Pontelandolfo e Casalduni: Oltre le bufale neoborboniche ed anti italiane

di Il colore cenere

I fatti di Pontelandolfo e Casalduni avvenuti nell’agosto del 1861 sono fra i più noti della lotta al brigantaggio e sono stati sovente impiegati come argomenti contro il Risorgimento e l’Unità d’Italia, anche da pubblicisti e giornalisti che hanno parlato, senza prove, di molte centinaia di morti per mano dei bersaglieri.

In realtà, la documentazione archivistica ricostruisce un quadro assai lontano. Esistono studi di storia locale che hanno esaminato analiticamente le vicende suddette. Si può ricordare anzitutto il saggio “Storia dei fatti di Pontelandolfo”, scritto dal Gr. Uff. dottor Ferdinando Melchiorre Pulzella, (a cui è stata concessa la cittadinanza onoraria proprio da questo comune per i suoi meriti scientifici), che valuta le vittime fra i civili in numero di quindici, precisamente tredici a Pontelandolfo e due a Casalduni,

Una cifra quasi equivalente è proposta da un altro ricercatore storico, Davide Fernando Panella, autore del saggio “L’incendio di Pontelandolfo e Casalduni: 14 agosto 1861”, Questo studio si è basato su documenti parzialmente o totalmente inediti ed in più esaminando le fonti già in precedenza conosciute e la bibliografia sul tema, in modo da avere un quadro complessivo il più completo possibile attuato anche con il confronto delle diverse fonti fra loro. Panella ha analizzato i libri dei morti degli archivi parrocchiali di questi due paesi ed una memoria scritta dal parroco di Fragneto Monforte: tutti questi documenti furono redatti da sacerdoti che furono testimoni oculari dell’accaduto e sono stati scritti con grande precisione e cura dei dettagli. Panella riporta nel suo studio l’elenco dei morti dovuti alla rappresaglia, mostrando come il Registro dei defunti della parrocchia Santissimo Salvatore di Pontelandolfo li enumeri ad uno ad uno, indicandone nome, cognome, genitori, età, causa della morte (ucciso in casa, ucciso per strada, morto per le fiamme ecc.).

Questo ricercatore può così fornire un quadro esatto delle vittime immediate della rappresaglia, riportandone tutte le generalità anagrafiche, il luogo di sepoltura e naturalmente il numero totale: i morti del 14 agosto furono 13, di cui 10 vennero intenzionalmente uccisi, mentre 3 morirono bruciati. Costoro erano persone anziane, che presumibilmente non erano riuscite a sfuggire alle fiamme. Fra questi 13 morti, 11 erano uomini e 2 donne, rispettivamente di 94 e 18 anni. Non risultano adolescenti o bambini fra le vittime.

Panella ha anche il merito di provare l’imprecisione con cui sovente si è scritto sui fatti di Pontelandolfo e Casalduni. Ad esempio, egli ricorda che quando si parla dell’incendio di Casalduni si riferisce frequentemente che il vecchio arciprete Giovanni Corbo sarebbe stato ucciso a fucilate dai bersaglieri. Consultando il libro dei morti di questa parrocchia Panella ha invece scoperto che questo anziano sacerdote non morì il giorno dell’incendio, tanto che questo ecclesiastico stesso iniziò a redigere personalmente pochi giorni più tardi, il 18 agosto 1861, un altro registro dei decessi, nel quale menzionava anche la rappresaglia. Don Giovanni Corbo mori nella primavera dell’anno successivo, il 27 marzo 1862, nell’abitazione in cui allora risiedeva e dopo aver ricevuto i sacramenti.

La documentazione degli archivi contrasta nettamente con quanto sostiene, fra gli altri, il signor Luigi Di Fiore nel suo ultimo libro, “La nazione napoletana”. Costui sostiene, servendosi dello suo stile che lo accomuna ad altri autori della sua medesima corrente, che a Pontelandolfo vi sarebbe stato: «Un eccidio spaventoso e violento, con 164 morti dichiarati, tutti civili di ogni sesso ed età. Tanti corpi non furono mai censiti, perche rimasti sotto le case bruciate. Il paese fu infatti completamente raso al suolo, fatta eccezione per tre case di riconosciuti liberali. Un episodio che ricorda i massacri delle giubbe blu americane nei villaggi di pellerossa. Gli stupri, le fucilazioni, i furti dei soldati non si contarono.»

A prescindere dall’inverosimile paragone fra episodi delle “guerre indiane” nell’Ovest americano e la campagna contro il brigantaggio in Italia meridionale, i morti accertati non risultano 164, ma 13, secondo quanto può asserire Panella sulla base dell’archivio locale.

Bisogna aggiungere, inoltre, che il dato dei 13 morti è stato confermato da una lettera scritta da Caterina Lombardi, un’abitante di Campolattaro, al proprio zio Angelantonio Lombardi, alto prelato romano dell’epoca. Questa lettera, ritrovata nel 2011 dallo storico Annibale Laudato, riporta lo stesso numero di morti ricostruito da Padre Panella.

Lo storico Giancristiano Desiderio ha annunciato la prossima uscita di un suo libro su Pontelandolo, in cui dimostra che non è neppure avvenuta una rappresaglia in senso stretto, malgrado ciò che si è creduto per 150 anni. Vi furono dei morti dovuti all’azione dei militari, ma non una rappresaglia.

Inoltre il paese non fu affatto raso al suolo per interper intero tranne tre case, come dimostrano già solo gli edifici risalenti al Medioevo od all’era moderna che tutt’ora esistono, fra cui l’archivio parrocchiale vulnerabilissimo agli incendi per il suo contenuto. Infatti, una volta partiti i soldati, gli abitanti allontanatasi ritornarono in paese e riuscirono a spegnere la maggioranza degli incendi appiccati. Il paese subì danni materiali, ma non fu cancellato, tanto che il censimento del 1861 gli attribuiva 4375 abitanti, saliti a 5079 nel 1871.

Restando a Di Fiore, egli giunge a citare, nel tentativo di supportare l’idea di un eccidio di grandi dimensioni, quel che scrive Gabriele Palladino, presentato come “funzionario e addetto stampa del comune di Pontelandolfo.” Questo impiegato comunale aveva parlato “di una cripta nella chiesa dell’Annunziata in paese, oggi sconsacrata e diventata tempio dell’Annunziata, dove vennero ritrovati migliaia di resti umani. Ricorda Palladino: «Intorno agli anni ’80 del secolo scorso, e io ero presente a quelle operazioni, fu scoperta una sorta di montagna di ossa, di teschi.»

La chiesa dell’Annunziata esisteva già nel 1525, prima data in cui viene attestata la sua esistenza che era però certamente anteriore. Accanto ad essa esisteva l’ospedale ossia il lazzaretto. Lo storico locale Daniele Perugini afferma che, secondo l’uso diffuso in tutta Europa prima del secolo XVIII, all’interno della chiesa erano seppelliti i defunti, nella fattispecie quelli delle molte pestilenze che colpirono la città nei secoli. Sono pertanto questi i corpi che erano stati ritrovati alla fine del secolo XIX in una chiesa che era stata impiegata per almeno trecento anni, dal Cinquecento al Settecento, quale luogo di sepoltura.

Un altro caso di imprecisione storica su Pontelandolfo è stato riferito dal Panella durante un convegno dedicato al tema “Il brigantaggio nell’Alto Tammaro”, svoltosi con presenza di molti studiosi e ricercatori. Panella ha citato due testi, il primo d’un giornalista che in anni recenti ha scritto anche su Pontelandolfo e Casalduni, il secondo tratto dall’archivio parrocchiale. Questo giornalista, Pino Aprile nel suo “Terroni”, ha affermato che una donna di Pontelandolfo, di nome Maria Izzo, per la sua bellezza sarebbe stata appetita dai bersaglieri, cosicché fu legata ad un albero nuda per essere violentata, prima d’essere uccisa con una baionetta nella pancia. L’archivio parrocchiale, redatto da testimoni oculari, riporta invece che Maria Izzo aveva 94 anni (novantaquattro anni) e che morì arsa nell’incendio della propria abitazione.

Antonio Ciano poi, autore de “I Savoia e il massacro del sud”, fu denunciato da Ferdinando Melchiorre Pulzella, discendente del sindaco di Pontelandolfo nel 1861 ed autore del documentato studio sui fatti di quell’anno sopra citato. Ciano per evitare una condanna firmò una sua dichiarazione in cui affermava: «Accolgo l’invito rivoltomi dall’Ill.mo Signor Presidente del Tribunale e, pertanto, nel formulare le mie formali e più ampie scuse a Lei ed ai discendenti tutti della famiglia del Sindaco di Pontelandolfo nel 1861 Lorenzo Melchiorre, Le dichiaro che ho sì offeso, ma non era nelle mie intenzioni offendere la memoria del defunto Sindaco Melchiorre e dei suoi congiunti e discendenti. Riconosco che le frasi e le espressioni da me riportate nel libro “I Savoia e il massacro del Sud” non compaiono in alcuna delle fonti bibliografiche da Lei riportate in Tribunale, né in alcuna delle 63 opere (testi e riviste storiche) da me indicate nella “Bibliografia” in calce al mio libro, pubblicato nel luglio del 1996, né nella serie di articoli della “Civiltà Cattolica”, che vanno dal 1860 al 1866, né in alcun altro testo in mio possesso e/o da me consultato. » [Chi voglia approfondire la questione della querela a Ciano e del suo vero esito può leggere questo articolo qui

Appare evidente da questi cinque semplici esempi come una certa letteratura abbia offerto un quadro inesatto dei fatti di Pontelandolfo e Casalduni, giacché discorda in modo netto da quanto viene riportato e provato dalle fonti archivistiche: un arciprete morto serenamente molti mesi più tardi è stato presentato come ucciso dai bersaglieri durante la rappresaglia; una quasi centenaria di 94 anni perita nell’incendio della propria abitazione è stata spacciata per una donna bellissima violentata ed uccisa con una baionettata dai soldati; i 13 morti accertati diventano 164 ed oltre; una cripta usata come cimitero per secoli e secoli è considerata quale luogo di sepoltura delle sole vittime della rappresaglia; Pontelandolfo è descritto quale un paese raso al suolo, mentre invece ha continuato ad esistere ed ad essere abitato senza soluzione di continuità, pur avendo subito danni dagli incendi.

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