Il “patriarcato” e la società occidentale

Uno dei demoni del mondo occidentale, secondo progressisti, modernisti e femministe in primis, è il cosiddetto patriarcato: un concetto obsoleto, appartenente al mondo antico, sorpassato e -quasi fosse una conseguenza logica- sbagliato.
Ora, analizzando l’etimologia della parola, il patriarcato (dal latino pater e dal greco αρχω) indica un sistema sociale basato sul potere e l’autorità maschile, o meglio, del capo famiglia. Credo che tutti sappiamo bene di cosa si tratti. Dal lato opposto troviamo però il molto meno noto matriarcato. Di cosa si tratta? Se pensiamo all’origine della parola, è facile dedurlo. Esiste davvero questa supremazia femminile?

Partiamo ab origines. Nel più profondo mondo antico, è possibile osservarne diversi casi degni di essere presi in considerazione. Le prime raffigurazioni, risalenti all’età preistorica, sono statuette votive dedicate alle Veneri. Esse possedevano tratti chiaramente femminili, in cui venivano messi in evidenza i simboli di fertilità (seni e fianchi), ed erano finalizzate a culti magico-propiziatori. In quest’epoca, secondo alcune teorie, era riconosciuto un capo supremo di sesso femminile che gestiva l’ordine interno alla caverna, mentre all’uomo venivano demandate le funzioni pratiche di sussistenza, esterne al nucleo sociale della comunità. La donna aveva un ruolo preminente nella gestione del potere economico-politico con l’enorme prestigio che le derivava dal fatto di essere considerata procreatrice dei membri del gruppo.

Raggiungendo il mondo greco, ritroviamo nella mitologia la figura delle Amazzoni: un emblematico esempio di società matriarcale antecedente all’arrivo degli Achei.
Inoltre, quando parliamo di Grecia antica, sappiamo che le realtà delle singole poleis erano assai diverse tra loro: se osserviamo la “democraticissima” Atene possiamo trovare un chiaro esempio di patriarcato occidentale, ma se spostiamo la nostra attenzione su Sparta, per esempio, notiamo già delle grandi differenze. Certo, anche qui lo schema sociale era assolutamente gerarchico, ma il ceto di appartenenza non dipendeva dal sesso dell’individuo, bensì dalla sua estrazione sociale: la moglie di un nobile godeva degli stessi privilegi del marito, allo stesso modo in cui la moglie di uno schiavo era priva di libertà. Un altro caso illuminante in merito alle libertà femminili è l’isola di Lesbo, dove i Tiasi erano delle vere e proprie congreghe, accademie femminili riservate alle fanciulle di buona famiglia che potessero pagarsi gli studi. La scuola più conosciuta di cui abbiamo testimonianza è quella della famosa poetessa Saffo, originaria proprio dell’isola.

Alcuni studiosi di scienze sociali hanno recentemente avanzato l’ipotesi del matriarcato come reale forma di governo delle comunità umane primitive, partendo dal presupposto che nella storia comparata delle religioni, le divinità più importanti risultano essere femminili, specie nel mediterraneo (come le Dee Madri, Astarte, Tanit, Cibele, ecc…). Queste comunità rette da un’organizzazione matriarcale risultano antecedenti ai tempi dell’agricoltura, e sarebbero da riferirsi ai tempi della caccia e della raccolta, ove quest’ultima costituiva la fonte principale delle derrate alimentari.
Un altro esempio di società matriarcale, o sessualmente paritaria, è fornito dalla confederazione irochese, unione di alcune nazioni indiane americane.
Altri esempi più recenti di società matriarcale e matrilineare (in cui l’eredità viene trasmessa dalla madre) sono gli Aborigeni delle isole Trobriand, la comunità Tuareg e diverse popolazioni asiatiche.

Tutto ciò mi induce a dedurre che in verità, più che parlare unicamente di “patriarcato”, sarebbe forse bene distinguere due caratteristiche antitetiche e complementari che hanno da sempre categorizzato il ruolo della donna e quello dell’uomo. Il potere maschile ha sempre avuto un’accezione piuttosto fisica e corporea, mentre la donna e le funzioni ad essa connesse sono sempre risultate eteree, astratte e legate alla sfera spirituale. Infatti, se vogliamo fare un’analisi da un punto di vista semantico, ci accorgeremo presto che molte parole maschili sono connesse ad oggetti concreti e dotati di massa, mentre la maggior parte delle parole femminili indica concetti astratti ed idee di platonica memoria.

Ora, in seguito a tutta questa prefazione di carattere storico, spostiamo la visuale sull’aspetto della maternità, e desidererei anche aprire una parentesi sul tema dell’orientamento sessuale.
Ricollegandomi a quanto scritto qualche riga sopra, sovente al giorno d’oggi gli pseudo intellettuali di sinistra, per difendere i diritti civili, traggono in esempio l’antica Roma e la Grecia antica e soprattutto l’isola di Lesbo, per dimostrare come l’attrazione omosessuale sia una tradizione radicata nei costumi dei nostri antenati.
Prendendo in analisi proprio gli stessi contesti storici e le stesse realtà cui fanno riferimento loro, ma analizzandole in maniera un po’ più profonda, ho scoperto che la verità è piuttosto lontana dalle loro insulsaggini. Dagli antichi, l’omosessualità era ammessa ed accettata come pratica comune, questo è vero. Vi dirò di più: nella civiltà greca, il rapporto omoerotico era una pratica comune intesa come rituale di iniziazione per i giovanissimi. Proverò a spiegarmi meglio. All’interno delle scuole di formazione (i Tiasi per le donne, le Eterie o le Accademie per gli uomini), gli studenti non apprendevano solo nozioni di cultura, ma ricevevano anche un’educazione religiosa e civile. Essi venivano preparati, in quanto uomini e donne, a svolgere la loro mansione principale, ossia quella di costruire una famiglia e dare vita alla prole. Secondo la mentalità degli antichi, perché i giovani fossero pronti alla conoscenza dell’altro sesso, era necessario che passassero per il rapporto con lo stesso sesso; di conseguenza erano frequenti e giustificate le relazioni tra gli studenti ed i loro insegnanti.                              In quest’ottica è evidente però che tutti erano consapevoli che la direzione finale, l’approdo necessario e giusto da raggiungere era senza dubbio il rapporto coniugale, il matrimonio cioè, che è sempre avvenuto soltanto tra uomo e donna, e dal quale unicamente si può generare altra vita.
Le antiche società che sono alla base della nostra civiltà europea erano profondamente comunitarie, e quasi non riconoscevano la dimensione privata. A un uomo di quel tempo non sarebbe neppure mai passato per la mente di porsi la domanda se amasse gli uomini oppure le donne. La risposta pareva ovvia, in quanto egli conosceva perfettamente il proprio compito sociale, ossia quello di portare avanti la specie.
Lo stesso discorso naturalmente si può fare per le donne, le quali concepivano la maternità come un diritto ed al contempo un dovere ineccepibile. Attenzione però! Al giorno d’oggi, spesso il termine “dovere” assume un’accezione negativa, quella di un grave peso oneroso, da portare a termine controvoglia. I nostri antenati, invece, ci hanno insegnato che il senso del dovere significa semplicemente obbedire alle leggi naturali a cuor leggero, ed esso ben si coniuga coniuga con lo spirito di sacrificio, ossia lo slancio della propria volontà a riconoscere che il bene supremo è il bene collettivo, per il quale è giusto rinunciare anche ad una parte dei nostri effimeri interessi personali, reprimendo ogni forma di egoismo.

Io credo che su questi temi i nostri padri greci e romani ci abbiano davvero lasciato un’immensa eredità spirituale, sulla quale sarebbe bene riflettere al fine di perfezionarci come singoli individui, ma anche e soprattutto costruire una società nuova e migliore, che ritrovi le proprie radici in quei nobili valori ed illustri precetti.

Camilla