“Moderno” è ciò che è degno di diventare eterno.


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Uno degli aspetti più evidenti dell’attuale ciclo della modernità, avviatosi grossomodo a metà del secolo scorso, è l’angosciante intercambiabilità dell’edilizia delle periferie ed in generale di ogni edificio moderno; possiamo trovare gli stessi palazzi di cemento asserragliati attorno a Praga e nei dintorni di Bologna, villette a schiera razionali e cubiche identiche tra loro ad Oslo, Mosca, Londra e Modena, gli stessi palazzi di vetro a Shangai e a New York.

Spesso sentiamo dire che, ampliando il discorso a tutte le arti visive, che “non ci sono più i Caravaggio, i Michelangelo, i Canova e i Brunelleschi di un tempo”. Nulla di più falso: i nuovi Giotto, Caravaggio e forse qualche Leonardo da Vinci ci sono ancora, come ci sono ancora le stesse menti e le stesse tecniche che hanno reso bella o anche solo gradevole la nostra edilizia fino ai primi del ‘900.
Centinaia di artisti e di professionisti hanno tuttora menti brillanti e creative, e in tanti ancora padroneggiano tecniche che fanno parte del bagaglio migliaia di anni di Civiltà Europea. Semplicemente si è innescato un circolo vizioso a partire dalle università, dalla committenza e dagli enti locali, che impedisce a questa nostra storica eccellenza di emergere di nuovo. Questa attuale anti-civiltà sta letteralmente tarpando le ali alla sua Arte.

Le ragioni sono ideologiche: senza entrare eccessivamente nel merito delle differenze tra il “mito moderno” e il “nichilismo postmoderno”, che ci ripromettiamo di analizzare in seguito, è alla luce del sole, passando l’approvazione dei progetti attraverso la politica ed attraverso le centrali culturali ufficiali, che nel diffondersi di forme e paesaggi piuttosto che altri vada ricercato un deliberato intervento da parte di persone fisiche, raggruppamenti politico-economici, correnti ideologiche.

Si è diffuso, in parole povere, il mito secondo cui “moderno è bello”. Per chi non ci crede, e sono in tantissimi, c’è il mito di riserva: “il moderno è INEVITABILE”. E’ “inevitabile” che la casa colonica lasci il posto ad una schiera di palazzoni, “inevitabile” che al crollo di una palazzina liberty si ricostruisca al suo posto un cubo di cemento dalla stessa metratura, “inevitabile”, oggi pare, che persino palazzi storici e cattedrali debbano lentamente lasciare spazio ai centri commerciali. La battaglia di chi difende il paesaggio si incista dunque in una ideologia del crepuscolo e della nostalgia, e purtroppo è destinata a fallire, erosa pezzo per pezzo, o sarebbe meglio dire: metro per metro. “Non ci sono più gli artisti di una volta”, lapidaria asserzione così simile al desolante sgomento di Füssli davanti alle grandiose rovine del passato, è la porta aperta alla Grande Sostituzione del nostro paesaggio, che a sua volta corre di pari passo con la Grande Sostituzione dei nostri popoli.

Nostalgismo e culto delle rovine sono quanto di più dannoso alla causa identitaria, perché è lo Spirito che ha eretto quelle meraviglie, e non la pietra o il dipinto che va difeso, rinfocolato, ri-manifestato.

La rielaborazione dell’antico come “impossibile” o “kitsch” è un costrutto mentale da ESORCIZZARE. La Roma imperiale, che tutti ancora visitano con meraviglia, era una rielaborazione dello stile greco di mezzo millennio prima, unito alla riemersione della sacralità e della sobrietà etrusco-italica ancora più antica. Nessuno si sognerebbe di considerare la Roma flavia “antistorica” o “kitsch”.

Ora più che mai è necessaria una rivolta estetica, un fronte per un’arte aurorale e luminosa, che vada di pari passo alla battaglia identitaria. E’ tempo che le menti più brillanti e i cuori più ispirati affossino con gioiosa prepotenza accademie che si spacciano per “moderne”, quando altro non sono che deliri vecchi ormai cent’anni di bavosi che affermano che “l’Arte è morta”, non accorgendosi che l’”opera” che stanno guardando altro non è che il loro elettroencefalogramma.

Fonte:http://www.azioneidentitaria.it/2016/08/11/moderno-e-cio-che-e-degno-di-diventare-eterno/


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