La nave “di salvataggio” Lifeline e le sue menzogne, dal registro navale ai dati AIS

La nave “di salvataggio” Lifeline si è rivelata una poderosa montatura, come mostrato dagli screenshot pubblicati dall’account Twitter @SEENOTRETTUNG (qui il link: https://twitter.com/SEENOTRETTUNG): l’imbarcazione non è legalmente registrata nel registro navale dell’Olanda. Quest’ultima ha, infatti, rilasciato una dichiarazione ufficiale negando la presenza nei propri registri: “La Seefuchs e la Lifeline non navigano sotto bandiera olandese ai sensi della responsabilità dello Stato di bandiera prevista dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Queste navi sono di proprietà di ONG tedesche e non sono presenti nei nostri registri; pertanto, non siamo in grado di fornire loro istruzioni. L’Italia è consapevole della nostra posizione in materia”.

È registrata, sì, ma dove? La nave ha ricevuto un certificato internazionale d’imbarcazione da diporto dalla Water Sports Association. Com’è evidente, la nave non può essere classificata come nave di salvataggio autorizzata a compiere simili missioni; al contrario, è una nave con una capacità limitata di persone che è possibile portare a bordo. Questo potrebbe spiegare molti enigmi che traspaiono dai registri AIS: consultandoli, è possibile vedere come la Lifeline abbia navigato tra Licata e Rotterdam fino al 12 giugno, giorno in cui è giunta a La Valletta. Date un’occhiata alle mappe e alle distanze percorse, fate due calcoli e rimarrete a bocca aperta: come ha potuto una simile imbarcazione coprire l’intera distanza che intercorre tra Licata e Rotterdam in meno di 48 ore? Considerato che la distanza in questione è di 2.400 miglia nautiche, per coprirla in 48 ore la nave avrebbe dovuto viaggiare a 50 nodi. Pochissime navi sono in grado di raggiungere una simile velocità. Nel caso specifico della Lifeline, essa può raggiungere massimo gli 8-10 nodi di velocità di crociera, il che ci porta a concludere che ci sarebbero volute 240 ore per coprire tale distanza. Di seguito i dati dei registri AIS:

Valletta 2018-06-12 20:25 ICT 2018-06-12 20:25 ICT*

Licata 2018-05-27 01:10 ICT 2018-06-06 02:05 ICT

Rotterdam 2018-05-11 23:26 ICT 2018-05-11 23:26 ICT

Licata 2018-05-07 02:50 ICT 2018-05-07 03:35 ICT

Amsterdam 2018-05-05 07:59 ICT 2018-05-05 07:59 ICT

Licata 2018-04-21 22:20 ICT 2018-04-30 22:13 ICT

Rotterdam 2018-04-19 03:00 ICT 2018-04-19 03:00 ICT

Licata 2018-04-17 06:26 ICT 2018-04-17 06:26 ICT

Rotterdam 2018-02-06 16:59 ICT 2018-03-30 14:12 ICT

Licata 2018-01-29 23:26 ICT 2018-02-03 01:25 ICT

Perché hanno falsificato i registri AIS? Sembra proprio una domanda retorica: se effettuate una ricerca sui social media, troverete un post con scritto “Rescue is not a crime!” (“Salvare vite non è un crimine!”, NdT) pubblicato a ripetizione. Di certo salvare vite non è un crimine, ma lo è il traffico di esseri umani.

Il peggiore oltraggio di tutte le ONG impegnate nel traffico di esseri umani (ah no, scusate, sono “missioni umanitarie”) risiede nell’ipocrisia senza limiti, la loro e dei loro padroni. Le ONG, i media, i politici e le organizzazioni internazionali, infatti, incoraggiano l’immigrazione illegale, che a sua volta è causa di tragedie su tragedie. All’apparenza sono tutte missioni umanitarie, ma la verità è che a loro interessa soltanto trafficare sempre più esseri umani.

Dal punto di vista del salvataggio e della sicurezza in mare, le attività delle ONG non fanno altro che causare ulteriori tragedie, non ridurle; al contrario, chiunque si adoperi per impedire l’immigrazione di massa salva future vittime da future tragedie. Più persone salvano, più persone – ispirate dalle “storie a lieto fine”, dalle ONG, dagli attivisti e dai media – intraprenderanno questi pericolosi viaggi e finiranno col rischiare la vita. La strategia continua del traffico di esseri umani è, infatti, la causa principale delle tragedie che avvengono nel mare e sulla terraferma, con tassi di criminalità sempre più in aumento nelle città europee.

*Indochina Time. Per risalire all’ora italiana è sufficiente portare l’orologio indietro di sei ore.

Link all’articolo originale: http://maritimebulletin.net/2018/06/23/6603/

Pax Italicum