Putin e l’Arabia Saudita: l’alleanza che spezza gli equilibri

Per la prima volta nella storia, un monarca saudita si reca in visita a Mosca. L’incontro tra Vladimir Putin e Re Salaman costituisce un nuovo pezzo del puzzle nella visione dell’intricato scacchiere geopolitico. Accordi economici estremamente importanti sono stati stipulati in vista di quella che potrebbe essere un’alleanza storica. Ancora una volta, Putin da una lezione di realpolitick a coloro che vedevano nella sua Russia un ”baluardo antimondialista”. Infatti, dopo l’apertura ad Israele avuta negli ultimi anni ed il sostegno dei network filorussi alla secessione della Catalogna di Soros, Putin continua il suo gioco di alleanze muovendosi sul filo del rasoio. Che sia veramente giunto il momento di iniziare a mettere da parte la ridicola idea della Russia contrapposta all’atlantismo?  Urge smettere d’inseguire le ridicole infatuazioni esterofile ed iniziare a prendere a cuore la causa della sovranità dell’europa bianca contro i nemici che ieri come oggi se la vogliono spartire. (Prefazione a cura di Alessio Melita)

 

La Casa dei Saud discende su Mosca e per una volta, scrive al-Jazeera, l’uso del termine “storico” potrebbe non essere abusato. Il summit di oggi al Cremlino è tra le due superpotenze mondiali del petrolio, e re Salman bin Abdul-Aziz sarà il primo monarca saudita della storia a visitare la Russia. Accompagnato da uno stuolo di sceicchi che per tre giorni si sono impadroniti di tutte le camere disponibili negli alberghi a cinque stelle(e non sono pochi) affacciati tra il Cremlino e la piazza Rossa, re Salman firmerà insieme a Vladimir Putin un bel numero di accordi miliardari, e benedirà una partnership che non è stata possibile in passato e non sarà scontata in futuro, dal momento che si regge sulle leggi degli interessi energetici.

Vive in particolare sulla decisione del cosiddetto Opec Plus (i produttori interni ed esterni al cartello) di tenere sotto controllo le forniture di greggio per risollevare i prezzi. Un patto che dal gennaio scorso sottrae al mercato 1,8 milioni di barili al giorno, ed è in scadenza a marzo. Ma che Putin, inaugurando ieri a Mosca la Settimana russa dell’energia, si è detto ben disposto a prolungare fino alla fine del 2018: «Quello che abbiamo fatto con l’Opec – ha spiegato – è vantaggioso per l’intera economia globale». E in particolare per lui, che affida a petrolio e gas più di un terzo delle entrate federali e per cui la stabilità dei prezzi è cruciale nella stagione elettorale che lo aspetta. «Grazie alla collaborazione con i sauditi il prezzo del petrolio ha raggiunto i 56 dollari al barile – spiega ad Arab News il diplomatico russo Veniamin Popov, ex ambasciatore in Yemen, Libia e Tunisia -. E la cooperazione tra noi ha grandi prospettive in altri campi, come nel caso della Siria».

Ed è il Medio Oriente, in realtà, a rendere davvero storica la presenza di re Salman a Mosca. Se sul fronte energetico russi e sauditi sono rivali, ma anche partner in affari, la guerra in Siria li trova su fronti opposti. Oggi Putin e Salman si incontrano “tradendo” – per un giorno – i rispettivi alleati: Iran e Stati Uniti. Secondo il quotidiano russo Vzgljad, se l’81enne Salman ha accettato l’invito di Putin è perché è stato costretto ad ammettere che la guerra in Siria sta finendo, e che a vincerla è stata la Russia scesa in campo con Bashar Assad. Il 92% del territorio, afferma Damasco, è stato “liberato” dagli oppositori del presidente siriano. E proprio ieri la stampa russa enfatizzava l’operazione vittoriosa a Idlib contro il Fronte al-Nusra, una delle principali formazioni ribelli finanziate da Riad. Nel bombardamento, afferma il ministero della Difesa russo, il leader terrorista Abu Mohammad al-Julani sarebbe stato gravemente ferito.

Il valzer delle alleanze e degli accordi prosegue, alla faccia dei sostenitori dell’idea del dualismo geopolitico

Se è davvero un dopoguerra quello di cui parleranno il presidente russo e il re saudita, saranno Mosca e Teheran a dettarne le condizioni: cercando di guadagnare l’assenso degli arabi alle zone siriane di “de-escalation” annunciate in primavera da russi, turchi e iraniani e, attraverso Riad, la partecipazione delle milizie dell’opposizione ai negoziati. In cambio Salman vorrebbe che il Cremlino tenesse a freno Teheran, ma intanto nessuno più pretende l’uscita di scena immediata di Assad. Per Putin, entrato in Siria nell’autunno 2015 anche per rispolverare l’influenza della Russia in Medio Oriente, l’obiettivo è centrato. Alla sua diplomazia a 360°, che parla (e fa affari) con il presidente turco e con i curdi, con Benjamin Netanyahu e Hamas, con Baghdad e con il Qatar, mancava solo re Salman a bussare finalmente alle porte del Cremlino.

Ma sul fronte degli investimenti sono i russi a bussare. E i sauditi risponderanno: anche per loro, che l’anno prossimo privatizzeranno Saudi Aramco, è importante che i prezzi tengano, è importante collaborare con Mosca. Secondo le informazioni trapelate alla vigilia, i sauditi guardano al gas naturale e potrebbero arrivare a investire anche nell’Artico, nel secondo progetto Lng 2 di Novatek, e nella prima compagnia russa di trivellazione, Eurasia Drilling (Edc). La stessa Saudi Aramco vorrebbe costituire con Sibur Holding (petrolchimica) una joint venture per produrre gomma sintetica in Arabia Saudita. Il ministro russo dell’Energia Aleksandr Novak parla poi della costituzione di un fondo congiunto russo-saudita che dedicherà un miliardo di dollari a progetti energetici mentre un secondo fondo, sempre da un miliardo, investirà in tecnologie. Si parlerà anche di energia nucleare, e di armamenti. Come per i prezzi favolosi delle suite prenotate in centro, anche per gli accordi di cui si attende oggi la firma gli arabi al seguito di re Salman non sembrano badare a spese.

Articolo tratto da La Stampa