Introduzione. Cosa sono le misure di sicurezza.

 

Le misure di sicurezza sono misure coercitive della libertà personale che vengono applicate ad individui considerati per qualche ragione “pericolosi”. Esse non vengono decise da un magistrato dopo un processo penale con diritti alla difesa bensì da una questura dopo un procedimento amministrativo tendenzialmente sommario. Esse possono essere date, e spesso vengono date, senza che vi sia alla base una condanna penale, ma quando si ritiene di dovere in qualche misura prevenire eventuali reati del soggetto in questione.

Una possibile misura di sicurezza è ad esempio la “sorveglianza speciale”, che impone di non uscire di casa prima delle 7 e dopo le 23. Un’altra è, ad esempio, il foglio di via per tot anni da una città. Un’altra, della quale si sente parlare molto spesso, è il cosiddetto DASPO, applicato nei confronti di ultras in seguito ad avvenimenti negli stadi. Anche le recenti espulsioni di cittadini stranieri non condannati per reati specifici ma ritenuti pericolosi in quanto “estremisti islamici” sono classificabili quali “misure di sicurezza”. I ricorsi nei confronti delle misure di sicurezza possono essere fatti al TAR, organo competente per tali questioni. La violazione delle prescrizioni imposte dalle misure di sicurezza implica un altro procedimento, amministrativo o penale a seconda dei casi, che può portare al prolungamento della misura di sicurezza, al suo inasprimento, ad una pena pecuniaria o addirittura ad una pena detentiva.

Per una trattazione tecnica dettagliata delle misure di sicurezza si rimanda a questo articolo

 

Inquadramento giudiziario e criticità di costituzionalità.

Le misure di sicurezza nascono in epoca fascista, epoca nella quale vi era il cosiddetto “doppio binario” in procedura penale. Il condannato doveva prima espiare la condanna carceraria ed in seguito reinserirsi socialmente sottostando per un certo periodo ad una misura di sicurezza. All’epoca quindi l’espiazione del reato ed il reinserimento in società erano considerate due fasi diverse. Attualmente invece, in teoria, l’art. 27 della costituzione afferma che è la pena stessa detentiva a dover avere una funzione di reinserimento sociale, e quindi, in teoria, le misure di sicurezza non avrebbero alcuna ragione di esistere. Tuttavia vengono mantenute come strumento in mano alle autorità (nella fattispecie, il Questore) allo scopo di colpire i soggetti ritenuti pericolosi laddove si ritiene che altre autorità (nella fattispecie, i Magistrati) non abbiano riservato la giusta attenzione nei loro confronti. Per questo motivo il loro uso potenzialmente arbitrario diventa uno strumento potentissimo nelle mani delle Questure da usare anche in senso di repressione politica.

Caso d’esempio recente: l’azione del Veneto Fronte Skinheads nella sede di Como Senza Frontiere (28 Novembre 2017).

Caso d’esempio: il “blitz” VFS a Como del 28 Novembre. Alcuni appartenenti al Veneto Fronte Skinhead (VFS) fecero un’azione assolutamente pacifica entrando nella sede di Como Senza Frontiere, interrompendo una loro riunione e leggendo un volantino anti-immigrazione. La risposta repressiva delle autorità fu, oltre ad una denuncia a piede libero ai membri del VFS per “violenza privata” (sic) anche un foglio di via per 3 anni da Como per gli autori dell’azione residenti in altre città. Questo è un caso nel quale la Questura di Como è ricorsa autonomamente all’emissione dei fogli di via.

Potenziale uso di massa delle misure di sicurezza per la repressione anti-identitaria: status quo distante dal “peggiore dei mondi possibili”.

 

Rispetto alla classica repressione giudiziaria, che necessita di eventuali misure cautelari firmate da un Giudice per le indagini Preeliminari e condanne penali firmate dai magistrati giudicanti, la repressione tramite misure di sicurezza è teoricamente più agevole nel caso si voglia semplicemente ostacolare l’attività considerata “socialmente pericolosa” del soggetto, specie se non vi sono elementi per poter fare intervenire la magistratura ordinaria. Per questa ragione, in ambito di repressione anti-identitaria, il rischio è che vi sia un uso massivo di tali misure. Ad esempio, il soggetto X è segnalato come “socialmente pericoloso” per precedenti penali legati alla sua attività politica identitaria? O, semplicemente, è segnalato come “socialmente pericoloso” per il fatto di essere una figura di spicco di un movimento identitario considerato scomodo? Se non vi sono elementi per sguinzagliare la magistratura, ecco che potenzialmente entrano in ballo le misure di sicurezza. Il soggetto si reca in una città diversa da quella in cui risiede per partecipare ad un’attività politica? Foglio di via per 3 anni, e in quella città per un po’ non ci mette più piede. E così via, potenzialmente, per ogni città diversa da quella di residenza. In questa maniera si “isola” il soggetto in questione limitando la sua libertà di movimento. Analoghi ragionamenti, in caso ancora più estremo, possono portare all’applicazione della misura di sicurezza della “sorveglianza speciale”, che in pratica costringerebbero il soggetto a restare all’interno della propria residenza di sera e a non uscire dalla città di residenza.
Attualmente queste misure non sono usate in maniera massiva ma in maniera molto selettiva, nei confronti di fatti specifici e decisioni autonome delle questure (caso VFS a Como) o nel caso di soggetti molto noti alle autorità giudiziarie. Siamo sicuramente distanti dal “peggiore dei mondi possibili” ma bisogna tener conto che le autorità della Repubblica Italiana hanno in mano questi strumenti che non porteranno alla detenzione carceraria, ma che garantiscono minori diritti alla difesa rispetto ad un processo penale e che restano in vigore per decreto del Questore finchè eventualmente un TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) non dà ragione ad un eventuale ricorso di un avvocato di fiducia.

Sergio Di Volpe