Non c’è sovranismo che tenga

da No Reporter

A prescindere dai mille problemi esteri, il nostro problema siamo noi e possiamo risolverlo

 Nel treno della lenta ripresa economica europea, guidato dalla locomotiva tedesca, L’Italia è il vagone più lento. Più che lento, a veder bene, è fermo da lungo tempo, e aumenta la distanza dagli altri. È cosa nota che il nostro Paese si colloca agli ultimi posti in Europa per crescita del PIL dell’ultimo decennio; la crescita cumulata risulta ad un livello che si colloca più in basso rispetto alla grande crisi, mentre tutti i nostri partners economici europei (non parliamo degli extra-europei…) hanno ripreso e superato i livelli del 2008. Il PIL pro-capite è sceso e l’unica ragione per cui non è imploso in maniera maggiore è il nostro sostanziale tracollo demografico: nel 2016 sono nati 8 bambini italiani per 1000 abitanti. Storicamente nessun popolo è mai sopravvissuto con tali indici di de-natalità. La spesa pro-capite delle famiglie, secondo il recentissimo studio della CGIA di Mestre, è diminuita di circa 10.000 euro in dieci anni, con picchi di ribasso nel Meridione. Facile quindi spiegare la chiusura, fallimento o scomparsa di moltissimi piccoli esercenti, artigiani, negozianti, professionisti e l’impatto che questo ha avuto e sta avendo sia sulla crescita che sulla disoccupazione. Parlando della quale l’Italia si colloca agli ultimi posti in Europa per quote di popolazione attiva ed impiegata e si contende con la Grecia il primato della disoccupazione giovanile. Anche in termini di crescita prevista il quadro conferma la definizione di apertura. Le previsioni per il 2019 vedono la crescita mondiale al 2,9%, gli Usa al 3%, la Cina al 6,5%, l’unione Europea al 2,8%, mentre il nostro Paese probabilmente non raggiungerà nemmeno l’1% previsto dalla revisione del Governo. Dibattere su percentuali insignificanti che mai sposteranno l’ago del problema è uno spreco di tempo; più utile forse cercare le cause profonde di tale insoddisfacente dinamica e formulare qualche suggerimento pratico per porvi un qualche rimedio.

La crescita
La crescita deve essere un obiettivo imprescindibile e prioritario di qualsiasi governo; in un mondo che avanza quantitativamente e qualitativamente il mancato sviluppo comporta un prezzo pesantissimo da pagare sia a livello di sistema Paese che di popolazione residente, e consistente nel rimanere sempre più indietro, venendo confinati a ruoli di progressiva povertà e comprimarietà. Nessun governo degli ultimi dieci anni è riuscito nell’intento. Notoriamente i fattori che producono dinamica positiva del PIL di un Paese sono due: la crescita demografica (che si porta dietro la popolazione attiva) e gli incrementi di produttività del sistema. Sul primo tema la situazione italiana è drammatica, come evidenziato sopra. In assenza di politiche favorenti la famiglia che incidano concretamente sulla propensione degli italiani a generare più di 1,1 figli per coppia, il nostro popolo è sulla strada del declino per eutanasia. Chi scrive è del tutto contrario all’idea, sostenuta dai propugnatori del politicamente corretto, che l’immigrazione di giovani dal Terzo Mondo sia auspicabile per risolvere il problema. Al contrario ritiene che ciò non solo non risolva bensì aggravi gli squilibri. Ma in queste righe si preferisce portare l’attenzione sul secondo fattore, cioè sul tema della produttività del sistema Italia. Quest’ultima difatti è soggetta a dinamiche che solo in modesta parte sono riconducibili alla congiuntura estera ed ad elementi non manovrabili internamente. La produttività di un Paese è poco influenzata dalle politiche europee, dalla globalizzazione in atto, dagli sviluppi della finanza internazionale; in altre parole si tratta quindi di una dinamica quasi del tutto derivante da scelte interne. Gli elementi classici di calcolo della produttività sono quelli tangibili, cioè capitale e lavoro. Secondo uno interessante studio di The European House- Ambrosetti * nell’ultimo decennio la produttività di capitale e lavoro in Italia ha evidenziato una dinamica neutrale. Quella degli altri Paesi, europei e non, è invece aumentata con profili diversi, ma tutti positivi. Abbiamo dunque perso terreno sul campo della competitività e se ciò non è dovuto principalmente ai fattori tangibili la risposta si trova nel contributo negativo alla crescita italiana dato dai fattori intangibili i quali, oggi, hanno un’ importanza fondamentale nella dinamica della produttività di sistema.
I fattori intangibili che affossano la nostra produttività, e quindi la nostra crescita, sono molteplici, sia riconducibili al negativo contributo del sistema pubblico che all’insufficiente spinta di quello privato. A questi fattori, intangibili ma concretissimi, un governo seriamente intenzionato ad accelerare lo sviluppo dovrebbe porre la massima attenzione, sia per riprendere la dinamica del reddito pro-capite  che per finalmente iniziare la discesa del rapporto debito/PIL.  Allo stesso modo i corpi sociali intermedi privati (associazioni datoriali, associazioni sindacali, partiti politici) dovrebbero apportare profondi cambiamenti al modo in cui intendono e scaricano a terra i loro rispettivi ruoli, se non vogliono essere inesorabilmente sorpassati dalla evoluzione economica e politica in atto. Ciò sta già accadendo, ed è forse un bene. 

Un sistema allo sfascio
Sul primo aspetto, ovvero la negativa produttività indotta dal sistema pubblico i campi di intervento cui porre mano sono molti:  dalla quantità di giorni medi per adempiere alle procedure fiscali (doppio rispetto all’Europa), alla effettiva eliminazioni di centinaia di enti inutili (ancora in vita), alla riduzione dei tempi per le cause civili nei tribunali (particolarmente quelle per i contenziosi economici), al vuoto di applicazione, pur dopo vari rapporti (Cottareli, Perotti) della spending review, alla modifica del codice degli appalti per sbloccare i cantieri (ancora fermi dopo nove mesi di governo), alla pervasività bloccante della burocrazia (aprire un’azienda in Italia richiede molto più tempo che in altri Paesi, tenere aperto un esercizio nel labirinto dei controlli e delle autorizzazioni è un’impresa snervante), all’introduzione , in qualsiasi modo anche imperfetto, di un po’ di meritocrazia.  La semplificazione burocratica sempre tanto auspicata e spesso annunciata non si è mai verificata. Infine anche dal lato degli investimenti l’apparato pubblico potrebbe fare la differenza in positivo, invece che in negativo. L’Italia spende meno di tutti in Europa in Ricerca e Sviluppo; percentuali esigue di PIL sono destinate alle opere infrastrutturali quando il nostro Paese ha bisogno come l’ossigeno di modernizzare le opere in uso e mettere in sicurezza ampie parti del suo territorio; quasi inesistente risulta l’edilizia popolare, laddove esistono proposte anche innovative, come il mutuo sociale, destinate ad alleviare il problema degli alloggi per le fasce deboli;  gli investimenti su scuola ed università (sia negli immobili che nei contenuti) sono inferiori anche qui alla media europea . L’istruzione inferiore e superiore, la formazione permanente, l’alternanza scuola-lavoro, le politiche attive per i giovani neo-diplomati e neo-laureati,  i centri per l’impiego, che nessuno usa con  buona ragione, gli incubatori ed acceleratori di nuove micro-imprese, sono tutti investimenti destinati a creare valore futuro ed aumentare la produttività, come ampiamente dimostrato dalla crescita dei Paesi che vi hanno a suo tempo destinato risorse importanti. 
Per tutto ciò in Italia non si destina che briciole. Analizzando infatti in maniera micro-economica la composizione della spesa pubblica, e fatto 100 il numero indice del 2001, al 2017 gli investimenti lordi in conto capitale, cioè in gran parte quelli qui sopra evidenziati, sono a quota 90. Ciò rende chiarissima la spiegazione della nostra mancanza di crescita: i nostri nonni e padri sapevano perfettamente che non si raccoglie ciò che non si è prima seminato e se da due decenni la spesa in beni infrastrutturali, tangibili o intangibili che siano , ma gli unici in grado di generare valore futuro, sono in decrescita, per giunta in un mondo competitivo esterno che accelera, allora non c’è bisogno di analisi accademiche profonde per spiegare l’attuale stato di implosione economica e sociale del Paese. Se non nelle infrastrutture, c’ è da chiedersi allora dove siano state impiegate le ingenti risorse pubbliche per un ventennio, visto che la dinamica del debito è drammaticamente aumentata. Anche qui le risposte si trovano nella analisi micro-economica della spesa: pensioni e welfare: 169; uscite correnti: 139; redditi da lavoro dipendente:  126. Voilà la spesa pubblica: in una parola: alta, crescente ed improduttiva. 

Il privato che stenta a fare sistema
Quanto al secondo aspetto della vicenda, gli operatori privati debbono anch’essi farsi un bell’esame di coscienza e cambiare marcia. Non perché “ce lo chiede l’Europa” o perché lo suggerisce chi scrive, ma perché il mondo di riferimento, cioè i mercati di sbocco, hanno dinamiche che sono già cambiate e la cui velocità sta accelerando. Ad es. nelle PMI può essere utile un Innovation Officer, la cui formazione e introduzione è peraltro parzialmente finanziabile tramite fondi europei ed associazioni manageriali. La digitalizzazione, internazionalizzazione e ricapitalizzazione delle piccole e medie imprese è una conditio sine qua non per poter competere su mercati in evoluzione. Secondo il Digital Intensity Scoreboard (2016) l’adozione di tecnologie digitali in Italia è inferiore alla media europea; questo ha conseguenze importanti sulla produttività e sulla crescita futura.  E che dire del merito? Non sempre è valorizzato molto più di quanto sia sminuito nel settore pubblico: le imprese ne parlano in continuazione, mostrandolo ai primi posti fra i valori aziendali, ma la realtà ci restituisce un salario medio per titolo di studio superiore (laurea, specializzazione) che è sistematicamente molto più basso di quello tedesco, francese, inglese o americano, pur  a parità di mansione.  Ad un veloce ed artigianale sondaggio, nessuno dei miei studenti che attualmente lavora all’estero ha mostrato la minima intenzione di ritornare in Italia. Pessimo segno per il futuro del paese. Non è solo un problema, pur gravissimo, di entità del cuneo fiscale, cioè della differenza fra costo azienda e stipendio netto al lavoratore, ma anche di livello penalizzante della remunerazione del lavoro a livello assoluto. Una dimostrazione di quanto disincentivante sia la situazione di affaccio dei giovani al mercato del lavoro è mostrata dall’altissima percentuale di giovani italiani fra i 15 ed i 34 anni i quali hanno terminato gli studi, non sono occupati e non stanno sostenendo nessuna specializzazione, formazione o training. Il basso potere d’acquisto che deriva da tutto ciò, unito alle incertezze sulla precarietà possibile del lavoro frena inevitabilmente la spesa e quindi la crescita del PIL in un circolo  vizioso. Simile situazione dal punto di vista dell’apertura al mercato della governance delle PMI italiane (e di molte grandi aziende a proprietà familiare). Chi scrive è un ammiratore del dinamismo imprenditoriale delle PMI italiane e non può dunque esser tacciato di preconcetto; ma è un fatto che le aziende a proprietà familiare (spesso un bene), sono anche a prevalente conduzione familiare (non sempre un bene), laddove il 65% dell’intero management aziendale è espressione familiare, mentre all’estero la percentuale di manager esterni alla famiglia, e quindi scelti esclusivamente in base alla competenza e professionalità è più alta, fra 70% ed il 30% . Questo potrebbe avere un impatto non trascurabile sulla inferiore dimensione aziendale, sull’apertura del capitale proprio a terzi e sull’ internazionalizzazione degli sbocchi.  Anche l’occupazione femminile in Italia è un problema, con percentuali tra le più basse d’Europa, nonostante esistano studi che indicano come un maggiore ricorso a ruoli femminili sia generalmente associato ad un aumento della produttività aziendale. Infine, talvolta, gli imprenditori nazionali sembrano esser più interessati a migliorare il loro tenore di vita materiale che la dimensione o attrattiva aziendale, senza reinvestire in azienda i  frutti prodotti e comportandosi più come prenditori di finanziamenti pubblici senza poi svolgere appieno il ruolo assegnato, cioè come interessati sfruttatori del grande mondo dell’intervento pubblico nell’economia.  

Produttività multi-fattoriale
La produttività di un sistema (ad esempio un Paese) si distingue, come detto, in fattori tangibili, come capitale e lavoro, i quali sono misurabili direttamente, ed in fattori intangibili come quelli descritti qui sopra.  Questi ultimi sono quantificabili solo per differenza tra una crescita data ed il potenziale raggiungibile investendo in essi. Nel mondo moderno, nel quale il capitale si sposta istantaneamente laddove ritiene di trovare miglior remunerazione e dove la demografia penalizza i paesi occidentali (in Europa, non in USA) , appare chiaro che la produttività “multi-fattoriale” è la variabile che dovrebbe attirare la maggior attenzione da parte dei soggetti economici sia pubblici che privati; difatti essa è la somma degli effetti sulla dinamica reddituale, individuale e collettiva, dell’azione di quei fattori sommariamente accennati in queste note.  Con una classica provocazione cara allo scrivente, si potrebbe tranquillamente fare a meno di molti macro-economisti e guru di grandi strategie aziendali, sostituendoli più proficuamente con esperti micro-economici dei fattori produttivi, dando loro mano più libera nelle micro-decisioni. È possibile che la situazione non peggiorerebbe rispetto all’attuale, o rispetto al ventennio di declino di cui siamo stati tristi  protagonisti fino ad oggi.
Secondo la simulazione dello studio citato, se la dinamica di sviluppo della produttività multifattoriale in Italia fosse stata la stessa della Germania nell’ultimo ventennio, il PIL italiano sarebbe di circa 340 miliardi più consistente, ed il rapporto debito/PIL sarebbe intorno al 100%; facile immaginare gli ovvi riflessi positivi sul reddito disponibile, sull’occupazione e sulla coesione sociale. Se ciò è vero, occorre allora smetterla immediatamente di guardare al dito che indica la luna, ovvero di attribuire ad altri la principale responsabilità del nostro grave declino economico e sociale, come l’Unione Europea ( la quale peraltro è profondamente da ricostruire) o come l’Euro (il quale è da utilizzare), o la Germania  (che altro non ha fatto che aumentare la sua produttività).
Nessuno vuole qui sminuire il grave impatto negativo che ha avuto e sta avendo su di noi la congiuntura internazionale, la infelicissima costruzione europea, una BCE  zoppa,  la rivoluzione digitale, la tecnologia ed altre cause; ma ciò non ci aiuta a cogliere il vero bersaglio cui dedicare le nostre energie future, ovvero rimboccarci collettivamente le maniche ed introdurre nel nostro paese dosi maggiori di micro produttività multifattoriale .