Le verghe del Fascio: Il Sindacalismo Rivoluzionario

«Sindacalismo rivoluzionario significa avvento definitivo del popolo non stando passivamente ad aspettare, ma attuandolo con un gesto di forza e di coraggio e sarà opera e frutto del popolo stesso, cioè della sua volontà, del suo valore, ossia dell’impegno che esso porrà nella lotta, concepita come una battaglia».

Georges Sorel (1847 – 1922)

Dalle parole e le opere del filosofo francese trae linfa uno dei movimenti più importanti (e più dimenticati…) per la nascita del Fascismo: Il Sindacalismo Rivoluzionario.

La sua peculiarità è di aver saputo superare i rigidi schematismi marxisti, legati ad una visione esclusivamente economica della storia. Al suo posto troviamo dinamismo rivoluzionario e venature elitiste (vedi nostro articolo su Pareto…) e nicciane, che portano i suoi massimi esponenti a riconoscere come interlocutore privilegiato non più il Partito Socialista ma Benito Mussolini, che con la fondazione del “Popolo d’Italia” (15 Novembre 1914) ha sconvolto il panorama politico italiano.

Mentre le sinistre si schierano decisamente contro la guerra, il futuro Duce passa nel “campo interventista”, individuando nel conflitto l’occasione di riscatto delle masse popolari che devono prendere così coscienza della propria forza e ribaltare l’ordine borghese.

Le figure di spicco del sindacalismo sono sulle stesse posizioni: A.O. Olivetti fonda il “Fascio rivoluzionario interventista”, incitando i lavoratori a “fare la storia” e a conquistarsi col sangue il diritto alla supremazia politica. Filippo Corridoni (in foto), padre nobile del movimento, muore in trincea da volontario, dando prova di un coraggio e una saldezza ideale che diverranno esempio per le generazioni future.

Proprio in questo periodo le istanze sociali dei protagonisti succitati si uniscono al mito della Nazione, superando il concetto di lotta di classe e dando vita a quella sublime sintesi che sarà il Fascismo.

Enrico Corradini, esponente di punta del Nazionalismo italiano, conia addirittura il mito dell’ “Imperialismo operaio”, sancendo di fatto l’unione del suo movimento col Socialismo come motore della rinascita italiana.

Un anno dopo la fine del conflitto, infatti, nascono i Fasci di Combattimento, in cui trovano ampio spazio Sindacalisti quali Panunzio, Orano e Dinale. L’impresa fiumana e l’occupazione “creativa” (che non interrompe la produzione) di Dalmine sono tappe fondamentali per la confluenza definitiva delle loro idee all’interno del movimento mussoliniano.

Il Manifesto di S. Sepolcro (23 Marzo 1919) ne è l’evidente prova: troviamo le proposte di “una forte imposta straordinaria sul capitale…”; “il sequestro di tutti beni delle congregazioni religiose” (che ovviamente restò lettera morta…); “il sequestro dell’85 per cento dei profitti di guerra”, ma soprattutto la “partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell’industria”, cioè quello che è il vero filo conduttore del Fascismo, dall’origine alla R.S.I (come da noi ampiamente descritto nella “Giustizia del Lavoro”)

C’è anche chi prende le distanze: Alceste De Ambris, fino al ‘19 molto vicino ai fascisti e tra gli ideatori della dannunziana “Carta del Carnaro”, diventa sempre più critico finché una condanna non lo costringe all’esilio.

Ma ormai la maggior parte dei rivoluzionari ha scelto la sponda Ideale del Fascismo, che si impone scardinando il vetusto parlamentarismo.

Ad assumere la guida della neonata e fascista “Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali” (che diverrà unica nel paese nel ‘25) è un sindacalista della prima ora quale Edmondo Rossoni.

Con la fine del “fascismo-movimento” le idee di questa galassia di combattenti sociali approdano al Sindacalismo fascista e al Corporativismo (due facce della stessa medaglia), trovandosi spesso a dover combattere contro gli “inglesi di dentro” (per dirla alla Berto Ricci) che sopravvivono in ambienti industriali e finanziari legati alla Corona.

Nonostante le difficoltà è proprio Benito Mussolini, nella “Dottrina del Fascismo” (1932), che riconosce fondamentale importanza e dignità alle istanze sindacali, anticipatrici del regime:

«Nel grande fiume del Fascismo troverete i filoni che si dipartono dal Sorel, dal Peguy, dal Lagardelle, dal Mouvement Socialiste e dalla coorte di sindacalisti italiani, che tra il 1904 ed il 1914 portarono una nota di novità nell’ambiente socialistico italiano, già svirilizzato e cloroformizzato dalla fornicazione giolittiana, con le Pagine libere di Olivetti, La Lupa di Orano, Il divenire sociale di Leone».

Fonte: AVGVSTO