di Gabriele Adinolfi

da No Reporter

Nove settimane e mezzo è il titolo di un film cult con Kim Basinger.
Nove settimane e mezzo è anche la durata, per ora, della protesta dei gilets gialli.

È la Francia profonda, quella celtica, o meglio gallica. Gente non politica ma sana, quella che ha fornito per oltre mezzo secolo ondate di fans a Johnny Hallyday e che l’ha sepolto pochi mesi fa con un funerale da capo di Stato.
Cosa vuole questo villaggio di Asterix esteso ormai in tutto l’Esagono? Meno tasse, più giustizia ma soprattutto che una classe intellettuale ormai vetusta si levi di torno.
Cinquantuno anni dopo il Sessantotto i progressisti borghesi sono da cestinare.
Cosa l’anima? La consapevolezza che chi dirige ha tradito sia il suo compito sia la parola data e che disprezza il popolo.
Non ci sono programmi precisi. Chi li stila al posto dei gilets e li vuole a tutti i costi spalmare sui propri -magari sui ghiribizzi alla Exit forzando quella che è invece la giusta rabbia contro i tecnocrati di Bruxelles – manipola, interpola, falsa ed è forse anche in mala fede.
Dalla Francia il movimento spontaneo si è allargato al Belgio (con bandiere Ue!) e alla Germania.
È il gran Contro Sessantotto che aspira a riportare il buon senso, l’equità e la socialità al centro della politica. È il popolo, confusamente ma anche con/fusamente, contro le élites della finanza e della comunicazione.
Si auspica che da questa Lotta di Popolo emergano avanguardie per il nostro futuro. E che anche da questa porzione di società, composta da tribu urbane figlie e nipoti delle avanguardie nazionalrivoluzionarie del passato, possa emergere qualche decina di persone sane in grado di congiungersi con quelle di popolo, accantonando definitivamente il proprio narcisismo autocelebrativo. 
I gilets gialli danno un segnale per la nuova società e per la nuova Europa.

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