Il populismo parente povero del comunismo

Di Gabriele Adinolfi

Dicevo che il populismo ha ereditato tutte le tare mentali del comunismo e ne è l’erede.
Spiegavo che i meccanismi sono i medesimi: si è presa una critica corretta, per quanto limitata, del sistema in vigore e se n’è fatto un dogma. Sulla base di quel dogma, copia e incolla, ci si è presi per i portatori del medesimo, si è iniziato a considerare gli altri come dei non illuminati dalla parola divina, o come dei “nemici di classe” e si è sviluppata una proposta “politica” regressiva, strampalata, anacronistica e fallimentare che diventa buona in quanto unica conseguenza possibile della critica a monte. Una cosa, questa, che non era affatto vera per il comunismo e ancor meno lo è per il populismo antieuropeista: né l’uno né l’altro sono le conseguenze obbligate delle critiche da cui nascono, anzi sono forse le migliori non-soluzioni possibili.

Proseguo: così come i comunisti dichiarano servo del Capitale chiunque non proponga una soluzione comunista, anche se – come il fascismo ha ampiamente dimostrato – si tratta di una risposta efficace, così i populisti antieuropeisti considerano servo di Bruxelles chiunque rimandi al mittente le loro soluzioni primitive anche quando egli agisce seriamente ed efficacemente (e in quanto a efficacia si pensi agli esiti opposti del Front National posseduto da un trinariciutismo che lo ha affossato e l’FpO).

Chiunque controbatta alle ricette disastrose – peraltro suggerite in origine dalle logge inglesi – degli antieuropeisti diventa automaticamente schiavo di Bruxelles, della Bce e della Merkel, benché sia forse tra i pochi che sta combattendo qualche battaglia concreta anche lì.
Perché se uno è per l’Europa allora è con Draghi e con Moscovici, mentre se è per l’Italia, non si sa perché, non è per Mattarella, Grasso, la Boldrini e Gentiloni, per Visco e per la Fiat…
Perché l’Italia, ovviamente, è un’altra e l’Europa no… Un’impasse del cervello che, ancora una volta, è ricalcata sugli schemi mentali del comunismo e applica i paraocchi

Facciamo ora un paio di paralleli storici per confermare che il populismo antieuropeista è un clone del comunismo.
Se per il comunismo il problema di fondo era il Capitale che sfruttava il Lavoro e per il populismo esso sarebbe l’Europa che uccide i popoli, vediamo cosa fecero i comunisti e cosa fanno i populisti.
I comunisti attaccarono la proprietà e la produzione, dove prevalsero apportarono un modello socio-economico fallimentare, ma, a prescindere da questo, essi contribuirono a far sì che il Capitale speculativo ed usuraio soppiantasse quello produttivo, e si fecero commandos della finanza.
Chi diceva che il Capitale non andava combattuto così ma con una pressione organica che introiettasse la lotta di classe nel nazionalismo rivoluzionario e che imponesse un’equità sociale e promuovesse l’eguaglianza delle opportunità venne tacciato come servo dei padroni e privato anche della dignità di essere umano (un po’ quello che gli antieuropeisti fanno con chi li contesta).
Che il Capitale abbia scatenato una guerra mondiale proprio contro chi si è comportato in questo modo e che abbia armato e foraggiato i comunisti questo non conta…

Sulla Ue (involucro del sistema capitalistico e luogo d’incontro e scontro delle diverse tendenze nella risposta al declino atlantico e all’offensiva cinese) il ragionamento da fare è esattamente lo stesso.
Creare le condizioni per un futuro solido, potente e florido in Europa, oltre a corrispondere alla nostra tradizione storica e ideologica che si tende a dimenticare, significa combattere battaglie decisive avendo a cuore la nostra identità. Cercare di sgominare la Ue mediante il secessionismo, che non comporterebbe comunque alcun cambiamento di sistema ma solo una perdita di potenzialità per tutti i popoli europei in un mondo fatto di sfide continentali e in un’epoca satellitare, significherebbe favorire tutti gli altri centri capitalistici, e particolarmente gli angloamericani e i cinesi, contro di noi.
E si tende ad accompagnare quest’offensiva nemica, credendosi fichi, con l’identico sorrisetto compiaciuto e beota che caratterizzava i comunisti quando, nella speranza d’imporre la dittatura del proletariato lavoravano, loro allora come i populisti oggi, per la City e per Wall Street.

Faccio un altro paragone.
Siamo in piene celebrazioni della Grande Guerra, con toni entusiastici si continuano a esaltarne i meriti con criteri non tutti giusti e specialmente senza tutti i giusti criteri.
Ebbene, vediamola da un’angolazione concreta. Mussolini per l’interventismo praticò uno strappo insanabile con i socialisti, dei quali era peraltro dirigente, e s’avviò verso l’ignoto. Non (sol)tanto per patriottismo ma per una considerazione politica precisa: sostenne che la logica di classe restava reazionaria e che soltanto la logica nazionale (proletaria) era quella rivoluzionaria.
I socialisti e i comunisti (anche se non si chiamavano ancora così) lo tacciarono di essere al soldo della massoneria francese e inglese o di essere un servo degli zar. Ma egli aveva colto la dinamica storica e l’aveva affrontata con mentalità d’avanguardia rivoluzionaria.
A migliaia di chilometri di distanza Lenin si ritrovò isolato e minoritario nel suo stesso partito fino all’insurrezione di Ottobre, perché aveva rifiutato la logica neutralista e pacifista degli altri, considerando che la guerra avrebbe prodotto le condizioni per la rivoluzione, armando peraltro i proletari al fronte. Dalla guerra all’insurrezione (e fu tacciato di essere una spia tedesca…). Per lui la classe e la disobbedienza, per Mussolini la nazione e il popolo.
I due soli rivoluzionari rimasero a lungo isolati ma poi compirono le loro rivoluzioni. Quelli che si erano crogiolati nel conformismo rivoluzionario delle parole vennero travolti.

Oggi, nelle dinamiche mondiali, nelle contese mondiali, nelle continentalizzazioni, nel terrore angloamericano per la potenza economica tedesca e per la possibile rinascita politica e militare europea, in un quindicennio di guerra senza quartiere all’Euro e di rovesciamento di tutti i regimi che hanno provato a introdurre le transazioni in Euro (incredibile e imperdonabile che i nostri continuino a non accorgersene, non si sa se volutamente e in mala fede o per pura inconsistenza politica) due sole strade rivoluzionarie si stagliano all’orizzonte.
Quella leninista che accompagna la crescita europea per contrastarla mediante strutture di classe europee e rifiutando il ripiego in schemi anacronistici.
Quella fascista (che al momento riguarda qualche decina di persone ma che, al di fuori della cd area, ha un potenziale enorme) che è quella dell’interventismo nella contesa con logica squadrista e corporativa per accompagnare ma contendere in logica sociale e nazionale il processo di ripresa europea. Processo di ripresa europea che in sé – come dinamica che prescinde dalle brutte forme su cui è sempre possibile intervenire – è al tempo stesso un segnale di vitalità di ripresa dopo la sconfitta mondiale e di connessione al sogno di nazionalismo rivoluzionario che, come proprio Mussolini affermò nel 1943, doveva essere europeo e superare la logica degli Stati nazionali.
Agganciarsi alle guerre d’indipendenza smarrendo questo spirito di centralità universalista in un ambito imperiale di spazio romano e farne un provincialismo sciovinista è fuorviante. L’Italia non nasce nel 1861 ma è sempre stata e ha sempre pervaso di sé, in ognuna delle caratteristiche di civiltà, di diritto, di spiritualità, tutto lo spazio raggiungibile. Immaginare invece le quattro guerre d’indipendenza come una sorta di affermazione di un villaggio di Asterix significa smarrirne il significato rivoluzionario e banalizzare l’italianità come, purtroppo, avviene nell’odierno sciovinismo bottegaio.

È tempo di gettare alle ortiche il costrutto mentale primitivo, reazionario, frammentario e mortificante dell’antieuropeismo e di assumere il compito rivoluzionario che i tempi richiedono, anzi impongono.
Chi non lo fa compirà comunque cose egregie nel sociale e sul fronte dell’immigrazione, ma non riuscirà ad ergersi al livello che gli compete.