PUTIN NON E’ LADY GAGA

di: Gabriele Adinolfi

da: noreporter.org

Precisazioni sulla Russia, Yalta e il ginepraio siriano

In Siria apparentemente nessuno capisce più nulla perché gli schemi sembrano saltati. Qui il link alla tabella con cui Repubblica

 

pensa di ricapitolare l’imbroglio:http://www.repubblica.it/esteri/2016/08/29/news/il_caos_siria

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In realtà nulla di strabiliante, tutto prosegue secondo una logica inesorabile che è la somma di tre obiettivi maggiori più quelli dei singoli players.
I tre obiettivi maggiori sono:
a) il gas scoperto sotto il deserto;
b) la volontà di mantenere “instabili” le arterie energetiche (e della droga e dell’esodo di schiavi) e i pozzi, in modo da poter meglio giocare sulle speculazioni;
c) la spartizione del territorio, cacciandovi fuori l’Europa. Così curdi, iraniani e turchi si divideranno la Siria, con le petromonarchie che cercano di mantenervi una quota, il tutto con la supervisione americana, l’ingerenza russa e il controllo di Israele, il quale, a sua volta, persegue anche altri obiettivi (lo scontro tra Ankara e Teheran e la costituzione infine d

 

ella Grande Israele).
Un po’ libanese, un po’ balcanica, è la situazione della Siria martoriata che verrà decisa nella logica di Yalta e che si vede a occhio nudo dalla carta satellitare delle truppe http://isis.liveuamap.com/

Yalta. Tanto per rinfrescar la memoria
Da alcuni commenti mi sono reso conto che non si ha ben chiara la logica di Yalta. Fu la spartizione del pianeta in tre zone da parte dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Le zone divennero rapidamente due perché russi e americani cooperarono per la “decolonizzazione” e il Finis Europae.
Lo spauracchio della guerra atomica tra i due blocchi permise a Usa e Urss di ridurre a servitù progressiva i propri vassalli. Fu, quindi, logica di società di malfattori. Il che non significa che i due compari vivessero lingua in bocca. Lenin & co, che han ben chiaro il livello mentale della gente, con le loro banalità sono chiarissimi. Il rapporto tra le potenze oscilla tra rivalità e comune interesse; quando il comune interesse prevale tutto va bene, quando prevale la rivalità si passa alle ostilità. Grazie al cavolo direte voi. Meno scontato di quanto pensiate, visto che, solitamente, commerciano tra loro anche quando si sparano addosso.
Più felice la formula che suona “unità e scissione dell’imperialismo”. Come si palesa anche plasticamente in Siria, essi sono infatti uniti e scissi, scissi e uniti.
La Guerra Fredda fu più unità che scissione

 

ma non fu solo unità, fu anche scissione. In Corea, a Cuba, ad Ankara e in Afghanistan per esempio. La scissione prevalse sull’unità quando l’Occidente mandò in bancarotta la Russia eternamente passiva e sua vassalla finanziaria. Ciò avvenne perché quest’ultima aveva puntato all’Heartland ma soprattutto perché era cresciuta l’economia tedesca e la Germania voleva riunirsi: fu così che l’impero comunista fu comprato e svuotato da Bonn e dal Vaticano; gli Usa vennero in scia.

Il vuoto immediatamente dopo
Caduto il palco del pericolo comunista, fu subito chiaro agli strateghi americani che gestire il mondo in modo unipolare era praticamente impossibile. Kissinger allora disse che si doveva far crescere di nuovo la Russia; Huntington venne a soccorso dei servizi ormai impantanati intorno all’Heartland, inventando lo “scontro di civiltà” che oggi si è trasformato nella minaccia jihadista; Brzezinski affermò che si dovesse costruire un sistema di gestione multipolare asimmetrico nel quale tutti i players dipendessero dagli americani e avessero costanti ragioni di attrito tra loro, in modo da essere alleati qui e rivali lì, gli uni con gli altri. Come appunto in Siria.
Il Cfr, quello che partorisce la politica americana e le amministrazioni della Casa Bianca da quasi un secolo, decise che il solo pericolo a questo disegno fosse la ripresa europea, in particolare la cooperazione russotedesca, in particolare ancora, più la Germania che non la Russia.
Rimaneva, e rimane, indecisa la posizione sulla Cina.

 

Avvertenza ai naviganti
Sia ben chiara una cosa. Ognuno di questi soggetti (Germania, Russia, Cina, India, Francia, Inghilterra e ancora Turchia, Iran, Arabia Saudita) è inserito in una logica capitalistica e in un modello mondialista, con tutte le sfumature che si voglia, ma nel medesimo schema d’insieme. Nessun governo può essere preso ad esempio, a meno di ingannarsi da soli. Quello che interessa non è il tifare per o contro Renzi, la Merkel, Erdogan, Putin, bensì capire quali dinamiche siano interessanti.
Per chi? Per nessuno finché continuiamo a votare i nostri ballerini in “sparando con le stelle”; per i nostri popoli, per la salvaguardia e la rigenerazione della nostra civiltà e dalla nostra produttività, per la nostra identità, se torniamo ad essere uomini, soli, orfani. Non in una logica universale perché non si può essere alter-mondialisti, né in una logica di delega, perché non si può essere democratici. Eppure a furia di delegare senza più agire siamo arrivati a sostenere un candidato alla Casa Bianca e la difesa della Costituzionecella più bella delle mondine perché… sarebbe a rischio la

 

democrazia!

Essere o non esserci
Porsi al centro, come uomini capaci di agire, autonomi, liberi; come popoli con la propria tradizione virile e il proprio dna, quindi con il proprio spazio e, di lì, cercare potenziali alleati; non sognare che qualcuno c’invada per liberarci da qualcun altro perché, come ammoniva Manzoni, poi “l’uno con l’altro sul collo vi sta”. Racconta Erodoto di un viandante recatosi a Sparta che avendo voluto incontrare uno dei Re gli disse di essere da sempre filo-spartiata. “Fai male – gli replicò il Re – devi essere filo-patriota!”.
Se non si riparte di qua – e guarendo anche dalle devianze altermondialiste e democratiche – non si va da nessuna parte. Così si spiega il tifo oramai patologico per Putin, icona Lady Gaga per a

 

dolescenti un po’ cresciuti. Un tifo al quale non se ne deve contrapporre alcuno, né contro di lui né per nessun altro. Neppure per coloro che qualcosa di positivo per noi fanno, come il governo tedesco che da due anni opera resistenza strenua al TTIP e propugna uno spazio web europeo.
Altro è sostenere – o quanto meno acclamare – quanto di buono c’è, altro è contrastare comunque il potere, se ci si riesce. Moro ebbe una buona politica estera ma in politica interna era deleterio. Si deve saper scindere e non cedere. Non si poteva allora sostenere Israele per andare contro alla Dc, né accettare i comunisti per aiutare la politica filoaraba di Moro (che poi lo colpirono alle spalle è un altro conto). Qualunque cosa si pensi dei Montoneros argentini, quando stava per scoppiare la guerra con il Cile essi, in armi e clandestini, annunciarono che sarebbero entrati in guerra a fianco dell’esercito che pure li reprimeva.
L’alternativa? Costruirsi un Lady Gaga biondo e con gli occhi azzurri a cui far credito di tutto quello che non ha fatto né detto mai e fingendo di non sentire quello che afferma.

 

La Russia prima e dopo il 2009
Non si tratta di stare con Putin e neppure di stare contro Putin, né di essere neutri, ma di essere obiettivi. Quali che siano i dividendi per i russi, la politica di Mosca fu ottima per l’emancipazione e lo sviluppo d’Europa tra il 2001 e il 2009. Poi cambiò. Poco importa stabilire l’ordine delle responsabilità, che comunque sono in primis di Parigi: furono la crisi finanziaria mondiale, la fragilità economica e tecnologica della Russia, la nuova fase di dominio americano, che determinarono la svolta. Gli Usa, prossimi esportatori di gas, han deciso di dedicarsi alla zona del Pacifico e di lasciare questa parte di mondo in un caos organizzato, con precise suddivisioni energetiche. Da allora il Cremlino ha scelto – magari a ragione per quel che riguarda i r

 

ussi – di approfittarne per supplire in parte all’influenza europea, soprattutto in Vicino Oriente. Di colpo (prima della crisi ucraìna) ha virato di bordo sulla Ue e sull’Euro. Ha poi intrapreso alleanze ardite con Israele e Arabia Saudita e cooperazioni particolari, e non idilliache, con la Cina. Il tutto continuando a proporre un coordinamento ufficiale con gli Stati Uniti, sul genere di quello che si è creato sugli spazi aerei siriani, e rivendicando la centralità dell’Onu. Tra l’altro, visto che l’allontanamento americano dalla zona potrebbe in futuro costare qualche taglio miliardario a Tel Aviv, Mosca ha scelto il partito del fanatismo ebraico.

Tel Aviv contro Washington?
Nel 2009 sono iniziate le forniture di droni israeliani. Nel 2010 un’alleanza miltare. Nel 2011 Russia e Israele hanno firmato un Accordo di Cooperazione nello Spazio; nel 2013 un accordo per il nucleare. Nel 2014 gli israeliani hanno schierato un battaglione nel Donbass, Putin ha varato una legge contro la revisione storica della Seconda Guerra Mo

 

ndiale che è la più repressiva esistente al mondo. Eletto uomo dell’anno sul Jerusalem Post, Putin ha fatto campagna per i fondi del Museo Ebraico di Mosca (50 milioni di dollari) al quale ha personalmente versato un mese di salario. Dopo avere affermato che “solo in Israele si sente a casa sua” (sempre al Jerusalem Post) ha indotto una crociata affermando di essere alla testa della lotta all’antise

 

mitismo nel mondo.

Poco m’importa
Tutto questo non significa granché visto che, cambiando l’ordine dei personaggi, sull’argomento non c’è differenza con la Merkel o con Renzi o con Hollande. Sorprende però l’effetto Lady Gaga che in certi ambienti dilaga. Parliamo di ambienti che sono antiamericani perché sostengono che gli Usa siano in mano agli ebrei, di ambienti che hanno il sangue raggelato dalla foto di Fini a Gerusalemme con la Kippah e che, ora, diventano filo-israeliani perché, dicono loro, questi ultimi sono antiamericani e soprattutto perché non si discute Lady Gaga. Bizzarro, non c’è che dire. In quanto al concreto, hanno rovesciato una distorsione semplicistica, visto che di tensioni anche forti, con morti, tra Israele e Usa (e mai ancora tra Usa e Russia…) ce ne sono state in passato. Ancora una volta siamo in presenza di ‘unità e scissione’ e servirebbe uno sguardo clinico invece delle rimozioni di comodo.
Di Putin non m’importa in un senso o in un altro, come della Merkel o di Erdogan. Quel che m’interessa – a prescindere dai politi

 

ci e  dai finanzieri – è ciò che nel profondo (cultura, dna e perfino industria) unisce quel che a mio avviso dev’essere unito e divide quel che dev’essere diviso.
Molto m’importa
Come italiano ed europeo, come ghibellino e dichiaratamente fascista, m’interessa quello che ci può fornire libertà e potenza. Così m’interessano le relazioni di ogni genere purché buone in quest’ottica: in America Latina, in Africa, in Estremo Oriente e, chiaramente, con la Russia.
Qui persistono nell’energetico (North Stream) e nell’Aerospaziale (in particolare nelle missioni per Marte) dei legami eurussi che vanno potenziati. Viceversa il protagonismo russo in Vicino Oriente, nel ginepraio che sta diventando al contempo la chiusura all’influenza europea e una portaerei per l’invasione migrante, non m’entusiasma perché, quand’anche facesse bene ai russi, e non lo so, non lo fa di sicuro a noi. Così come, nell’est Europa, a noi fa bene la pacificazione nella dignità.
Tifare per i russi sempre e ovunque non ha senso, specie quando il quadro di oggi li vede contro l’Europa, con Israele e in dialettica con gli Stati Uniti.
Unità e scissione si diceva, e tale è la realtà; ma a noi conviene che le cose slittino di nuovo e che si formino nuovi equilibri, affinché la rivalità tra Mosca e Washington prevalga sul comune interesse e il contrario accada verso Berlino, come prima del 2009.
Concerti di Lady Gaga a parte, non è con l’animodel tifo che si deve leggere l’attualità, perché ci s’inganna. E, a scanso di equivoci, il fatto che questa oggi ricalchi la logica di Yalta non è per me motivo di nessuna soddisfazione. Ero molto più contento prima del 2009. Speriamo di avere motivi per tornare ad esserlo in futuro