LA RIVOLTA ANTICOMUNISTA DI TAMBOV ED I CRIMINI SOVIETICI

L’epopea della rivolta anticomunista della provincia di Tambov è stata uno degli eventi più cruenti nel buio periodo che vide l’affermazione del comunismo in Unione Sovietica. Quella delle rivolte anticomuniste scoppiate nelle campagne costituisce una pagina poco nota della storia del ventesimo secolo. Queste rivolte si formarono in modo del tutto spontaneo in contesti dov’era difficile che il mite contado arrivasse a mobilitarsi e questo dovrebbe rendere ben chiara la portata degli stravolgimenti che investirono quelle terre. Sta di fatto che, senza il bisogno di finanziamenti esterni o di agitatori arrivati dall’estero (come invece avvenne per il bolscevismo che fu supportato da ben 6 clan bancari coordinati dal magnate Jacob Schiff o dal supporto del Kaiser tedesco a Lenin) i contadini delle campagne arrivarono a mobilitarsi spontaneamente in massa contro le imposizione del regime di terrore bolscevico. Un periodo segnato da stragi e massacri ai danni dei popoli che abitavano russia, ucraina e paesi vicini che raggiunsero l‘apice quando ben tre holodomor arrivarono ad abbattersi sulle popolazioni locali, carestie programmate intenzionalmente che costarono la vita a milioni di persone. Massacri perpetrati dai comunisti contro popoli europei, massacri di cui la sinistra cosmopolita cerca in ogni modo di evitare che se ne parli per non far vedere al mondo cosa significa l’applicazione del marxismo leninismo. Ce ne fornisce un idea lo scrittore premio nobel Aleksandr Isaevic Solženicyn, ex internato nei gulag sovietici. Riconosciuto universalmente come uno dei più autorevoli esperti in materia, nei suoi libri Arcipelago Gulag e Per linee interne (dove il tema centrale è la figura del generale sovietico Vassilij Zukhov) ci fornisce un dettagliato quadro degli orrori vissuti sotto il comunismo ma anche una stupenda visione di una società russa, tradizionalista e conservatrice, che cerca in ogni modo di respingere il comunismo e le sue imposizioni. La grandiosità e l’importanza dei moti insurrezionali anticomunisti sono il simbolo di un Europa che non piò tollerare le imposizioni di un comunismo che con i suoi valori materialisti ed ideocratici calpesta la tradizione e la spiritualità dei popoli Europei. Solzenicyn ci fornisce una dettagliata testimonianza della rivolta di Tambov, soprannominata poi ‘’Antonovscina’’ dal nome di colui che la guidò, Aleksandr Stepanovich Antonov. Il movente che spingeva i contadini a ribellarsi era triplice: la leva obbligatoria, le requisizioni forzate a vantaggio dell’Armata Rossa e l’ammasso coatto del raccolto nei depositi statali. “Da quell’estate [1920] la campagna, sforzandosi al di là delle proprie possibilità, consegnò il raccolto gratuitamente anno dopo anno. Questo provocò rivolte contadine e conseguenti loro repressioni e arresti. […] Alla fine dello stesso anno avviene lo sgominamento preventivo della rivolta contadina di Tambov (in questo caso non vi fu processo).” E non mancavano motivazioni di difesa della libertà e delle tradizioni religiose. “Nel 1918, per accelerare anche la vittoria culturale della rivoluzione, si cominciò a sventrare e buttare via le spoglie mummificate dei santi e a confiscare gli arredi sacri. Sommosse popolari divamparono a difesa delle chiese e dei monasteri saccheggiati. Qua e là le campane suonavano a stormo e i credenti accorrevano, qualcuno munito di bastone. Naturalmente fu necessario liquidare qualcuno sul posto, arrestare altri” Solz’enicyn è tornato sul tema dell’insorgenza contadina russa durante la sua visita in Francia nel 1993 per partecipare alle celebrazioni dell’insurrezione vandeana. “Numerosi procedimenti crudeli della Rivoluzione francese — ha affermato in quella sede lo scrittore russo — sono stati docilmente applicati di nuovo sul corpo della Russia dai comunisti leniniani e dagli specialisti internazionalisti, soltanto il loro grado di organizzazione e il loro carattere sistematico hanno ampiamente superato quelli dei giacobini. “Non abbiamo avuto un Termidoro, ma — e ne possiamo esser fieri nella nostra anima e nella nostra coscienza — abbiamo avuto la nostra Vandea, e più d’una. Sono le grandi rivolte contadine, quella di Tambov nel 1920-1921, della Siberia occidentale nel 1921. Un episodio ben noto: folle di contadini con calzature di tiglio, armate di bastoni e di forche hanno marciato su Tambov, al suono delle campane delle chiese del circondario, per essere falciati dalle mitragliatrici. L’insurrezione di Tambov è durata undici mesi, benché i comunisti per reprimerla abbiano usato carri armati, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie dei rivoltosi e benché fossero sul punto di usare gas tossici. Abbiamo avuto anche una resistenza feroce al bolscevismo da parte dei cosacchi dell’Ural, del Don, del Kuban’, del Terek, soffocata in torrenti di sangue, un autentico genocidio” Nelle campagne le requisizioni forzate venivano condotte da reparti speciali dell’Armata Rossa — i cosiddetti “reparti alimentari” — e si traducevano spesso in razzie nei villaggi e in violenze di ogni tipo, talora concluse con la fucilazione di qualche contadino riottoso, per dare l’esempio. “I contadini li chiamavano “i Neri” (Celrnye), forse pensando al diavolo (cërt), o forse perché tra loro c’erano molti non-russi.” La rivolta nel dipartimento di Tambov scoppia così nell’agosto del 1919, senza alcun impulso o sostegno — come sottolinea lo scrittore — da parte del “[…] clero ortodosso, che “non è di questo mondo”, che non si univa ai ribelli, non era il loro ispiratore, come era accaduto [in Vandea] per il combattivo clero cattolico; i preti se ne restavano prudentemente chiusi nelle loro parrocchie, nelle loro case, pur sapendo che i Rossi, se arrivavano, sarebbero stati comunque capacissimi di fracassare loro la testa. (Così, a Kamenka, il prete Michail Molc’anov fu ammazzato senza nessun motivo)” . “Non è facile, no davvero — osserva Solz’enicyn —, smuovere i contadini russi, ma quando la pasta fermenta e si gonfia, niente può più contenerla nei limiti della ragione” . Quindi, “muovendo da Knjaz’e-Bogorodickoe, sempre nel distretto di Tambov, una folla di contadini in calzari di tiglio, pervasa dal sacro fuoco della giustizia, si mosse per “prendere Tambov” con accette, forche da fieno e forchettoni da cucina: così, con le stesse forche, marciavano i loro avi al tempo dei tatari. Accompagnata dal suono delle campane dei villaggi che attraversava e crescendo lungo il cammino, la folla avanzò verso il capoluogo fino al villaggio di Kuz’mina Gat’, dove i malcapitati vennero falciati, senza potersi difendere, dalle mitragliatrici, e i sopravvissuti dispersi. “Allora, come un incendio che corre da un tetto di paglia all’altro, l’insurrezione si propagò di colpo in tutto il distretto, estendendosi anche a quelli di Kirsanov e Borisoglebsk: dappertutto furono massacrati i comunisti locali (ci si misero anche le donne, coi falcetti), le sedi dei Soviet saccheggiate, le comuni e i sovchoz sciolti. I comunisti e gli attivisti scampati si rifugiarono a Tambov”. “Quanto a Pavel Vasil’evic’, lasciò la città e partì alla ricerca del presunto centro dell’insurrezione. “E lo trovò sotto una forma mobile — quella di un pugno di uomini raggruppati attorno ad Aleksandr Stepanovic’ Antonov”. Benché privo di armi e di ufficiali adeguati, il movimento di Antonov conduce una vivace guerriglia partigiana, basata su rapidi e incisivi attacchi condotti dalla cavalleria — l’unica tattica in un terreno del tutto pianeggiante come le campagne di Tambov —, contro i bolscevichi. Al culmine del successo, la rivolta potrà schierare oltre dieci reggimenti di millecinquecento-duemila uomini ciascuno. I quadri sono costituiti da ex graduati della guerra mondiale, mentre nei ranghi figurano “[…] anche semplici contadini che fino al giorno prima conoscevano solo l’aratro di legno” . “In novembre Antonov marciò su Tambov col grosso delle forze creando grande scompiglio tra le autorità locali (le quali abbatterono querce centenarie per sbarrare le strade di accesso, installarono mitragliatrici sui campanili)”. Ma, “a venti verste da Tambov, a Podosklej-Roz’destvenskoe, gli insorti, dopo una grossa battaglia, dovettero battere in ritirata”. Nonostante la battuta d’arresto, l’afflusso di nuovi, più massicci rinforzi “rossi” e la tattica di occupazione militare del territorio utilizzata dai bolscevichi — inclusa la sistematica presa di ostaggi fra i familiari dei combattenti contro-rivoluzionari —, “[…] l’insurrezione non si placava. Benché, con l’avanzare dell’autunno e poi l’arrivo dell’inverno, per i partigiani diventasse sempre più difficile nascondersi e bivaccare, il numero dei loro reggimenti aumentava. Le requisizioni messe in atto dai reparti rossi e il puro e semplice saccheggio al quale si abbandonavano quando si spartivano sul posto, sotto gli occhi dei contadini, quello che avevano appena finito di requisire, percuotendo gli anziani o anche bruciando da cima a fondo il villaggio — come fecero ad Afanas’evka, a Babino, dove cacciarono vecchi e bambini nella neve, e si era all’inizio dell’inverno — tutto questo dava nuovo impulso al movimento insurrezionale”.— “[…] uno squadrone: cavalieri che invece delle uniformi dell’Armata Rossa vestivano abiti contadini, però tutti con gli stivali. Berretti di montone, alti colbacchi. Alcuni, non tutti, sfoggiavano le bande rosse cosacche sui pantaloni” — nelle file degli insorti di Antonov, per sbaragliare una delle ultime colonne ancora attive — la durezza della repressione bolscevica stava avendo ragione dell’Antonovscina —, quella comandata dai fratelli Mis’ka e Ivan Sergeevic’ Matjuchin. A dispetto dei tentennamenti e dell’orrore per la violenza di Ektov l’impresa riesce e si conclude con il massacro dei capi e con la liquidazione dell’intero reparto di insorti anticomunisti — circa cinquecento uomini — mentre riposano in un dopocena nelle isbe di un villaggio. Antonov morirà in combattimento nel giugno del 1922 presso Borisoglebesk assieme al fratello Dmitryi. Le operazioni militari sono condotte dai “rossi” con grande dispiegamento di mezzi moderni che vedono anche l’impiego dell’aviazione. La Ceka, dal canto suo, non sta con le mani in mano: a Zerdevka “avevano scavato una grande fossa, facevano sedere i condannati sul bordo, con la faccia rivolta allo scavo, le braccia legate. Subin [il capo dei cekisti] e i suoi aiutanti andavano avanti e indietro, sparando alla nuca” . “In maggio, a reprimere i banditi di Tambov venne da Mosca, con pieni poteri, una commissione del Comitato centrale esecutivo panrusso, capeggiata anch’essa da un Antonov, però Antonov-Ovseenko. A capo dell’Armata Speciale di Tambov arrivò il comandante d’armata Tuchacevskij, in precedenza comandante del fronte occidentale e reduce dalla resa dei conti con la Polonia” . Il famoso generale bolscevico Mihail Nikolaevic’ Tuchac’evskij (1893-1937) — più prestigioso nella lotta contro i suoi compatrioti che contro il nemico esterno, essendo stato sconfitto pochi mesi prima sulla Vistola dai polacchi del maresciallo Jozef Pilsudski (1867-1935) — riorganizza e potenzia la repressione, e compie una mossa vincente dotando i reparti di apparecchi radiotrasmittenti, che accrescevano enormemente le possibilità di coordinamento fra le unità e vanificavano i movimenti di sganciamento della cavalleria antonoviana dopo ogni assalto. I “rossi” non esitano neppure davanti all’impiego dei gas tossici. Un’ordinanza segreta — la n. 0116 — del comandante d’armata nell’estate del 1921 recitava: “Ripulire le foreste dove si nascondono i banditi mediante gas tossici. Calcolare con esattezza che la nube di gas asfissianti arrivi ad espandersi in tutta la foresta, annientando tutto ciò che vi si nasconde. Il comandante Tuchac’evskij” Anche in La tragedia di un popolo – La rivoluzione russa1891-1924″ si parlerà dettagliatamente della rivolta di tambov ‘’Ma la chiave della repressione delle più gravi rivolte contadine stava nella forza militare e nella spietatezza del terrore, ma in certe località, come nella regione della Volga, l’opera era compiuta invece dalla carestia e dall ‘inedia. La svolta arrivò all’inizio dell’estate, quando i bolscevichi rividero la propria strategia: invece di inviare contro i ribelli dei piccoli distaccamenti, invasero di truppe le aree controllate dai rivoltosi e scatenarono contro i villaggi che li sostenevano una campagna terroristica di massa, cercando al contempo di riconquistare gli altri con la propaganda. La nuova strategia fu adottata la prima volta nella provincia di Tambov, dove, a schiacciare la rivolta di Antonov, fu inviato in aprile Tuchacevskji, reduce dal recente successo dì Kronstadt. Al culmine dell’ operazione, in giugno, le aree insorte erano occupate da una forza di oltre centomila uomini, per la maggior parte truppe speciali provenienti dall’ élite delle unità di sicurezza comuniste e dal Komsomol, dotati di centinaia di pezzi di artiglieria pesante e di autoblindo. Per seguire i movimenti delle bande e per gettare bombe e manifestini sulle loro roccaforti vennero usati gli aeroplani. Si fece ricorso anche ai gas per « costringere i rivoltosi a uscire dalle foreste ». Tramite informatori prezzolati, vennero individuate le famiglie dei ribelli per prenderne i componenti in ostaggio da rinchiudere in campi di concentramento eretti a questo scopo: entro la fine di giugno erano già rinchiusi nei campi di Tambov cinquantamila contadini, tra i quali mille bambini. Non era raro che venisse internata la popolazione di un intero villaggio che poi, se i ribelli non si arrendevano, veniva passata per le armi o deportata al circolo polare artico. In certi casi il villaggio veniva senz’altro dato alle fiamme e raso al suolo. In un solo volost del distretto di Tambov, non particolarmente noto come nido di ribelli, vennero fucilati centocinquantaquattro contadini, prese in ostaggio duecentoventisette famiglie, incendiate diciassette case, demolite o donate alle spie altre quarantasei abitazioni. In complesso è stato stimato che nella repressione della rivolta siano state imprigionate o deportate centomila persone e fucilate altre quindicimila.’’ L’ordine n. 171 dell’11 giugno 1921 e firmato da Vladimir Ovseenko mostra chiaramente i tipi di metodi usati per “pacificare” la provincia di Tambov. Esso prevedeva: ‘’-Sparare a vista tutti i cittadini che rifiutano di dare i loro nomi. – Le commissioni politiche distrettuali e regionali sono autorizzate a pronunciare una sentenza in qualsiasi villaggio dove le armi sono nascoste e per arrestare gli ostaggi e sparargli se non si rivelano i luoghi di battaglia. -Ovunque si trovino le armi, eseguire immediatamente il figlio maggiore nella famiglia. -Ogni famiglia che ha ospitato un bandito deve essere arrestato e deportato dalla provincia, i loro beni devono essere sequestrati e il figlio maggiore dovrà essere eseguito immediatamente. -Ogni famiglia che ospita altre famiglie che hanno ospitato banditi deve essere punito allo stesso modo e il loro figlio maggiore deve essere ucciso. -Nel caso in cui le famiglie bandite abbiano fuggito, i loro beni devono essere ridistribuiti tra i contadini fedeli al regime sovietico (bolscevico) e le loro case devono essere bruciate o demolite. Questi ordini devono essere eseguiti rigorosamente e senza misericordia.’’ Il coraggio dei contadini russi e slavi dev’essere d’esempio per tutte le generazioni europee a venire. Troppi sostenitori dell’identitarismo non hanno ben chiari i sacrifici che fin troppi popoli hanno dovuto soffrire per difendere la propria identità e, peggio, venir poi dimenticati nei meandri di una storia che tollera solo le versioni di chi la scrive. In questa prospettiva, bisogna veramente essere riconoscenti all’immenso lavoro di documentazione fatto da Aleksandr Isaevic Solženicyn. In un discorso alla Duma nel 1994, egli affermò che tra gli anni venti e gli anni quaranta del ventesimo secolo oltre 60 milioni di persone morirono a causa del comunismo. Nessuno ebbe niente da obbiettare.