Ricognizione semantica

di Marco Zenesini

La semantica costituisce la scienza che, sostanzialmente, definisce il significato concettuale delle parole.
Nel corso dei secoli, nel passaggio – per quanto ci riguarda – dal latino, al volgare, alla moderna lingua italiana, abbiamo assistito a molteplici fenomeni di corruzione non solo nei termini del significante, giusto per usare lemma che, alla semantica, attiene, ma del significato.
Parlando di lingua latina, ne siano esempio tre: honestas, virtus, humilitas.
Il lettore contemporaneo rimarrà forse stupito nell’apprenderne l’antica accezione; ma è pur vero che, talvolta, occorre fare i conti con la realtà storica, la quale non è sempre rassicurante come certa edulcorata pseudo – cultura vorrebbe far credere.
Honestas:
nell’uso comune, il termine “onestà” assume rilievo soprattutto in riferimento alla sfera pubblica, ed in particolare alla politica ed all’amministrazione.
Nel sistema valoriale romano, invece, si era “onesti” anzitutto nei rapporti con i privati, con i consimili. Il concetto indicava, più correttamente, la probità, la correttezza, la lealtà.
Mentre oggi, al contrario, è invalso lo stereotipo per il quale un personaggio pubblico, nella propria vita privata, possa fare ciò che vuole, con i suoi soldi (si noti come il termine di riferimento ricada sempre sulla sostanza pecuniaria…), il vir romano doveva essere irreprensibile in ogni contesto. Osservare un comportamento tanto rigoroso da aver perfino creato un idiomatismo proprio della nostra attuale lingua, quell’“essere come la moglie di Cesare” che vale ad indicare una condotta, come si suole dire, al di sopra di ogni sospetto.
Passando alla Virtus, occorre notare come il concetto in questione sia stato particolarmente corrotto da secoli di devozione cristica. “Virtuoso” è, sostanzialmente, il sottomesso che nulla si concede e che è sempre pronto a porgere l’altra guancia, seguendo il precetto evangelico. Al contrario, il Romano virtuoso era, appunto, il Vir, con tale termine indicandosi la differenza rispetto a quella di homo, che è puramente biologica. Il Vir è il combattente, il legionario, il patrizio che, come Marco Furio Camillo, di fronte ad una comoda via di fuga mediante corruzione, risponde duro, ai Galli invasori, “Non auro, sed ferro, recuperando est patria”, ossia che la propria terra non può essere salvata grazie a quanto di più effimero vi sia, la ricchezza, bensì con il combattimento, a costo del proprio sangue, della propria vita.
Infine, l’Humilitas.
 Anche per tale termine, potrebbero valere le stesse parole di cui sopra. Oggi, l’“umiltà” pare essere diventata una preziosa qualità: cosa del tutto normale in una società di automi, incapaci di ogni slancio, di ogni amor proprio, dediti esclusivamente alla cura dei propri appetiti materiali. Per il Romano, essere “umili” significava essere ancor meno che uomini, pronti a tutto pur di realizzare un fine, solitamente basso.
Breve digressione, questa; ma spero che il benevolo lettore possa farsi un principio d’idea su come la corruzione linguistica sia, soprattutto, etica.