La Vittoria romana contro i demoni di Cartagine

di Francesco Di Marte

da Perennitas

Scipione ed Annibale s’incontarono il giorno dopo la battaglia che poi fu chiamata “di Zama”. Conversarono con serenità e rispetto. Scipione chiese: “Chi è stato il più grande condottiero della storia?”. Annibale rispose: “Se avessi vinto oggi avrei detto che sono stato io il più grande, quindi dico Alessandro Magno”. Questa è solo una delle versioni che la storia ci propone (alcuni sostengono che queste parole siano state pronunciate prima della battaglia), ma il significato più profondo non sta nella classifica o nella risposta, ma nel fatto che Scipione non infierì contro il nemico giurato di Roma, trattandolo da uomo di rango e di valore, seppur sconfitto. Alla fine della battaglia gli consentì di vivere ancora, lasciandolo andare.

Il giorno precedente si erano incontrati per negoziare una possibile tregua, essendo quest’opzione la proposta dei cartaginesi. Ognuno dei comandanti spiegò con eloquenza le proprie ragioni all’altro, ma la proposta di pace di Annibale, dovuta certamente alla consapevolezza dei rischi ai quali sarebbe stata sottoposta Cartagine in caso di sconfitta, fu fermamente respinta da Scipione: “Stando così le cose, potremo proporre al popolo una nuova tregua se aggiungeremo alle precedenti qualche clausola aggravante, ma se dobbiamo rendere più lievi i patti già stabiliti, non è neppure il caso di avanzar proposte. Dove voglio arrivare dunque? Dovete consegnarci a discrezione voi stessi e la vostra città, oppure dovrete vincerci sul campo”.

La figura di Publio Cornelio Scipione, così come si conviene in tempi di decadenza e perdita dell’identità, giace relegata ingiustamente nella periferia dell’attenzione degli storici, ed è assente anche nell’immaginario di molti patrioti. Miglior fortuna ebbe durante il medioevo ed il rinascimento, durante i quali numerosi scrittori gli tributarono i meritati onori, molti di essi essendo convinti che Scipione fosse stato il più grande condottiero di tutti i tempi. Francesco Petrarca, commentando la risposta di Annibale, sostenne che in essa è contenuta l’evidenza della grandezza di Scipione (Collatio inter Scipionem, Alexandrum, Pyrrum). Opinione ribadita anche in altre opere, per prima “De viris illustribus”, nella quale il fiorentino cita lo storico Floro ( Publio Annio Floro), che definì Scipione il più grande condottiero della storia, superiore a tutti coloro i quali lo avevano preceduto o erano vissuti dopo di lui.

A tanta grandezza nella scienza bellica, corrispose altrettanto valore morale. Scipione fu uomo profondamente religioso, convinto del legame profondo che legava l’osservanza dell’etica romana rappresentata dal Mos Maiorum al volere degli Dei e, conseguentemente, all’esito delle battaglie e delle guerre. L’apparente azzardo rappresentato dall’intento di portar battaglia in Africa, fu sì sorretto dall’idea di allontanare Annibale dall’Italia, ma ancor più dalla convinzione che gli Dei avrebbero premiato l’ostinata ed eroica difesa romana, contrapposta al disonore, agli inganni ed alla slealtà dei cartaginesi.

Scipione fu, ed è, l’esempio fulgido dell’uomo centrato nelle più alte virtù romane: aequitas, firmitas, pietas, virtus. La sua ardita vittoria, certamente la più importante che la storia di Roma abbia riportato, ha lasciato tracce indelebili nella storia e nell’invisibile. Roma che definitivamente sconfisse Cartagine, significò la vittoria del diritto sull’abominio, dell’onore contro l’inganno levantino.
A Scipione figlio di Roma e dell’Italia dobbiamo tutta la civiltà, la giustizia e la bellezza che da Zama in poi ci furono, e che, senza quella Vittoria, certamente non ci sarebbero state.

Nel giorno dedicato alla memoria della Vittoria di Zama, ricordiamo, a noi stessi ed a tutti, che Roma immortale resiste e continua ad illuminare il Cosmo, ed al contempo, non volendo ingannare nessuno, che, oggi come ieri, c’è una nuova Cartagine che semina oscurità. Ci vorranno le migliori qualità ed i migliori uomini del nostro tempo, uniti agli Dei benevoli, per vincere, ancora una volta, in nome della civiltà, dell’ordine e della bellezza.

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