Lettera di una studentessa italiana

Cara scuola,
sono una brava studentessa; in classe seguo sempre attentamente le lezioni e dedico i miei interi pomeriggi allo studio. Forse non sono la prima della classe, ma ho una buona media.

Mi avete insegnato che per realizzarmi nella vita devo impegnarmi tanto, e dopo il liceo mi iscriverò all’università. Però mi è stato detto che lo studio non basta, e sarebbe opportuno frequentare anche dei corsi extra per avere diritto ai crediti, di modo che la mia media venga un po’ alzata. Così quest’anno ho deciso di partecipare al corso di musica antica, anche se i miei professori avrebbero preferito che io scrivessi sul giornalino d’istituto. L’anno scorso avevo provato a pubblicare un articolo, ma me lo hanno censurato perché trattava temi scomodi.

Mi dicono che sono brava a scrivere e dovrei seguire questa mia passione. Infatti vorrei frequentare l’università di lettere, ma nell’ultimo tema sono stata penalizzata nella valutazione perché ho parlato di identità.

Ci fanno studiare le più belle poesie, le sculture, i dipinti e le invenzioni delle più grandi menti e dei migliori artisti italiani ed europei: dobbiamo imparare a memoria le date e le schede tecniche di queste opere, ma non possiamo azzardarci ad elogiarle o esaltarle come motivo di orgoglio per la nostra civiltà!

I miei professori ci invitano sempre ad essere curiosi e fare tante domande, ragionare liberamente con la nostra testa e non credere a tutto ciò che ci viene detto. Un mio compagno desidera leggere il latino con l’acca aspirata alla maniera di un esperto filologo, ma i professori hanno stabilito la pronuncia ecclesiastica e non si può obiettare.

Quando entra il professore ci dobbiamo alzare tutti in piedi in segno di rispetto, ma la cattedra non è più rialzata perché dicono che la visione gerarchica della scuola è oramai superata.

Se una mia compagna è delusa dal voto dell’interrogazione e scoppia a piangere, ha il diritto di reclamare e l’altro giorno il professore le ha dato un voto in più per renderla felice, ma dicono che la scuola è meritocratica e premia sempre chi si impegna.

In classe abbiamo affrontato un dibattito sullo ius soli, sull’immigrazione e sulla cittadinanza. La professoressa ha promesso che sarebbe stata un arbitro imparziale e che ci avrebbe fatto parlare liberamente; infatti ha ascoltato tutte le nostre opinioni e ha elogiato chi era a favore del melting pot, mentre io che ero contraria sono stata invitata a riflettere ulteriormente e ad approfondire meglio la questione.

Oltre alle solite lezioni, la nostra scuola ci propone anche degli interessanti approfondimenti come la visione collettiva di film oppure alcune visite guidate. Tutti gli anni celebriamo la giornata della memoria ed altre simili ricorrenze, ma il 10 febbraio non viene mai spesa una parola sulle foibe.

Io sono molto affezionata ai miei insegnanti e amo la mia scuola. Credo mi stia offrendo la possibilità di ottenere una notevole preparazione culturale, di osservare la realtà con spirito critico e mi fornisca le armi per affrontare le mie battaglie anche nel mondo esterno. In questa scuola infatti ho approfondito la mia conoscenza sul mondo classico, greco e romano, sulla storia della mia terra e ho conosciuto la nostra grandezza.

Forse la mia scuola ha fallito, se intendeva farmi vergognare di essere bianca ed italiana, se desiderava che io abbassassi la testa e mi conformassi al pensiero comune.
Si dice che la cultura apre la mente ed allarga gli orizzonti: essi confondono questo con l’abbattimento dei confini e con la perdita della propria identità.

La mia non è una lettera di lamentela, né di indignazione. La mia lettera è piena di interrogativi: mi chiedo perché le cose funzionino in un certo modo, e per quale motivo io non sia capace di adattarmi a questo meccanismo. Mi dite che il clima nel nostro liceo è cambiato rispetto agli anni in cui vigeva il terrore e che ora gli studenti sono liberi e sovrani, in quanto hanno diritto a dei rappresentanti di classe, di istituto e a moltissime tutele che fino a pochi anni fa non esistevano. Eppure io non mi sento libera, e neppure rappresentata da questo sistema.
Evviva la scuola meritocratica, evviva l’impegno che viene ripagato, e soprattutto, viva la libertà.
-Camilla