Rivolta contro il fatalismo: Il Soldato Politico

Il fatalismo si può considerare la malattia del XXI secolo.

Esso non é altro che la tendenza a legarsi ad un’ottica  costantemete negativa rispetto a qualsiasi evento.

Fondamentalmente é il nuovo “centro” della modernità, nella quale questa “non essenza”, questo “vuoto”, questo “non fare”, domina e influisce sulla realtà, in una forma di arrendevole sottomissione che ricorda la desertica genuflessione, finalizzata ad una presunta “speranza” di salvezza  in attesa di un “Messia” che ripristinerà la giustizia.

É interessante ricordare che nell’antichità romana, tra  le forme di violazione dello Ius, compaiono le manifestazioni di “iniuriae passive”, ovvero quelle violazioni commesse da chi si disinteressa della vita sociale. Insomma, la “società orwelliana o degli spettri” è perfettamente corrispondente alla razza animica degli apostoli del fatalismo.

Contrariamente, il Soldato Politico, é colui il quale agisce nella Polis, con la stessa tenuta marziale del soldato al fronte, imprimendo nella sua vita il crisma della milizia, una funzione politico-pedagogica che mira a formare quella che viene comunemente chiamata “avanguardia di popolo”.

Infatti la Comunità di Popolo è luogo di “applicazione” dei valori dello Stato – inteso come termine ontologico e paradigma metafisico – quando questo  si identifica con la stabilità e la centralità dell’Essere individuale.

Ora occupiamoci del secondo problema, che si lega profondamente con il primo, poiché la centralità dell’Essere non può essere intesa se non in riferimento al suo “altro”.

Esso ha bisogno dell’interazione con una dimensione superiore, sacra, religiosa. Senza la fusione e convivenza armonica tra i due elementi, le due prospettive, i due mondi, non vi può essere un reale equilibrio nella vita dell’uomo.

A tal proposito può essere utile ricordare un passo dei Fascicoli dei Dioscuri, scritti dal sodalizio attivo operativamente fin dagli dagli anni ’70, in cui si esponeva il legame, indissolubile tra Tradizione e Spirito.

“Gli uomini della Tradizione portano in sè la Vittoria come un destino ineluttabile. Poichè Tradizione e Spirito coincidono,e poichè al di fuori dello Spirito non v’è nulla, coloro i quali combattono la battaglia della Tradizione, e quindi dello Spirito, si pongono all’ombra non di una bandiera, ma dell’unica Bandiera degna di questo nome, le altre non essendo in realtà che miserabili stracci sventolati da larve”

Qui abbiamo l’Uomo Integrale, sorretto dalla Pietas e dal Mos Maiorum, espressione terrena di un Archetipo arcaico che irrompe nel “tempo profano” facendolo divenire “mitico” in un “Eterno Presente”.

Ed é questa la grandezza di Roma: il Satya Yuga irrompe drasticamente e metafisicamente nel Kali Yuga, innestando nel suo “spazio-tempo” un “Ordine Cosmico”.

Alcuni, appartenenti al filone “fatalista” di cui parlavamo, sostengono che non possa accadere più nulla del genere, perché gli uomini di un tempo non ci sono più.

Essi dimenticano che la Tradizione vive in una dimensione a-temporale, che é l’uomo moderno che se n’é allontanato, ma questo allontanamento non coinvolge “il Fuoco sacro”, che di per sè è inestinguibile. Questo é il significato di Traditio, una consegna, una trasmissione che si perpetua e si rafforza di generazione in generazione alla stessa maniera di una discendenza genealogica, di Padre in Figlio, che per lungo tempo “dorme” nel nostro sangue, per poi rimanifestarsi all’improvviso in tutta la sua potenza.

Se siamo nati in questa epoca significa che in questa linea temporale é scritto il nostro destino, che ci obbliga ad adempiere al nostro Dharma! Per cui, non saranno certo presunti complotti a distruggerci, ma solo il fatalismo, l’arrendevolezza, l’unica negativa sostanza di chi, preferendo la passività, evita di portarsi lì dove, chi non si arrende, ha posto la propria dimora ed il proprio destino.

Gianluca Reale