L’antifascismo alla base della vulgata antirisorgimentale

di Il colore cenere

Il concetto di “revisionismo del Risorgimento” andrebbe definito con maggiore esattezza, poiché non è affatto univoco ed anche nella storiografia stessa ha ricevuto una molteplicità d’interpretazioni.
Anzitutto si deve premettere che esistono “revisioni” della storia del Risorgimento in ambito accademico ed altre invece ad esso estraneo. Inoltre la “revisione” non sempre e non necessariamente assume un carattere critico nei confronti del periodo risorgimentale, che è consueta nei revisionisti dilettanti ma spesso assente negli storici universitari.
È davvero impossibile in questa sede proporre una panoramica della storiografia sul Risorgimento, che è smisurata e diversificata al punto che persino i saggi di storia della storiografia risorgimentale sono stati costretti ad omettere autori ed opere nella loro analisi. Ci si limiterà pertanto ad un quadro davvero sintetico tenendo come filo conduttore la nozione di “revisionismo”.
Rosario Romeo coniava la categoria di revisionismo del Risorgimento nel 1956 nel suo saggio breve “La storiografia politica marxista”, che era ripubblicato in “Risorgimento e capitalismo” del 1959. Egli riuniva in questa categoria autori come il Gobetti, il Gramsci ed altri, che erano diversissimi fra loro per impostazioni ma che il grande storico siciliano riteneva accomunati dal postulare un «astratto ideale morale e politico, al quale arbitrariamente si presume che la storia realmente accaduta avrebbe dovuto adeguarsi». Il criterio impiegato dal Romeo per definire il revisionismo del Risorgimento è la contestazione di una metodologia ritenuta inadeguata, con la quale l’autore anziché cercare di conoscere e comprendere ciò che è avvenuto postula astrattamente un modello politico, da egli ritenuto ideale, per poi esprimere giudizi di valore (bene/male) su quanto avvenuto. Parafrasando un’antica massima, la storiografia diviene così ancella dell’ideologia politica da cui invece andrebbe rigorosamente separata.

È per questa ragione che il Romeo riuniva nella medesima categoria del revisionismo autori che esprimevano idee politiche differenti, ma che tutti presentavano la stessa debolezza gnoseologica e di metodo. I due autori che sono i capostipiti del cattivo (scientificamente cattivo) revisionismo del Risorgimento sono stati Piero Gobetti ed Antonio Gramsci.

L’antifascista e liberale di sinistra Piero Gobetti con il suo “Risorgimento senza eroi” ha assunto un atteggiamento fortemente polemico nei confronti del Risorgimento, descritto come una “rivoluzione fallita” e quale tentativo di Cavour e di pochissimi altri di combattere quelli che egli definisce “i più profondi vizi della razza” (sic!). Piero Gobetti, appunto in “Risorgimento senza eroi” ed in “Rivoluzione liberale”, esprime una serie del tutto apodittica di giudizi di valore, sorretti principalmente da uno stile retorico, tratteggiando un quadro negativo e sprezzante dell’Italia e decisamente riduttivo del Risorgimento stesso, da egli ridotto ad un “soliloquio di Cavour” (sic). Egli, nei suoi giudizi tanto drastici quanto privi d’argomentazioni, parla di “nebuloso messianismo di Mazzini” e definisce Garibaldi un “avventuriero”. Gobetti era un letterato e non uno storico, il che si nota sin dalle prime righe. Lo storico Alberto Banti, dopo aver puntualizzato che le ricostruzioni del giornalista torinese sono disancorate dalle fonti e basate su giudizi di valore, ritiene che con questi si abbia per la prima volta in Italia un atteggiamento di critica nei confronti del processo di unificazione nazionale. In altri termini, il Banti pone l’inizio della “revisione” del Risorgimento proprio nel Gobetti.
Quanto scritto dal letterato antifascista sul Risorgimento è privo di sostanziali contenuti storici ed incapace d’una analisi anche solo a livello elementare, essendo palesemente deficitaria sia sul piano della conoscenza dei fatti, sia della metodologia storiografica. Malgrado ciò, o forse proprio per questo, il pensiero gobettiano ha conosciuto larga fortuna in un ambiente intellettuale di per sé piccolo ma estremamente influente, quale quello dell’azionismo e dei suoi eredi Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Altiero Spinelli ecc.
Uno dei “padri della Ue”, lo Spinelli, prima di passare al gobettismo, era stato un marxista, quindi il sostenitore d’una teoria secondo cui “la patria non esiste, la patria è un’invenzione borghese”. Nel 1976 venne eletto come indipendente nelle liste del Pci, che sicuramente non era un partito patriottico.
Questo era il retroterra culturale di uno dei “padri fondatori” dell’Europa, Spinelli: l’internazionalismo di Marx e Piero Gobetti con il suo “Risorgimento senza eroi”, nel quale Mazzini e Garibaldi sono descritti in maniera a dir poco superficiale ed in cui l’Italia è presentata quale un paese incivile. Difatti, secondo Spinelli, il pensiero mazziniano era “fumoso e contorto”.
Il cosiddetto Manifesto di Ventotene, di cui il primo firmatario era Spinelli e che è la carta fondante del suo progetto di federazione europea, si proponeva come obiettivo proprio la scomparsa ovvero la dissoluzione dello stato-nazionale, che era l’architrave del pensiero di Mazzini e la principale conquista del Risorgimento italiano.
Il cosiddetto “azionismo” ha avuto un peso notevole nella cultura italiana per più di mezzo secolo, trovandosi fra le fonti d’ispirazione di molti intellettuali, del Partito radicale (ben più influente sul piano sociale e culturale di quanto dicano le sue dimensioni), del giornale-partito “La repubblica” etc. Ad esempio Eugenio Scalfari ha speso parole contro il Risorgimento.

Il bersaglio principale del Romeo nel condannare il “revisionismo risorgimentale” era comunque la storiografia marxista del Risorgimento, che in quegli anni aveva imposto la propria egemonia, davvero gramsciana ed in un duplice senso, nelle cattedre di storia contemporanea. Nonostante similitudini ed assonanze con il cosiddetto “meridionalismo classico” di Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini per quanto riguarda la genesi della questione meridionale, la corrente gramsciana se ne distaccava nell’atteggiamento di fondo nei confronti dell’Unità e dello stato nazionale. Una ricapitolazione di questa posizione si ritrova ad esempio nello scritto del marxista Ernesto Ragionieri, pubblicato poco dopo l’anniversario del 1961 ed emblematicamente intitolato “Fine del Risorgimento? Alcune considerazioni sul centenario dell’unità d’Italia”. Riassumendo in breve, il Ragionieri sosteneva che il modello politico ed ideale risorgimentale appariva anacronistico e che negli studi non era più condiviso essendo il Risorgimento ormai considerato un fenomeno “borghese” nell’accezione negativa.
La corrente storica gramsciana si puntellava su alcuni suoi pilastri: l’ipotesi del Risorgimento come “rivoluzione fallita” o “rivoluzione tradita”; il primato delle motivazioni economiche rispetto a quelle ideali o culturali nella creazione dello stato nazionale, che avrebbe risposto più agli interessi delle classi proprietarie che alle funzioni di una nazione preesistente; lo sfruttamento del nord sul sud ridotto a colonia interna, concepito secondo le dinamiche marxiane del plusvalore e della accumulazione originaria; il brigantaggio come lotta di classe ed insurrezione contadina. Uno storico rappresentativo di una simile corrente è stato Tommaso Pedio, specialmente con “Economia e società meridionale a metà dell’ottocento” e “Brigantaggio e questione meridionale”. Il Pedio rivendicava la necessità di condurre ad una revisione, questo il termine che impiegava, della storia del Risorgimento.
Il paradigma offerto da Gramsci era spesso combinato con quello, assai più raffinato e complesso sul piano del metodo, dello studioso marxista Eric Hobsbawm, in particolare per la nozione di “invenzione della tradizione” (demolitrice e negatrice dell’idea di continuità delle tradizioni culturali nazionali) e per l’altra del “banditismo sociale”.
Per ciò che riguarda il separatismo meridionale contemporaneo ed escludendo quindi quello settentrionale, l’ideologo fondamentale è Nicola Zitara.
Questi era socialista e gramsciano e tutta la sua produzione è impregnata di categorie marxiste. “L’Unità d’Italia: nascita di una colonia”, “Il proletariato esterno”, “L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria” ipotizzano che il Mezzogiorno sarebbe stato sfruttato in ogni modo dal Settentrione, in primis mediante la distruzione del suo sistema bancario e il conseguente trasferimento a nord delle maggiori risorse finanziarie. Il sud sarebbe a suo parere una colonia interna della borghesia settentrionale chiamato a fornire manodopera, mercato e risorse finanziarie a beneficio della classe dominante, l’Unità sarebbe stato soltanto un atto di pirateria finalizzato al saccheggio del Mezzogiorno, il brigantaggio una sollevazione popolare ecc.
Quasi immancabile è il paragone che questo porta fra brigantaggio e “Resistenza”, che egli sostanzialmente accomuna scrivendo che i briganti erano come i partigiani. La visione del brigantaggio come “resistenza” o “lotta di classe” ricorre però in molti altri autori, come Lorenzo Del Boca, Antonio Ciano, Pino Aprile, Gigi Di Fiore … Angelo Del Boca dal canto suo ha incluso i presunti “crimini” del Risorgimento (compreso il fantomatico, mai esistito “lager di Fenestrelle”) in quelli che egli considera “crimini italiani” del colonialismo e del fascismo.

In verità, l’idea che i briganti fossero dei combattenti politici, sorta di guerriglieri della rivoluzione sociale, ha origine proprio nella storiografia marxista. Si tratta, in ultimo, dell’ipotesi formulata da Hobsbawm.
A differenza della genesi della questione meridionale quale sfruttamento del nord sul sud, l’ipotesi del brigantaggio quale una sorta di rivolta contadina ha invece conosciuto e conosce tutt’ora molta fortuna. Il miglior storico del brigantaggio postunitario, Franco Molfese, era un marxista, sebbene il suo eccellente e documentatissimo saggio sul tema, “Storia del brigantaggio dopo l’Unità”, sia assai equilibrato. Il Molfese dopo aver descritto ed esaminato in modo egregio le vicende del brigantaggio, dando larga attenzione alle cause economiche e sociali e senza nascondere gli aspetti propriamente criminali del fenomeno, al momento di trarre le conclusioni afferma che i briganti aspiravano «soltanto al pane, alla libertà e alle vendette, come forza di rozza giustizia». Il brigantaggio, a suo parere, sarebbe stato una forma di «lotta di classe» contro la «rivoluzione liberale borghese». È appena il caso di dire che è proprio questa chiave interpretativa del Molfese ad aver suscitato le maggiori perplessità ed a venire sottilmente ma frequentemente criticata da studi che hanno mostrato il rapporto fra briganti e latifondisti.
Un altro marxista (dirigente del Pci, giornalista de L’Unità, autori di libri sulle quattro giornate di Napoli, gli anarchici ecc.) era Aldo Lo Jaco, il cui libro “Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell’Unità d’Italia” (pubblicato naturalmente da Editori Riuniti, nel 1969) è stato largamente citato nei manuali scolastici degli anni ’70 ed ’80 per la sua facilità di lettura.
Posizioni affini, accomunate dalla medesima eredità marxista e gramsciana per quanto formulate ad un livello storiografico ancora minore, si ritrovano in Roberto Gremmo, indipendentista piemontese e comunista di ispirazione maoista, scrittore di libri sull’anarchia, la resistenza in Piemonte, ma anche di volumi come “L’oppressione culturale italiana in Piemonte” oppure “Montanari contro il tricolore: l’insorgenza valdostana del 1853 e l’opposizione popolare a Cavour” ed “Il separatismo in Valsusa: la Missione “Escartons” e il Groupe anciens dauphinois (1945-1946)”. Anche per Gremmo, comunista d’ispirazione maoista che pretende d’essere stato il primo a parlare di Fenestrelle come di un campo di concentramento, il brigantaggio sarebbe stato lotta popolare contro un regime conservatore. Egli, a parte la cosiddetta insorgenza valdostana del 1853, sostiene che alcuni briganti meridionali avrebbero esposto una bandiera rossa come loro insegna. Gremmo tenta inoltre di stabilire un collegamento fra briganti e partigian. Il grande storico Rosario Romeo, convinto sostenitore della positività del Risorgimento, trovò quali suoi principali avversari accademici gli storici d’impostazione marxista, che riprendevano molte tesi del meridionalismo classico e delle teorie gramsciane. Il poderoso scontro intellettuale fra il Romeo e gli storici marxisti si risolse in una vittoria dello studioso siciliano, autore fra l’altro della monumentale biografia di Cavour. Si trattò sul piano storiografico d’un esito d’importanza risolutiva, poiché l’opera sterminata ed estremamente documentata del Romeo rappresentava davvero uno snodo cruciale nel lungo e tormentato dibattito sul Risorgimento, iniziato sin dal suo compimento. La lunga tenzone intellettuale fra il Romeo ed i marxisti si è risolta in una sostanziale vittoria di quest’ultimo, che giovandosi di una conoscenza sinora ineguagliata delle fonti di storia politica ed economica del periodo ha prodotto studi che permangono pietre miliari per ampiezza d’analisi e mole documentaria. Rosario Romeo ha in pratica confutato le ipotesi sia del minor sviluppo economico del Mezzogiorno quale frutto di uno sfruttamento del Settentrione, sia degli interessi economici quale causa determinante della formazione dello stato nazionale. 

  • È vero che critiche ed attacchi al processo che condusse all’Unità furono condotti anche da altre correnti, quali il liberalismo gobettiano o certi settori del mondo cattolico, ma quello più intenso ed, almeno apparentemente, più documentato venne proprio dalla storiografia comunista. Guido Pescosolido, allievo di Romeo, ha osservato in proposito che ormai la stessa storiografia di sinistra ha operato da tempo un mutamento di giudizio sul Risorgimento, il quale viene accettato senza riserve sostanziali quale un evento epocale e positivo nel processo di modernizzazione dell’Italia contemporanea. Al contrario, ed in maniera paradossale, gli attuali atteggiamenti antirisorgimentali d’alcuni esponenti del mondo politico, giornalistico, di “bloggers” etc., siano essi marxisti, leghisti, neoborbonici o papalini, non sono altro che la ripresa delle posizioni, ormai anacronistiche sul piano storiografico, degli storici marxisti d’un tempo.
    Il sedicente revisionismo risorgimentale altro non è quindi che una rozza vulgata delle riflessioni sull’Unità da parte della vecchia storiografia marxista, che sono state ormai superate ed abbandonate dagli stessi studiosi di sinistra.