morte, si riuscirà a farne una colpa. Sono gli anni assurdi degli opposti estremismi, della lotta di classe ed essere “borghese” è un aggravante. O meglio, una scusante, se vieni ammazzato. Anche se a farlo è un poliziotto.È di destra, Alberto. Per l’età che ha, fa ancora parte del Fronte della Gioventù. Ma ha amici più grandi, del Fuan, gli universitari del MSI. Sono alcuni di loro, ad organizzare per il 10 gennaio, una manifestazione non autorizzata in ricordo della strage di Acca Larentia. Il problema non è il corteo, ma la zona che è stata scelta, quella di Centocelle, uno dei quartieri più “rossi” di Roma. Chiunque vada, rischia grosso. I “compagni” non aspettano altro che l’ennesimo scontro. Sì, perché solo ventiquattr’ore prima,  i NAR hanno fatto irruzione a “Radio città futura”, un’emittente dichiaratamente di sinistra. I conduttori avevano scherzato sul cognome di uno dei due missini uccisi all’Appio Latino, proprio nel giorno dell’anniversario: “Poracci, i ‘fasci’ so’ rimasti senza ‘na ciavatta”. I “neri” non perdonano. Entrano alla Radio, dove nel frattempo stava andando in onda una trasmissione femminista. Rovesciano una tanica di benzina nel locale. Danno fuoco a tutto. Bruciano. Sparano anche. Non muore nessuno, ma è comunque un gesto eclatante.Roma, quel giorno, non aspetta altro che il regolamento dei conti tra “fasci” e “compagni”. Alberto e molti altri ragazzi vogliono andare alla manifestazione. Non hanno intenti violenti. Solo l’imperativo, morale, categorico, di ricordare i loro camerati caduti un anno prima, esprimere la rabbia per un’indagine che non è mai decollata, senza colpevoli né sospetti. E con Sivori al sicuro, all’estero. Aspettano indicazioni dai quadri del partito. Nel primo pomeriggio, Gianfranco Fini (che, all’epoca, è il segretario nazionale del Fronte della Gioventù), dà il nulla osta. La rievocazione si farà, a Centocelle. Chissenefrega se rischia di scapparci il morto.È una vittima annunciata, Alberto Giaquinto. Ciò che nessuno si aspetta, però, è che il piombo sotto il quale cadrà è quello di un agente di pubblica sicurezza.In via dei Castani, Alberto, ci va in autobus. Con lui ci sarà Massimo Morsello (oggi scomparso anche lui, per un cancro, chiamato il “De Gregori Nero”, l’autore di Canti Assassini). Entrambi non conoscono il quartiere, si accorgono che c’è un aria insolita. Tesa. In quello stesso momento si momento si sta svolgendo nello stesso quartiere un corteo femminista in protesta per l’attacco dei Nar subito il giorno prima. All’improvviso, qualcuno tra i ragazzi del MSI prova ad assaltare la sezione della DC situata nel quartiere. La situazione precipita. Alla centrale operativa della questura arriva una chiamata: “sbrigatevi, che qui sfasciano tutto!”. Invece della solita volante, arriva di corsa una Fiat 128 “civile”. All’interno ci due poliziotti in borghese, uno dei due scende dalla macchina con l’arma in pugno e vede che i ragazzi stanno scappando dando le spalle all’agente. Senza motivo fa fuoco ad altezza d’uomo colpendo Alberto alla nuca che si accascia al suolo in una pozza di sangue. La polizia impiega più di mezz’ora per far arrivare l’ambulanza che lo porterà all’ospedale “San Giovanni”. Quando i medici si chinano su di lui, respira ancora. Ma per poco. Alle 9 di quella stessa sera del 10 gennaio, dopo due ore di agonia, muore fra le braccia di sua madre. Dal giorno dopo, come avevano fatto per Recchioni, tutti i giornali mettono in atto una campagna denigratoria contro Giaquinto. I più “teneri” diranno che l’agente ha sparato solo ed esclusivamente per legittima difesa, perché Alberto impugnava un P38 (il vero scandalo è che questa tesi verrà accolta nel processo contro l’assassino di Giaquinto, puntualmente prosciolto da ogni accusa). Stessa scusa usata per infangare Stefano e scagionare Sivori. I “pennivendoli” più fantasiosi racconteranno che “nella giacca del ragazzo sono stati rinvenuti diversi proiettili”. Anche stavolta, come per il missino di Colle Oppio, nessuno avrà il coraggio di ammettere che gli  erano stati messi in tasca per “giustificare” il ferimento.Ma le parole più vergognose sono quelle scritte (e non firmate) in un articolo di Lotta Continua del 16 gennaio: “Quelli dell’Eur sono figli della ricchissima borghesia romana, questi rampolli da galera che hanno come loro ritrovo bar e locali. Questi assassini hanno vita facile nei loro quartieri. Possono permettersi di pestare, sfregiare, sparare”. Non basta, c’è di peggio. Nei giorni seguenti l’attacco dei media è mirato e diretto: “La vicenda di Alberto Giaquinto è esemplare. Figlio di un ricchissimo farmacista, viveva in una lussuosissima villa al Fungo. Qui si incontrava con i suoi amici, che raccontano della sua passione per i film  pornografici (pura invenzione, ndr). Quando è stato ucciso, aveva una Walter P38, ma non ha fatto in tempo ad usarla. Studente per bene la mattina, terrorista la sera”. È bene ricordare che, quando muore, Giaquinto non ha neppure compiuto 18 anni. La pistola non è mai stata trovata. Chi era con lui, ha giurato che Alberto non ha mai tenuto in mano un’arma. Tanto meno quella sera maledetta. Non ha imparato niente, Adriano Sofri, dall’omicidio di Luigi Calabresi. Il suo modo di fare “giornalismo”, a distanza di sette anni, è rimasto lo stesso: raccogliere e diffondere false informazioni sulla vittima designata. Farne un mostro. Fomentare l’odio contro i “nemici del proletariato” scelti a caso, nel mucchio. Anche se il bersaglio è un ragazzino. Morto ammazzato. Da un poliziotto. Mentre era in strada per ricordare una strage contro i suoi camerati.

“Muore Giovane chi é caro agli Dei” 

Alberto Giaquinto, Presente!

Kalki

(Spunto dall’articolo su Alberto Giaquinto: L’ultima vittima di Acca Larentia )

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