ONESTÀ E POVERTÀ DI GARIBALDI

Garibaldi fu non soltanto un grande comandante militare, che raggiunse il grado di generale in Uruguay, nella Repubblica Romana, nel regno di Sardegna, nel regno d’Italia, in Francia, ma fu anche un personaggio incomparabilmente popolare, certamente il più conosciuto ed amato della sua epoca in Europa, in America, in paesi come Russia ed India. Questo gli offrì molte possibilità di arricchirsi, ma egli diede sempre prova di disinteresse ed onestà, cosicché visse e morì povero.

Durante la guerra corsara autorizzata dal governo del Rio Grande do Sul (la guerra da corsa era perfettamente legale all’epoca in caso di guerra e tale rimase nelle convenzioni internazionali siano alla seconda guerra mondiale inclusa), Garibaldi conquistò con il suo equipaggio una barca. Egli volle soltanto prendere una pompa per l’acqua, quattro barili di vino e carne secca, di cui il suo equipaggio aveva necessità. Inoltre, egli liberò uno schiavo, il famoso Aguyar divenuto suo amico e morto combattendo a Roma nel 1849, nonostante la schiavitù fosse ancora legale in Brasile e Garibaldi potesse rivenderlo per lucro. Inoltre durante la guerra da corsa egli sempre si rifiutò di depredare civili, limitandosi ad impadronirsi dei beni dello stato nemico.

Garibaldi durante la guerra fra Uruguay ed Argentina era il comandante più popolare ed vittorioso dell’esercito uruguagio. Malgrado ciò, la sua casa era priva persino di sedie e scarseggiavano addirittura candele ed abiti, al punto che Garibaldi si vergognava a recarsi in visita ad amici per i suo vestiti stracciati. Si noti che egli rifiutò persino compensi che gli erano dovuti a norma di legge.

Il generale Rivera, presidente dell’Uruguay, nel gennaio del 1845 decise di donare alla Legione italiana, il reparto militare di Garibaldi costituito appunto da italiani, di metà delle terre di sua proprietà collocate tra l’Arroyo de Las Averias e l’Arroyo Grande a nord del Rio Negro e della metà delle mandrie e degli edifici ivi esistenti. Garibaldi rifiutò la parte che gli era stata destinata ed in più convinse anche i suoi ufficiali a fare lo stesso.

Il dittatore argentino Rosas, in guerra con l’Uruguay, cercò d’assoldare Garibaldi, per una mescolanza di timore ed ammirazione delle sue doti militari. Egli inviò un generale, Oribe, per tentare di comprarlo, con l’incarico di offrigli tutto ciò che Garibaldi avesse voluto. Oribe però non riuscì a convincerlo e scrisse a Rosas che il nizzardo era incorruttibile.

Gli ambasciatori di Francia ed Inghilterra in Uruguay scrivevano durante il conflitto che Garibaldi, l’uomo più popolare nella repubblica sudamericana, era perfettamente onesto, nonostante la sua personale povertà e l’estesa corruzione esistente nel paese.

Vittorio Emanuele II, dopo la vittoriosa campagna del 1860, offrì a Garibaldi le seguenti ricompense: il collare dell’Annunziata (massima onorificenza del regno); il titolo nobiliare di duca; la promozione a generale d’armata; un castello, una nave, una tenuta per il figlio Menotti, una dote per la figlia Teresita e la nomina dell’altro figlio, Ricciotti, ad aiutante di campo del re. Garibaldi rifiutò tutto e si ritirò a Caprera con alcuni sacchi di granaglie.

Durante la guerra civile americana, Lincoln disperava di poterla vincere, poiché l’armata principale dell’Unione, l’armata del Potomac, era regolarmente sconfitta dall’armata delle Virginia comandata dal generale Lee. Lincoln pertanto decise di offrire il comando, il più importante fra le armate unioniste, a Garibaldi, con grado corrispondente di generale e relativo stipendio e possibilità di carriera. Egli però rifiutò, perché Lincoln non aveva ancora abolito la schiavitù.

Un gruppo di suoi ammiratori dell’alta società nel 1864, organizzò una raccolta di denaro a suo favore, sapendo della povertà in cui egli si trovava. Garibaldi respinse anche questa donazione.

Al termine delle sue imprese, Garibaldi si ritirò a Caprera, isola per lo più sterile, disabitata, isolata dal resto del mondo, a coltivare la terra con le sue mani. Costruì col suo proprio lavoro la propria abitazione, con l’aiuto solo d’alcuni amici. Aveva 2 tori, 4 mucche ed un piccolo gregge di pecore. Egli comprò metà dell’isola con l’eredità del fratello Felice aggiungendovi i suoi stipendi di capitano risparmiati e la liquidazione datagli per la sua attività di capitano d’una nave mercantile. L’altra metà gli fu regalata da ammiratori. La casa se la costruì con l’aiuto di un muratore. Caprera è un’isoletta minuscola, costituita in prevalenza da terreno roccioso o comunque sterile, tanto da essere adatta soltanto al pascolo di capre (animali che mangiano praticamente di tutto), da cui appunto il suo nome: “Caprera”, isola delle capre. Garibaldi si lavava da solo gli abiti, li cuciva e li rattoppava.
Guerzoni, che conobbe e frequentò a lungo Garibaldi e Caprera, così descrive nella sua biografia del nizzardo l’isola: “Nel 1855 Caprera era divisa tra due soli proprie tari: il Demanio sardo, […] , ed i signori Collins, inglesi stanziati alla Maddalena, che vi possedevano il meridionale più ad uso di caccia che per speranza d’un frutto qualsiasi. […] qualche branco di capre e di pecore erranti tra gli scogli in cerca d’una magra pastura ; qualche volo di pernici e di beccaccie (sic) migrate dalla vicina Sardegna annidiate tra le macchie; poche coppie di caproni selvatici inerpicati su pei greppi del Teggiolone: ecco i soli esseri viventi del luogo. Nessuna amenità di sito adunque, nessuna feracità di suolo, nessuna varietà di flora e di fauna; ma in cambio il mare profondo, la solitudine immensa, la libertà imperturbata: tutto quanto bastava agli occhi di Garibaldi per trasformare l’orrido scoglio in un orto d’Esperia.” Si trattava insomma di un’isola disabitata e selvaggia.
Sempre il Guerzoni parla della costruzione della casa di Garibaldi a Caprera: “la casa dovrà essere una riproduzione perfetta di quelle di Montevideo: un semplice quadrato di quattro camere poste su d’un piano solo, coperto da una terrazza bianca e liscia che serva insieme di tetto e di vasca alle acque piovane, che vengono poi raccolte per via d’ un canale in un serbatoio interno, ecco la reggia fastosa che Garibaldi edificherà da sé stesso nel suo nuovo regno di Caprera. Quanto poi ai lavoratori, egli e quattro o cinque amici. Basso, Menotti, Gusmaroli, Froscianti, si spartiranno le faccende ed i mestieri, e coll’aiuto e la guida di qualche maestro muratore e falegname basteranno alla bisogna. Di necessità , durante i lavori, si vivrà accampati sotto le tende, alla militare” . Si trattava quindi d’un edificio che era previsto in quattro stanze ed ad un piano solo, che fu costruito da Garibaldi stesso in compagnia d’un pugno d’amici.

In quanto alla pensione che fu assegnata all’Eroe negli ultimissimi anni della sua vita, essa non fu da egli richiesta ed anzi venne inizialmente rifiutata. Garibaldi si decise ad accettarla sia perché era veramente ridotto in miseria e seriamente malato, sia, anche e soprattutto, perché due suoi figli si erano fortemente indebitati. Sia detto per inciso: l’Eroe accettò infine la pensione veramente a malincuore e solo perché costretto dalle circostanze.