Radetzky e gli Asburgo: odiatori e persecutori degli italiani

L`importanza di una patria unita e forte è stata alla base del percorso risorgimentale italiano, con la nascita di una nazione che si è liberata dal giogo dell`oppressione straniera incarnata dai litigiosi e retrogradi stati pre unitari. Le violenze dell`impero asburgico e delle truppe del maresciallo Radetzky rendono bene l`idea della spaventosa barbaria a cui la penisola italiana è stata sottoposta per secoli, stuprata e violentata dallo straniero. Con buona pace di neoborbonici e filoasburgici col loro revisionismo storico anti italiano.

L`impero asburgico era un`entità multietnica e muliculturale che cercò costantemente di sgominare le popolazioni italiche dal nord Italia, con vere e proprie campagne di genocidio etnico perpetrate con l`ausilio degli elementi slavi e tedescofoni dell`impero. Ma entriamo nel dettaglio.

In foto: soldati bosniaci musulmani dispiegati in Italia dagli Asburgo. I soldati asburgici in Italia erano elementi della peggior soldataglia, criminali comuni e reietti delle minoranze etniche che si macchiavano di orribili atrocità contro gli italiani.

L’esercito del Radetzky si era segnalato per ripetuti atti di violenza contro civili inermi già prima della guerra del 1848-1849. Erano diffusi comportamenti ostili verso gli italiani da parte di molti membri dell’esercito imperiale, o perché di nazionalità slave avverse all’Italia, o perché criminali comuni arruolati: un solo reggimento di fanteria, l’“Arciduca Ferdinando d’Este”, costituito da 12 compagnie, contava ben 284 «criminali in parte pericolosi» a detta degli stessi ufficiali imperiali. Questa animosità ovviamente si accrebbe ed ebbe modo di manifestarsi liberamente durante il conflitto.
In questo la bassa forza e gli ufficiali di grado inferiore furono assecondati dalle istruzioni provenienti dall’alto I massacri compiuti su inermi durante le Cinque Giornate di Milano, gli ordini del generale Haynau durante le Dieci Giornate di Brescia d’incendiare ogni casa da cui si fossero compiuti atti ostili e di fucilare indistintamente tutti i suoi abitanti (vecchi, donne e bambini inclusi), il durissimo assedio d’una Venezia stremata dalla fame e dalla pestilenza sono soltanto i più noti nel lunghissimo elenco di carneficine di civili compiute dai reparti militari asburgici nel periodo 1820-1866.
Per capire in quale modo Radetkzy conducesse la guerra contro gli insorti si può portare un esempio, quello di Castelnuovo del Garda, un piccolo paese lombardo i cui abitanti furono tutti uccisi dalle truppe austriache che per rappresaglia, ricordando che esso è soltanto uno dei molti episodi analoghi che ebbero luogo da parte dei reparti asburgici nella lunga fase delle guerre risorgimentali.
L’11 aprile 1848 un gruppo di circa 400 volontari lombardi insorti s’attestò nel villaggio di Castelnuovo del Garda, in attesa delle avanguardie dell’esercito del regno di Sardegna. Radetzky, approfittando del fatto che queste ultime erano ancora piuttosto lontane, inviò una forte colonna di molte migliaia di uomini, al comando del generale principe Thurn und Taxis, membro della più alta aristocrazia imperiale. Questi dapprima sottopose il paese, in cui si erano barricati i volontari, ad un massiccio bombardamento con l’artiglieria, poi ordinò un attacco che, vista la sproporzione delle forze, costrinse alla ritirata i volontari. Dopo che questi furono costretti ad abbandonare il campo, le truppe asburgiche sterminarono tutti gli abitanti di Castelnuovo: si ebbero così 113 vittime. Soltanto chi riuscì a fuggire poté scampare al massacro. Scrive Piero Pieri nel suo capolavoro Storia militare del Risorgimento: «Il villaggio è dato alle fiamme: le truppe austriache vogliono dare un esempio che distolga le popolazioni dal favorire piemontesi e insorti; e ben 113 persone, tra cui vecchi, donne, bambini in gran numero, sono massacrati o muoiono fra le fiamme!» [PIERO PIERI, “Storia militare del Risorgimento”, Torino 1962, p. 319].

Durante l’eccidio la stessa chiesa venne profanata e le donne piacenti furono violentate prima d’essere uccise. Fatto ciò, il paese fu incendiato e distrutto dalle fiamme. Dopo questa rappresaglia, le truppe asburgiche il 12 aprile furono fatte rientrare a Verona, sede del grosso delle forze austriache, venendo fatte sfilare con grande evidenza per tutta la città assieme al bottino che aveva raccolto, per intimidire i cittadini. Il 13 aprile il feldmaresciallo Radetzky, noto per la sua verbosità retorica, indirizzò un proclama ai sudditi, in cui spiegava che quanto era accaduto a Castelnuovo del Garda era conseguenza della “ribellione” e che egli non poteva impedire che simili “conseguenze” (ovvero la rappresaglia) si verificassero. Questo proclama era chiaramente una minaccia destinata agli Italiani: chi fosse insorto od anche solo avesse appoggiato gli insorti avrebbe subito la stessa sorte. [TOMMASO NETTI, “Castelnuovo e gli Austriaci nel 1848”, a cura di Antonio Pighi, Verona 1888; FRANCESCO VECCHIATO, “Castelnuovo del Garda e il 1848 veronese nella cronaca inedita di Gaetano Spandri”, Castelnuovo del Garda 2009].

La repressione continuò anche in tempo di pace. Al suo ritorno, Radetzky decretò lo stato d’assedio e promulgò la “legge stataria”, che prevedeva la pena di morte anche per lievi violazioni delle leggi e consentiva d’arrestare, processare e giustiziare entro sole due ore. Queste norme rimasero in vigore per alcuni anni. [M. MERIGGI, “ll regno Lombardo-Veneto”, Torino 1987,pp. 351-352.] In soli dodici mesi, dall’agosto del 1848 all’agosto del 1849, furono eseguite 961 impiccagioni e fucilazioni e si ebbero 4.000 condanne al carcere per cause politiche. Le categorie più colpite furono l’aristocrazia, i professionisti, gli intellettuali, ma furono numerosi anche i sacerdoti. Numerosissimi altri sudditi italiani dell’imperatore d’Austria furono condannati alla pena dolorosa ed umiliante della pubblica bastonatura. “Dall’agosto al dicembre 1848 furono infatti arrestati e fucilati parecchi cittadini milanesi trovati in possesso di armi mentre diversi altri, cui non toccò una sorta così aspra, vennero comunque sottoposti dall’autorità militare, l’unica autentica padrona della situazione in assenza di una chiara riorganizzazione amministrativa del territorio, all’odiosa cerimonia della «pubblica bastonatura»” [MERIGGI, Il Regno, cit., p. 352].
Tutto ciò era coerente con la mentalità di Radetzky stesso ed inoltre con le istruzioni che il feldmaresciallo aveva ricevuto venendo spedito in Italia. L’arrivo del nobile austro-boemo era stato deciso dal Metternich anni prima in conseguenza di un dettagliato rapporto del generale Clam-Martinitz,che uno storico inglese, Alan Sked, così riassume nel suo saggio “The Survival of the Habsburg Empire: Radetzky, the imperial army and the class war, 1848”, scrivendo: «Il parere di Clam Martinitz era che gli austriaci avrebbero dovuto terrorizzare un popolo che li avrebbe sempre visti solo come stranieri». Così fu fatto, prima, durante e dopo la guerra del 1848-1849.