Lo “scudo di Roma”: Fabio il “Temporeggiatore”

Molti generali, oggigiorno, sono ignorati o sottovalutati nonostante quello che hanno fatto per la loro nazione.

Belisario, che riconquistò gran parte del perduto Impero Romano d’Occidente, e Tamerlano, che come Alessandro Magno forgiò da solo un vasto impero, ne sono due esempi.

Le guerre puniche, ad esempio, videro le imprese di alcuni dei più grandi generali dell’antichità, Annibale Barca e la sua nemesi, Scipione l’Africano.

Annibale seminò terrore in gran parte dell’Italia per oltre un decennio ma non riuscì a far cadere i romani né la loro catena di alleati.

Ciò fu dovuto in gran parte a due uomini che sarebbero poi stati definiti come la “spada” e lo “scudo” di Roma: Marcello e Fabio.

Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto il “Temporeggiatore” (Cunctator) nacque intorno il 280 a.C. nella Gens Fabia ma nonostante il suo stato sociale ebbe un’educazione piuttosto difficile.

Sembra che abbia avuto un disturbo dell’apprendimento poiché era uno studente tardo tanto che era, ad esempio, molto lento mentre parlava.

Sembrava essere lento nella maggior parte delle attività ma questo non dimostrava di certo la sua mancanza d’intelligenza.

Quinto Fabio Massimo lavorò molto duramente con una carriera di grande successo prima della seconda guerra punica e potrebbe aver persino combattuto come capitano nella prima.

Come console, Fabio Massimo, vinse un riconoscimento nel 233 A.C. per i suoi successi nelle guerre contro i liguri, una tribù molto fiera nel nord Italia.

Anche se mancano i dettagli di questa campagna, sembra che Quinto Fabio Massimo abbia acquisito un grande rispetto e abbia ottenuto un consolato nel 228.

Quando Annibale irruppe in Italia nel 218 e vinse sul fiume Trebia, Quinto Fabio sollecitò il temporeggiamento contro questo talentuoso generale, il cui esercito aveva anni di esperienza tra in Spagna e in Gallia.

Una panoramica strategica della guerra può mostrare perché il temporeggiare di Quinto Fabio Massimo fu una scelta intelligente.

Roma e i suoi alleati avevano una possibile forza reclutabile di circa 700.000 uomini, mentre i cartaginesi dovevano contare su un esercito prevalentemente mercenario. Roma controllava il mare fin da dopo la prima guerra punica, così Annibale non poté contare su rinforzi via mare. L’obiettivo di Quinto Fabio Massimo era evitare di impegnare Annibale in scontri importanti e lasciare che il suo esercito svanisse nel nulla nella penisola, mentre mentre i generali romani vincevano la guerra in Spagna e in Africa.

La maggior parte dei romani non poteva sopportare di ascoltare questo piano poiché andava contro la loro stessa natura dell’essere un romano fatta di orgoglio e aggressività.

Il Console in carica del 217, Flaminio, era un vero romano aggressivo ma con la sua azione dimostrò che l’atteggiamento di Quinto Fabio Massimo era il più adatto a sconfiggere Annibale, infatti, il suo esercito fu stretto a tenaglia tra la formazione cartaginese e il Lago Trasimeno, distrutto e in quell’occasione anche Flaminio trovò la morte.

Ci fu panico a Roma quando si seppe che Annibale aveva distrutto l’unica armata tra lui e Roma.

Improvvisamente i Romani videro la necessità della strategia di Quinto Fabio Massimo e fu eletto dittatore, libero di condurre la guerra come meglio credeva.

Quinto Fabio Massimo non intendeva ignorare Annibale, anzi, al contrario studiò molto attentamente i suoi movimenti.

Aveva sempre dei distaccamenti pronti a intercettare i rifornimenti per i cartaginesi e cercava sempre di intrappolarli in un terreno sfavorevole. Questa strategia risultò vincente in diverse occasioni

In particolare in un occasione: mentre Annibale scendeva nelle terre basse dell’Agro Falerno, Fabio occupò le vie di fuga attraverso le colline.

Un attacco di Annibale sarebbe stato disastroso e Quinto Fabio Massimo avrebbe voluto semplicemente far morire di fame l’esercito nemico.

Annibale, però, riuscì a fuggire creando l’illusione di un esercito, legando di notte torce sulle corna di tori.

Sfruttando la copertura e il caos fuggì abilmente coi suoi uomini.

A causa del fallimento nel mantenere Annibale intrappolato e la modalità piuttosto imbarazzante che utilizzò per scappare, i romani cominciarono a diventare irrequieti e diedero il ruolo di secondo al comando al suo maestro di cavallo, Minucio Rufo, con potere tecnicamente uguale a quello di Fabio.

Minucio prese un’armata e inseguì più aggressivamente Annibale mentre Fabio rimaneva nell’ombra del suo esercito.

Annibale era veramente dotato e conosceva le disposizioni aggressive della maggioranza dei generali romani quindi fu in grado di affrontare Minucio in una battaglia che crebbe progressivamente fino a quando l’esercito di Minucio fu seriamente in pericolo di essere circondato, finché Fabio non arrivò con il suo esercito e costrinse Annibale alla ritirata.

Dopo aver provato ancora una volta il pericolo che rappresentava Annibale, Fabio prese di nuovo il comando.

Dopo la fine del mandato di dittatore, Fabio guadagnò un altro nome, “Cunctator”, che significa “temporeggiatore” e venne usato beffardamente mentre il popolo romano diventava sempre più inquieto per il fatto che Annibale fosse ancora in Italia.

Nel 216 Roma raccolse il più grande esercito che avesse mai schierato fino ad allora e lo mise al comando di due consoli: Varrone e Paolo.

Questo esercito di circa 80.000 uomini fu annientato e Roma fu pericolosamente vicina alla resa.

Nonostante avessero più volte rimproverato le sue idee, i romani si rivolsero nuovamente a Quinto Fabio Massimo, e presto il suo soprannome di Temporeggiatore fu usato con ammirazione.

Quinto Fabio Massimo ricevette il consolato per i due anni successivi e per lo più supervisionò il piano strategico complessivo di contenimento di Annibale nell’Italia meridionale. Fu elogiato da Marco Marcello, detto “Spada di Roma”, che seguì la sua politica difensiva generale.

Fu però in grado di riconquistare con una strategia aggressiva le città dei disertori (filo-cartaginesi) e affrontò una feroce lotta contro Annibale in diverse piccole schermaglie e difese di città.

Con la tattica di Fabio la presa di Annibale sui territori di sud di Roma si ridusse progressivamente fino a che l’invasore arrivò a detenere solo una piccola parte dell’attuale Calabria, quando dovette tornare in Africa per affrontare Scipione.

Nonostante la strategia di Fabio fosse eccezionalmente efficace, egli tendette ad essere eccessivamente cauto verso la fine della guerra.

Si oppose fermamente al giovane Scipione che voleva portare la guerra in Africa, nonostante si rivelò, alla fine, il fattore che fece ottenere a Roma la vittoria finale.

Fabio era la persona giusta per curare il teatro bellico italiano: la sua mentalità calma, calcolatrice e difensiva era perfetta per frenare il genio di Annibale.

Sfortunatamente Fabio si ammalò e morì prima di venire a conoscenza dei risultati della campagna di Scipione.

Alessio